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L’incompetenza in materia di dati costa miliardi e mette a rischio il digitale

Ogni anno vengono persi in media più di cinque giorni lavorativi per dipendente a causa dei problemi inerenti alle informazioni

di Gianni Rusconi

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(AFP)

Ogni anno vengono persi in media più di cinque giorni lavorativi per dipendente a causa dei problemi inerenti alle informazioni


3' di lettura

Un’impressionante perdita di produttività, dovuta all'impossibilità di cogliere tutti i vantaggi della rivoluzione digitale: è il rischio al quale vanno incontro le imprese se dovesse perdurare quella che gli esperti chiamano «crisi globale delle competenze in materia di dati». Parliamo di un buco di miliardi e miliardi di dollari, imputabili al fatto che la stragrande maggioranza degli addetti aziendali non è ancora in grado di lavorare con i dati, nonostante siano ritenuti fondamentali per la loro professione.

Lo dice una ricerca («The Human Impact of Data Literacy») condotta su scala internazionale da Qlik e Accenture su un campione di circa 9mila dipendenti, prima che scoppiasse l’epidemia da Coronavirus e con esso deflagrassero effetti devastanti sull’economia mondiale.

Il messaggio di fondo che emerge dallo studio è esplicito: la quasi totalità delle aziende comprende l’enorme valore dei dati per la propria organizzazione, ma nella maggior parte dei casi il personale non dispone degli strumenti per farvi fronte e solo un dipendente su quattro ritiene di essere pienamente preparato a utilizzarli in modo efficace.

In altre parole, il divario di alfabetizzazione sui dati sta influenzando negativamente la capacità delle aziende di generare business, riflettendo una generalizzata incapacità di capitalizzare il vero valore delle risorse umane a disposizione in un’economia basata sui dati.

Un numero estratto dal rapporto, fra i tanti, aiuta a comprendere meglio il fenomeno: ogni anno vengono persi in media più di cinque giorni lavorativi per dipendente a causa dei problemi inerenti alle informazioni e il conto pagato dalle aziende (in termini di produttività) è di conseguenza salatissimo, vedi i 109 miliardi di dollari calcolati per gli Stati Uniti o i 23,7 miliardi della Germania. Serve quindi un’inversione di tendenza e serve che le aziende - se vogliono acquisire un vantaggio competitivo dai dati - reinventino le modalità di gestione e analisi degli stessi all’interno del proprio processo decisionale.

Come ha spiegato in esclusiva al Sole24ore.com il Presidente dell’Advisory Board del Data Literacy Project di Qlik (programma che prevede per tutti i dipendenti dell'azienda l'accesso gratuito a un programma di alfabetizzazione per migliorare le proprie abilità di decision-making), Jordan Morrow, «i dati sono alla base dei processi di individuazione delle risorse fisiche e delle opportunità di business digitali, perché incrementano l’efficienza e aumentano l’abilità della forza lavoro. Il nostro Index ci dice che le aziende basate sui dati hanno beneficiato di un aumento delle prestazioni, aumentando il valore aziendale del 3-5%, l’equivalente di 500 milioni di dollari se applicato alle organizzazioni censite nello studio».

Alla base del problema, secondo il manager, c’è un'evidente dicotomia di atteggiamento, che mette a confronto l’approccio dominante ai dati finora perseguito, per cui il possesso e l’analisi di questi ultimi erano nelle mani di pochi specialisti (i data scientist) e quello che viene definito un approccio democratico. Il tutto evitando di dare ai dipendenti un accesso self-service ai dati, ma rendendo le persone autonome e preparate nell’utilizzo degli stessi.

«Lo scenario - assicura Morrow - sta cambiando rapidamente, perchè i leader si sono accorti delle opportunità legate al fatto che tutti i dipendenti, a prescindere dal loro livello aziendale, possano utilizzare i dati supportando gli obiettivi dell’organizzazione. Ma è necessario adottare strutture organizzative meno verticali, perché i modelli gerarchici piramidali possono causare ritardi e stimoli sbagliati nei dipendenti. E non si può credere, inoltre, che gli addetti lavorino con i dati senza fornire loro la giusta formazione».

L’altra faccia del problema, e l’Italia ne soffre in modo evidente, è per l’appunto la carenza di profili professionali con competenze avanzate in materia di dati. Il ruolo dell’education è centrale e la ricetta di Qlik in proposito è molto precisa, e parte dal presupposto che l’investimento in formazione e aggiornamento è di vitale importanza.

«Gli studenti di oggi - ha concluso Morrow - sono cresciuti in un mondo digitale e hanno familiarità con smartphone e tablet, ma non sembrano a loro agio nell’interrogare i dati per ottenere insight interessanti. Vanno educati a questo compito, ma se vogliamo che nelle scuole sia insegnata l’alfabetizzazione dei dati devono essere messi in atto cambiamenti istituzionali».

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