sentenza della cedu

L’indennità sull’esproprio vale doppio (e paga lo Stato anziché il Comune)

Lo Stato non può addossare in modo automatico ai Comuni i debiti che derivano dalle sentenze dei giudici europei, se causati da leggi inadeguate

di V. Maglione e G. Saporito

(Maria Laura Antonelli / AGF)

3' di lettura

Lo Stato non può addossare in modo automatico ai Comuni i debiti che derivano dalle sentenze dei giudici europei. Per farlo, occorre accertare le eventuali effettive responsabilità degli enti locali. È con questo ragionamento che il Tribunale di Torino, con la sentenza 269 del 21 gennaio 2019 ha liberato il Comune di Vercelli dall’obbligo di rimborsare allo Stato l’importo dell’indennità di esproprio a favore di un cittadino, stabilita dalla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo. Si tratta di un principio che è applicabile in tutti i casi in cui l’Italia finisce alla sbarra per aver violato direttive e Convenzioni europee.

Le tappe della vicenda
La vicenda parte da un esproprio per pubblica utilità di un terreno, deciso dal Comune di Vercelli nel 1985 per realizzare delle case popolari. Da subito l’indennità offerta dal Comune al proprietario è stata contestata in giudizio. Un primo punto l’ha fissato la Corte d’appello di Torino che, con una pronuncia del 2000, confermata nel 2004 dalla Cassazione, ha stabilito il valore del terreno in 1,5 miliardi di lire e l’indennità di esproprio in 780 milioni di lire: circa la metà, quindi, come prevedevano le norme sulle espropriazioni per pubblica utilità allora in vigore (articolo 5-bis della legge 359 del 1992).

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Una differenza che ha spinto il cittadino espropriato a ricorrere alla Corte europea dei diritti dell’uomo, lamentando la violazione del diritto di proprietà. La Cedu gli ha dato ragione e ha condannato l’Italia a pagargli altri 740mila euro di indennità, più 10mila euro per danni morali e spese. Per la Cedu, infatti, l’indennità deve compensare l’intero valore del bene espropriato.

Norme vecchie e nuove
Il contrasto tra le norme italiane e la Cedu è oggi superato, perché il decreto legislativo 302 del 2002 (che ha riformato il Testo unico degli espropri) si è adeguato al criterio del valore venale del bene. Ma sono numerose le espropriazioni del passato - indennizzate con importi inferiori - per cui i proprietari hanno chiesto giustizia alla Cedu. Solo lo scorso anno i ricorsi presentati contro l’Italia in materia di espropri sono stati 30 e le cause in corso a Strasburgo sono circa 200.

Quando la Cedu condanna, lo Stato deve pagare. Ma poi - come è successo nel caso che ha coinvolto il Comune di Vercelli - cerca di rivalersi sugli enti locali. Una possibilità prevista dall’articolo 43 della legge 234 del 2012. La norma prevede che lo Stato si debba rivalere, anche con finalità dissuasive, sulle «amministrazioni responsabili» per le violazioni che abbiano causato una sentenza di condanna da parte dei giudici europei (Corte di giustizia Ue di Lussemburgo e Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo). Lo Stato quindi anticipa gli importi, chiedendoli poi in rivalsa agli enti che hanno compiuto errori o negligenze.

Il ricorso del Comune
Il Comune di Vercelli si è così visto chiedere dalla presidenza del Consiglio dei ministri i 750mila euro liquidati dalla Cedu. Di qui la lite del Comune (difeso dall’avvocato Claudio Vivani) contro lo Stato, decisa dal Tribunale di Torino che ha respinto la pretesa dello Stato. La ragione? Il Comune, osserva il Tribunale, ha pagato un’indennità di esproprio stabilita in sede giudiziaria applicando correttamente le norme al tempo vigenti. Pertanto, il Comune non può essere ritenuto responsabile della violazione delle disposizioni Cedu. Diverso sarebbe stato lo scenario se il Comune avesse contribuito con propri comportamenti a violare i diritti tutelati dalla Cedu.

Quella del Tribunale di Torino è una delle prime sentenze di merito ad applicare i principi affermati dalla Corte costituzionale, che nel 2016 (sentenza 219) ha escluso gli automatismi tra i debiti che derivano dalla violazione delle norme europee e l’ente pubblico che ha generato il debito. E la decisione di Torino potrebbe fare da apripista in casi simili. Non vi è quindi pericolo per le finanze locali (né rischi di intervento della Corte dei conti), se i Comuni rispettano le norme statali: sarà lo Stato a rispondere dei danni.

Per approfondire
La rivalsa dello Stato sugli enti locali genera forti rischi di dissesto

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