Ordinamento penitenziario

L’incidenza sulla salute giustifica lo stop al 41-bis per il boss novantenne

di Patrizia Maciocchi


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(sinuswelle - Fotolia)

2' di lettura

Giustificato lo stop al 41-bis nei confronti del boss ultranovantenne, se le sue condizioni di salute possono subire un peggioramento a causa del cosiddetto carcere duro. La Corte di cassazione, con la sentenza 32405, accoglie il ricorso di Giuseppe Farinella, classe 1925 condannato all’ergastolo, tra l’altro, per concorso nelle stragi di Capaci e Via d’Amelio. L’ex capo del mandamento di Cosa nostra di Ganci-San Mauro Castelverde, aveva, inutilmente, fatto reclamo al Tribunale di sorveglianza di Roma contro il decreto con il quale il ministero gli aveva prorogato il 41-bis. Per i giudici del riesame il capo mandamento deve restare sottoposto al regime più severo, perché le sue patologie, benché indubbie, sono di natura esclusivamente organica e non incidono sullo stato mentale e sulle capacità cognitive. Secondo i giudici del riesame non si può escludere il rischio che l’anziano boss mantenga contatti con l’esterno: un’eventualità che giustifica la proroga del 41-bis. Solo un’affezione psichica, tale da menomare la capacità di comprensione e di comunicazione potrebbe, a parere del Tribunale del riesame, “sminuire” la capacità di contatti.

La sentenza

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Per la Cassazione però sul piano logico giuridico, la condizione posta dai giudici del riesame “prova troppo” . È chiaro che il soggetto con un evidente deterioramento cognitivo non può - neppure ipoteticamente - rappresentare un pericolo, non essendo in grado di articolare validamente il suo pensiero o di recepire quello di altri. Nel sistema giuridico vigente però il giudizio di pericolosità non è esclusivamente di tipo “constatativo”, ma è essenzialmente di tipo prognostico e constatativo insieme. «L’analisi della condizione attuale e della complessiva personalità del soggetto influisce su ciò che è - per comune accezione - una prognosi rivolta alle future probabili condotte». Non va bene dunque la pretesa di una «constatazione della neutralizzazione». Il Tribunale del Riesame doveva invece valutare, ai fini della conferma del regime differenziato l’incidenza dello stato patologico sulla particolare pericolosità richiesta dalla norma. Ed è quanto i giudici del risame, dopo l’annullamento dell’ordinanza con rinvio, sono chiamati a fare, tenendo presente l’aggravamento della condizione fisica correlata all’età del detenuto. Solo l’attualità del pericolo può motivare il no alla sostituzione del 41-bis con il regime di carcerazione ordinaria. Una proroga ingiustificata, con possibili ripercussioni sulle condizioni di salute di un soggetto di età così avanzata, farebbe scattare, avverte la Cassazione, il trattamento inumano e degradante, il cui divieto, affermato dall’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo, configura per lo Stato un obbligo positivo che non può essere bilanciato da nessun’altra esigenza contrapposta.

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