Interventi

L’incertezza e la lezione della pandemia

di Piero Formica

3' di lettura

Le epidemie dello scorso secolo causarono milioni di morti. Il picco dei decessi, nell'ordine dei 50 milioni, si ebbe con l'influenza spagnola del 1918. Tra il 1957 e il 1960, all'asiatica si deve la perdita di vite umane compresa tra 1 e 4 milioni. Identica stima si ebbe per l'influenza di Hong Kong nel biennio 1968-69. Oggi, con il Covid-19 ancora in corso, siamo confinati, sottomessi a misure di sicurezza le cui conseguenze sull'economia sono pesanti e immersi in un oceano di dati che non ha precedenti. Intanto, avendo il processo educativo seppellito l'immaginazione in una tomba di cemento, chiediamo certezze agli studiosi. Questi, dal canto loro, dibattono su come la scienza, la precauzione ambientale e gli interessi economici dovrebbero essere bilanciati per risolvere problemi contemporanei urgenti, dal cambiamento climatico alle epidemie. Certo è che la “sindrome Gitchell”, dal nome del soldato semplice con funzione di cuoco dell'esercito americano che sembra essere stato il primo infettato nella primavera del 1918, non si cura con certezze risultanti da soluzioni a portata di mano. Quando centinaia di milioni di persone vivono in aree densamente popolate, interagiscono in miriadi di modi e dipendono dalle azioni di altri che sono a migliaia di chilometri di distanza, non c'è motivo di aspettarsi soluzioni facili. Non ci resta che ribaltare il nostro modo di pensare e, quindi, di agire. È bene preoccuparsi delle possibili ricadute endemiche del virus. Lo è ancora di più tenere alta la guardia contro gli atteggiamenti volti a ingabbiare le comunità entro i propri ristetti confini. Il virus che attaccasse l'interdipendenza nazionale e internazionale delle comunità sarebbe letale per l'economia, e non solo.
Disordine e incertezza dei tempi correnti sono fonti di creatività. Abbracciare l'incertezza e l'imperfezione libera l'immaginazione. I malanni che affliggono il pianeta incoraggiano le giovani menti aperte a considerare visioni radicali del mondo. Ciò dovrebbe indurre i decisori politici a investire in scuole che stimolino l'intuizione, l'immaginazione e la creatività, dopo aver creato una società che onora il servo (la mente razionale) e ha dimenticato il dono sacro (la mente intuitiva), come pare avesse detto Albert Einstein.
I diversi e anche contrastanti contributi all'isolamento del coronavirus sono la prova dell'importanza di accettare l'incertezza del processo creativo, essere aperti all'ignoto, affidarsi e fidarsi dell'intuizione e lasciare alla mente la libertà di vagare. L'innovazione è, infatti, un processo continuo di prova ed errore, fallimento e miglioramento. Non si fonda su un progetto iniziale perfetto, ma sulla sperimentazione e sulla perseveranza. La maggior parte delle persone non si sente a proprio agio con l'incertezza. Eppure, non si impara agendo per raggiungere la perfezione, ma attraverso esperimenti che si discostano dalle aspettative. L'ansia che l'epidemia procura si combatte familiarizzando col mondo soggettivo e qualitativo della possibilità. Limitarsi a trovare un ago nel pagliaio o capovolgerlo alla ricerca di tutti gli aghi possibili? Questo interrogativo porta alla ribalta la disponibilità ad esplorare ad ampio raggio. Dai ricercatori impegnati a debellare una malattia che si diffonde rapidamente dobbiamo attenderci un pensiero creativo che genera molti approcci alternativi e preferisce quelli meno ovvii. Il percorso inizia quando si spegne la luce del giorno che è la certezza, avanzando nella notte buia dell'incertezza non misurabile. Quel che accadrà lungo il percorso verso il futuro lo si scoprirà strada facendo. Vivendo nella certezza dell'incertezza, si affronta, sguardo in avanti, l'imprevedibile dell'epidemia e, più in generale, ci si assume la responsabilità di alleviare il nostro impatto sulla biosfera della Terra. Che futuro avrebbe l'umanità che restasse nel nido planetario a mo' di un cuculo opportunista?
piero.formica@gmail.com

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