ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùL’inchiesta di bergamo

L’inchiesta sulla zona rossa e la ricostruzione delle due notti che hanno cambiato la Val Seriana

I due momenti cruciali: la scoperta dei primi contagi e l’incertezza dei militari, che arrivano ma tornano indietro. La ricostruzione affidata ai pm di Bergamo. Si attende l’audizione del premier Conte

di Sara Monaci

Bergamo, Conte: riferirò ai Pm, non sono affatto preoccupato

3' di lettura

Nell’inchiesta della procura di Bergamo sulla mancata chiusura dell’ospedale di Alzano e poi sulla mancata zona rossa in Val Seriana c’è la ricostruzione di cosa accadde la notte del 22 febbraio e poi i primi giorni di marzo.

Su questa vicenda, al momento più politica che giudiziaria, verranno ascoltati il premier Giuseppe Conte e i ministri della Salute e degli Interni, Roberto Speranza e Luciana Lamorgese, in qualità di persone informate sui fatti. Le audizioni si svolgeranno venerdì 12 giugno a Roma dove si trasferiranno i procuratori di Bergamo coordinati da Maria Cristina Rota.

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Il 600% di morti in più nella bergamasca

Potrebbero essere proprio i massimi vertici politici a raccontare come si sono svolti i fatti in quei giorni, dando nuovi preziosi dettagli per capire a chi vadano attribuite le responsabilità della mancata chiusura in Val Seriana, in particolare di Nembro e Alzano Lombardo, che ha portato al triste record di un’impennata di morti di quasi il 600% (oltre 6mila casi) rispetto allo stesso periodo dell’anno prima, concentrati prevalentemente nella popolazione anziana e fragile, con patologie pregresse (anche in questa inchiesta si dovrà per questo fare luce sui comportamenti nelle residenze per anziani, come in molte altre province italiane).

Per questo i comitati delle famiglie che hanno subito lutti hanno fatto denunce e chiesto l’intervento degli inquirenti. Lo ha detto anche la procuratrice Rota: l’inchiesta è un atto di giustizia dovuto alla città.

Le due notti cruciali

Dopo la scoperta del «paziente 1» di Codogno, nel lodigiano, appaiono due casi di coronavirus nel pronto soccorso di Alzano. Era il 22 febbraio, e il responsabile della struttura, che dipende dall’ospedale di Seriate, chiede che venga chiusa ai visitatori e agli altri eventuali pazienti. La richiesta viene girata alla Asst di Bergamo Est, la struttura sociosanitaria che organizza il territorio.

Da qui il dg passa la palla alla Regione Lombardia, la cui struttura tecnica sanitaria è guidata da Luigi Cajazzo, il manager a breve in uscita dopo la decisione dei vertici di Palazzo Lombardia di modificare l’organizzazione e chiamare nuovi nomi (verrà sostituito dal 18 giugno da Marco Trivelli, già in Regione durante l’era di Formigoni). Dall’ufficio di Cajazzo parte l’ordine di lasciare aperto l’ospedale di Alzano. L’assessore al Welfare Giulio Gallera, già ascoltato dalla Procura di Bergamo, ha spiegato il perché: «ci avevano dato rassicurazioni sulle sanificazioni».

I casi continueranno a crescere i giorni a seguire. Non viene chiesta la zona rossa per molti giorni, anche perché questa è un’area altamente produttiva, con molte aziende e moltissimi occupati. Ma tra il 26 febbraio e il primo marzo la crescita è davvero preoccupante. A inizio marzo la Regione Lombardia non vuole assumersi la responsabilità di una chiusura. E questo lo spiega ai pm anche il governatore Attilio Fontana, ascoltato anche lui come persona informata dei fatti: «Non spetta a noi la zona rossa».

Dal 3 marzo la Regione chiede ufficiosamente, presentando i dati del suo Comitato tecnico scientifico, all’Istituto superiore della sanità e al governo. Ogni giorni sembra quello buono da quel momento, tutti si aspettano l’intervento governativo e la notte tra il 5 e il 6 marzo i militari si posizionano nei confini di Alzano e Nembro, i due paesi più colpiti, che insieme contano circa 25mila abitanti, e nel cui territorio ci sono i capannoni di molte aziende.

Ma il 6 marzo i militari tornano indietro. Sembra incomprensibile. Si capirà solo la sera che il governo ha deciso di istituire una zona arancione in tutta la Lombardia. Il che vuol dire: livello alto di attenzione ma libertà di movimento tra i territori. Poi dall’11 marzo tutta Italia diventa zona rossa.

Cosa sarebbe cambiato se ci fosse stata tempestivamente una zona rossa? A chi vanno attribuite le responsabilità? Le informazioni del momento hanno portato inevitabilmente a scelte politiche più graduali?

Sono le domande a cui intende trovare una risposta la magistratura. Certamente il piano è scivoloso: ci potrebbe essere la rilevanza penale ma anche solo la decisione politica, discutibile ma legittima, valutabile con i fatti prima ancora che con le sentenze, e su cui soprattutto i cittadini di Bergamo possono già esprimere un’opinione.

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