gli effetti della crisi

L’improvvisa riscoperta della centralità del Parlamento

di Montesquieu


Non basta dire «al voto»: ecco il timing della crisi

2' di lettura

Se il Parlamento e le due Camere che lo compongono fossero animati da uno spirito vendicativo verso chi (i partiti tutti, o quasi, e non solo quelli di questa legislatura) li ha nei decenni depredati di fatto di un formidabile patrimonio di prerogative e funzioni, questi pochi giorni di agosto ripagherebbero almeno in parte di tante umiliazioni. Da una settimana, infatti, i leader che per un anno e mezzo hanno “compresso” il Parlamento (per usare le parole misurate del capo dello Stato), si azzuffano intorno alle regole di vita delle camere, quasi una nemesi storica.

Del parlamento non si può fare a meno, in certi casi, quando i meri rapporti di forza e la prepotenza non bastano. Di quel ricchissimo patrimonio, lasciato in eredità Intatto dalla cosiddetta prima repubblica, oggi restano i simboli virtuali: della funzione principale, quella di “fare le leggi”, integralmente, in una indisturbata staffetta tra commissioni ed aule delle due camere (con il governo relegato ad un ruolo di cliente importante, ma sempre cliente) resta il misero gruzzolo di un voto di fiducia al governo (quindi senza oggetto di merito) e di un voto finale su testi preconfezionati a palazzo Chigi, o in qualche stanza di qualche partito. Delle altre funzioni, informativa, ispettiva , poco o nulla, e quel poco solo se l’altro soggetto forte del sistema, le televisioni pubbliche e private, si prestano ad una trasmissione in diretta.

L’unica che possa vagamente reggere il confronto con lo strumento delle dirette via facebook o simili: con il vantaggio, queste ultime, di non doversi contaminare con i partiti e gli elettori avversari, come pretende il confronto in parlamento. Ed è un bene che non lo siano, vendicativi, il parlamento e le sue due camere: perché i protagonisti della politica resteranno, dopo questo lungo inchino che sono costretti a fare in questo frangente al parlamento, più o meno gli stessi, forse cambiando qualche ruolo politico tra chi governa e chi si oppone, se la legislatura prosegue. E se si andrà al voto, nulla fa pensare che i nuovi protagonisti saranno più condiscendenti verso le funzioni costituzionali delle camere.

Salvo piacevoli novità, che non si intravedono all’orizzonte: e, tra non molto, con il rischio di un capo dello Stato che si occupi più dei buoni rapporti con le parti politiche che non della difesa della Costituzione. Allora, al momento, non resta che godersi l’insolito spettacolo di ministri affannati, con maldestra disabitudine, a confrontarsi con le regole, ingiallite dal disuso, che decidono di cosa si discute, e quando in una o nell’altra Camera. Dopo avere, gli stessi ministri, maneggiato con le mani callose della propaganda più rustica, il modo delicato con cui si indirizza una mozione di sfiducia individuale ad un ministro, o quella ad un intero governo. Magari confondendo il capo del governo con un semplice ministro, e quindi confondendo gli effetti della mozione.

Godiamocelo, questo momento: chi può escludere che dall’interesse obbligato di un frangente possa nascere, per qualcuno dei protagonisti di questa fase politica, una attrazione per il parlamento e per la nostra Costituzione?

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