Energia e Ambiente

L’India sospesa tra lo sviluppo e il taglio delle emissioni

di Gianluca Di Donfrancesco

India. pioggia battente e traffico iper congestionato lungo la Western Express il 28 settembre 2021

3' di lettura

L’ India è responsabile del 7% delle emissioni globali di anidride carbonica: la superano solo le prime due economie del mondo, Cina e Stati Uniti (scivola al quarto posto se si considera l’Unione Europea come un blocco unico). In vista della Cop26 di Glasgow, ci si aspetta allora molto dal Subcontinente, con la sua forte dipendenza dal carbone e una domanda di energia in rapida crescita. Secondo il think tank indipendente Council on Energy, Environment and Water di New Delhi, per l’India, è il 2070 la data più probabile per arrivare a zero emissioni nette di CO2.

Negli ultimi mesi, l’inviato speciale degli Stati Uniti sul clima, John Kerry, ha intensificato i contatti con il Governo di Narendra Modi per convincerlo a prendere impegni più audaci. Gli Stati Uniti sarebbero pronti a fornire assistenza tecnologica ed economica: «Siamo disposti ad aiutare in qualsiasi modo possibile», ha dichiarato Kerry a più riprese. Portare a bordo New Delhi, lascerebbe la Cina più isolata sul fronte della diplomazia ambientale. L’India ha però urgenti esigenze di sviluppo e una posizione negoziale determinata.

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Tanto per cominciare, il Governo indiano non accetta la quantità assoluta di emissioni di CO2 come metro per separare i ”buoni” dai “cattivi” e insiste perché si prendano in considerazione i volumi storicamente generati, i differenti stadi dello sviluppo industriale in cui si trovano le economie emergenti e quelle avanzate, l’ammontare di anidride carbonica immessa nell’atmosfera in rapporto al Pil o alla popolazione (l’India ha quasi 1,4 miliardi di abitanti).

Ognuno di questi parametri, relativizza l’inquinamento attribuibile al Subcontinente. In termini pro-capite, le emissioni indiane sono meno della metà della media mondiale. In relazione al Pil, i livelli sono analoghi a quelli Usa. New Delhi si sente però in genere rispondere che, nel caso dei gas serra, sono proprio i volumi complessivi a fare la differenza.

Il suo attuale «Nationally determined contribution», il piano di riduzione delle emissioni che i Paesi sono chiamati a depositare all’Onu, risale al 2015. Il consumo di energia del Paese è raddoppiato dal 2000, «con l’80% della domanda ancora soddisfatta da carbone, petrolio e biomasse», soprattutto legna da ardere, «usata per cucinare da 660 milioni di persone», come scrive l’Agenzia internazionale per l’energia (Iea) nel suo Outlook 2021.

L’India è già il terzo maggior consumatore di energia al mondo e con una domanda sostenuta da uno sviluppo industriale, una crescita dei redditi e degli standard di vita certo non sacrificabili. L’elettrificazione del Paese, soprattutto nelle aree rurali, ha fatto passi da gigante negli ultimi anni, ma è un processo ancora in corso, con carenze da colmare, soprattutto sul fronte della stabilità delle forniture.

La sfida climatica, per l’India, si intreccia con quella dello sviluppo. «Nella nostra situazione, un obiettivo di azzeramento netto delle emissioni per il 2050 sarebbe una risposta profondamente sbagliata alla sfida del cambiamento climatico, oltre a precludere l’obiettivo di eradicare la povertà», ha di recente ribadito il negoziatore del Governo sul clima, Chandrashekhar Dasgupta.

L’emergenza ambientale è però sempre più tangibile. Le città indiane sono tra le più inquinate al mondo, i disastri naturali sempre più gravi (tifoni, alluvioni, siccità) minacciano popolazioni vulnerabili, che spesso rischiano di dover abbandonare i loro villaggi.

Le misure varate dal Governo per contrastare la recessione pandemica hanno nel complesso appesantito l’impatto climatico del sistema produttivo. L’ultimo pacchetto varato, tuttavia, è più sostenibile, con due terzi delle risorse destinate alla ripresa “verde”, compresi investimenti nello sviluppo delle batterie per auto elettriche e del fotovoltaico. Modi punta anche a rendere il Paese meno dipendente dalle importazioni di petrolio e carbone, che pesano sulla bilancia commerciale.

Il premier ha di recente ribadito che l’India installerà 450 gigawatt di energia rinnovabile entro il 2030 (dai circa 150 attuali). Altro comparto sul quale l’Esecutivo vorrebbe scommettere è l’idrogeno. Allo stesso tempo, il Paese continua ad aver bisogno di carbone, con numerose centrali in costruzione e annunciate, in aggiunta alle 135 operative (che ne fanno il quarto al mondo per numero di impianti). La domanda di carbone aumenterà del 30% entro il 2030, secondo le proiezioni Iea.

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