INDUSTRIA

L’indotto Ilva senza pagamenti ferma i cantieri

Cresce la tensione intorno al sito siderurgico per i mancati pagamenti delle fatture alle aziende fornitrici. Autotrasportatori verso il blocco delle portinerie

di Domenico Palmiotti

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3' di lettura

Sale la tensione nell’indotto dell’ex-Ilva di Taranto. Mentre le imprese hanno già proclamato lo stato di agitazione della categoria, mettendo in
mora l’azienda fino al pagamento di 200 milioni di crediti arretrati, gli autotrasportatori tarantini non escludono di bloccare le portinerie d'ingresso ed uscita merci dello stabilimento siderurgico se ArcelorMittal non salderà a breve le fatture di trasporti effettuati da agosto a oggi. Per il sito siderurgico si è a un passo dal caos.

Le procure in campo
I commissari dell’amministrazione straordinaria Ilva lanciano anche da Taranto l’offensiva giudiziaria verso ArcelorMittal e depositano in Procura, incontrando il procuratore capo Capristo e il procuratore aggiunto Carbone, un esposto denuncia. Mentre a Taranto, da domani, le imprese dell’indotto-appalto di ArcelorMittal bloccano lavori e forniture alla fabbrica. È di una quindicina di pagine l’esposto presentato ieri (si veda anche l’articolo in pagina). Riprende i contenuti del ricorso cautelare urgente, ex articolo 700, consegnato venerdì al Tribunale di Milano e sul quale ha acceso un faro anche la Procura milanese avviando un’indagine per ora senza ipotesi di reato. Nel ricorso presentato a Taranto, i commissari indicano «fatti e comportamenti inerenti al rapporto contrattuale con Arcelor Mittal» che ritengono «lesivi dell’economia nazionale» e chiedono ai magistrati tarantini «di verificare la sussistenza di ipotesi di rilevanza penale».

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Operai dinanzi all'ingresso dello stabilimento ex Ilva di Taranto, 08 novembre 2019. ANSA/INGENITO

«È una cosa seria, ci stiamo già muovendo», commenta al Sole 24 Ore il procuratore Capristo. Nel confronto a Palazzo di Giustizia sarebbe stata posta attenzione anche sullo stato del siderurgico, del magazzino in particolare. Si teme che ArcelorMittal abbia fatto un’azione di impoverimento, rendendo così critica la marcia dello stabilimento qualora l’amministrazione straordinaria, che è proprietaria dell’impianto, dovesse tornare in campo anche con la gestione. I commissari, intanto, tra mercoledì e giovedi sono orientati ad andare in fabbrica per un’ispezione, che Arcelor però impedisce affermando che, col recesso, non ne hanno diritto. Anche a non farla, i commissari vorrebbero comunque che questo passaggio si consumasse egualmente mettendolo a verbale.

Il blocco dei cantieri da lunedì
Lo scontro si mantiene alto, dunque, ma anche l’indotto-appalto alza il tiro verso la multinazionale per il mancato pagamento delle fatture scadute per lavori e prestazioni eseguite nel siderurgico. Dopo aver già inviato giorni fa una pec di messa in mora e non aver ricevuto, a ieri, alcuna risposta o data certa. Questo malgrado l’ad Lucia Morselli, per tre volte, da mercoledì a venerdì, abbia dichiarato che ArcelorMittal salderà le imprese. Un’assicurazione data nell’ordine al governatore della Regione Puglia, Emiliano, ai sindacati metalmeccanici, al ministro Patuanelli e a tutti i sindacati riuniti al Mise. Da lunedì le imprese non faranno più “girare” i cantieri in ArcelorMittal: nè lavori, nè prestazioni, nè forniture. Potrebbe essere assicurata l’attività per i general contractor di Arcelor come, per esempio, Cimolai (che si sta occupando della costruzione della copertura dei parchi minerali) o Paul Whurt perché stanno puntualmente pagando i fornitori, ma non è certo. Perché si prevede il blocco delle portinerie da dove entrano i mezzi.
Un ritorno, in sostanza, alla protesta di gennaio 2015, quando gli autotrasportatori fermarono i mezzi ed organizzarono i picchetti. Un presidio che durò circa 40 giorni, sin quando poi fu trovata una mediazione sul pregresso e sulle date dei pagamenti del corrente. Oggi come allora la motivazione è analoga. Nel 2015, infatti, il passaggio di Ilva dalla gestione commissariale all’amministrazione straordinaria lasciò a terra crediti per circa 150 milioni che le imprese avevano maturato nel periodo antecedente l’insediamento dell’amministrazione straordinaria. Soldi che attendono di riavere anche in parte, ma la procedura al Tribunale di Milano è ancora aperta e col recesso di Arcelor si teme che sfumi il miliardo e 800 milioni del prezzo dell’acquisto. Somma destinata a risarcire i vecchi crediti. Adesso, invece, le aziende hanno un blocco di fatture scadute (10-12 milioni), un altro in scadenza (totale 50 milioni) e poiché Arcelor non paga e ribadisce di volersene andare, temono che anche questi soldi si volatilizzino. «Non ha senso andare a lavorare nello stabilimento visto che non siamo pagati», commenta Vincenzo Cesareo, consigliere di Federmeccanica. «Il ministro Patuanelli ci ha ascoltato con attenzione e lo ringraziamo - afferma Antonio Marinaro, presidente Confindustria Taranto - ma qui non servono più un Governo o un ministro dell’ascolto ma dell’azione. Perchè lo stabilimento di Taranto, prima che lo spenga ArcelorMittal, si sta già spegnendo da solo». «Non posso condividere la scelta unilaterale delle aziende di non inviare al lavoro i dipendenti da lunedì - scrive a Marinaro il segretario Cgil Taranto, Peluso -. La fabbrica non va abbandonata ma presidiata».

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