le riforme difficili/1

L’India paga il prezzo della modernizzazione

di Gianluca Di Donfrancesco


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(REUTERS)

4' di lettura

Per banche d’affari e Fmi, l’India resta un «punto luminoso», anche se i tentativi di modernizzare il Paese hanno imposto un prezzo più alto del previsto. La mega operazione contro l’economia sommersa lanciata alla fine del 2016 e il varo della tassa nazionale sui beni e servizi nel luglio del 2017 hanno rallentato l’attività economica e hanno un po’ offuscato l’immagine del premier Narendra Modi, che resta l’uomo forte di New Delhi. Mentre il partito del Congresso prova a uscire dall’oblio, sotto la guida del rampollo della dinastia Nehru-Gandhi, Rahul.

«One nation, one tax»...

Per preparare e accompagnare l’introduzione della Good and service tax (Gst), il Governo aveva lanciato una massiccia campagna pubblicitaria, sotto lo slogan «One nation, one tax». Media ed economisti l’hanno salutata come la riforma più radicale dall’indipendenza, varata sotto la spinta dei consensi stellari per Modi (prossimi al 90% secondo un sondaggio condotto dal Pew research center tra febbraio e marzo 2017).

In vigore da luglio, questa sorta di Iva nazionale fa piazza pulita di 17 imposte statali e federali e unifica i 29 Stati e i 7 territori della Confederazione indiana, cancellando la frammentazione che sottoponeva il trasporto delle merci da una regione all’altra a una serie di balzelli e trafile burocratiche, allungava i tempi di consegna e faceva lievitare i costi per le imprese e i prezzi al consumo. Una spedizione su camion da Calcutta a Mumbai (2mila chilometri) avrebbe dovuto superare 12 ispezioni e 32 ore in code. Chiaro che spesso risultasse più conveniente importare dall’estero che comprare in India.

A regime, la Gst dovrebbe consegnare al Pil da 0,4 a 2 punti percentuali in più e, secondo il Governo, far risparmiare alle imprese 14 miliardi di dollari.

...e tanti problemi
Nessuno si aspettava una transizione semplice e tutti prevedevano un rallentamento dell’attività economica. Sommato agli strascichi dell’operazione contro il sommerso (la demonetizzazione di novembre 2016, costata quasi un punto di Pil secondo alcune stime), il contraccolpo sembra però più forte del previsto e la crescita ha rallentato la sua corsa, frenando attorno al 6% nelle rilevazioni trimestrali. L’Fmi prevede per il 2017 una crescita del 6,7%, contro il 6,8% della Cina, alla quale il Subcontinente restituisce (provvisoriamente) lo scettro di maggiore economia a più rapida crescita, dopo averglielo strappato nel 2015.

La necessità di scendere a compromessi per varare una riforma di cui si parlava da 30 anni ha prodotto una struttura d’imposta farraginosa, con cinque aliquote (3, 5, 12, 18 e 28%) e decine di regimi speciali ed esclusioni, anche significative come gas, petrolio e immobili. Le imprese devono compilare tre dichiarazioni fiscali al mese più una a fine anno. In tutto 37 adempimenti. Al 25 dicembre del 2017, risultavano iscritti alla Gst 9,9 milioni di contribuenti.

Il sistema del credito d’imposta tipico dell’Iva dovrebbe spingere ogni soggetto della catena dell’offerta a mettersi in regola con le tasse per accedere ai rimborsi. Una maggior “compliance” fiscale sarebbe un toccasana per l’India, che ha uno dei più bassi rapporti gettito-Pil al mondo (12% nel 2016). I vantaggi sono quasi sicuri per i grandi gruppi, che non avrebbero problemi a investire in consulenze fiscali e tecnologie. I nuovi oneri, come dotarsi di computer e imparare a usare i software necessari agli adempimenti obbligatori online, hanno invece messo in difficoltà milioni di microimprese, abituate a viaggiare al di sotto dei radar del fisco, pur rappresentando il 45% del comparto manifatturiero, con 117 milioni di addetti (dati del Governo). Non sono mancate le proteste e New Delhi sta cercando di correre ai ripari, spostando circa 200 prodotti sotto l’aliquota più bassa e tagliando gli adempimenti per i piccoli. Queste modifiche, insieme alle difficoltà di applicazione, hanno inciso sul gettito, che procede già molto sotto i 4,8 miliardi di dollari previsti.

Un futuro radioso
Nomura e Morgan Stanley vedono rosa e per il 2018 si aspettano una crescita del Pil del 7,5%. Moody’s, che a novembre ha portato il giudizio sull’India a Baa2 da Baa3 (gradino più basso dell’investment grade), prevede che nei prossimi 3-4 anni il Pil accelererà all’8%, anche grazie agli effetti positivi che la Gst dovrà (prima o poi) generare. Pronostici in linea con quelli dell’Fmi (7,4%), secondo il quale, entro il 2019, l’economia indiana scavalcherà per dimensioni quella francese e britannica e diventerà la quinta al mondo.

Meno ottimista Bank of America Merrill Lynch, che non è convinta della capacità di reazione del sistema economico alla frenata del 2017 e non si aspetta più di un 6,5% di crescita, comunque seguito da un 7,2% nel 2018.

Rahul vs Narendra
Difficilmente le incertezze economiche del Subcontinente potranno compiere il miracolo di rivitalizzare l’opposizione politica, praticamente uscita di scena (salva la capacità di bloccare i lavori del Parlamento) sin dal trionfo del partito nazionalista hindu di Modi (Bjp) nelle elezioni del 2014. Quelle che hanno segnato la disfatta del Congresso guidato da Sonia Gandhi e appena passato sotto la leadership del figlio Rahul. Il partito di Jawaharlal Nehru e di Indira Gandhi sembrava destinato all’irrilevanza, lasciando campo aperto alle svolte autoritarie dell’uomo forte di New Delhi, che hanno riacceso il nazionalismo hindu e le tensioni con la minoranza musulmana. I consensi per il premier restano altissimi, ma nel suo Stato, il Gujarat, il recente voto di dicembre ha registrato segnali di risveglio del Congresso, che, senza strappare la maggioranza al Bjp, ha conquistato 19 seggi in più, facendo leva su giovani disoccupati e contadini lasciati indietro dal modello Modi.

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