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L’industria che cresce e le riforme non fatte

di Marco Fortis

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(Sergio Oliverio Imagoeconomica)


4' di lettura

Un nostro recente articolo («Pil, quando l’Italia fa meglio della Germania», “Il Sole 24 Ore”, 7 gennaio 2020) ha suscitato attenzione per aver dimostrato che, al netto del contributo della pubblica amministrazione (Pa), di difesa, sanità e istruzione, nel triennio 2015-17 l’economia italiana è cresciuta per tre anni di fila di più delle economie tedesca e francese. Fatto mai avvenuto da quando è iniziata la circolazione monetaria dell’euro. Pertanto, può essere utile approfondire le cause di questa performance del nostro sistema economico, aggiungendo alcune ulteriori evidenze. Ciò attraverso una valutazione più dettagliata del contributo dei diversi settori alla crescita delle quattro maggiori economie dell’Euroarea, estendendo la nostra comparazione
alla Spagna.

Senza un’analisi sufficientemente disaggregata, almeno a livello dei 10 maggiori settori economici in cui Eurostat scorpora la dinamica economica complessiva dei diversi Paesi, è impossibile comprendere perché l’Italia per lungo tempo sia cresciuta meno dei nostri maggiori partner. E nemmeno si può capire perché qualcosa è cambiato in meglio per noi negli anni più recenti. In mancanza di un’accurata osservazione delle dinamiche settoriali nazionali si possono solo fare discorsi generici, spesso sprovvisti di un riscontro statistico reale.

Un confronto illuminante è quello tra la crescita economica aggregata e settoriale delle quattro maggiori nazioni dell’Euroarea prima della grande crisi del 2008-09, cioè nel 2007, e poi prima del più recente rallentamento del 2018-19 e della crisi dell’auto tedesca, cioè nel 2017. Il 2007 e il 2017 sono due anni omogenei, distanti tra loro ma comparabili, entrambi di massima espansione del ciclo dopo due lunghe fasi positive dell’economia europea. Che cosa è cambiato da allora a oggi? E perché?

Per rispondere a questi interrogativi abbiamo suddiviso il valore aggiunto totale delle economie qui analizzate in quattro macro-settori, riaggregando opportunamente i 10 comparti base della classificazione Eurostat della contabilità nazionale nel modo seguente:

a) i settori core dell’economia reale (1-agricoltura, silvicoltura e pesca, 2-industria escluse le costruzioni, 3-commercio, trasporti e turismo);

b) il settore della Pa e dei principali servizi pubblici collettivi (4-Pa, difesa, sanità, istruzione);

c) le professioni, le comunicazioni e le attività finanziarie (5-attività professionali, tecniche e scientifiche, 6-comunicazioni; 7-banche e assicurazioni; 8-attività artistiche, di intrattenimento, ricreative e sportive);

d) le costruzioni e le attività immobiliari (9-edilizia residenziale e opere pubbliche, 10-attività immobiliari).

La fotografia della dinamica economica nel 2007 dimostra che l’Italia era a quell’epoca inequivocabilmente il fanalino di coda tra le quattro maggiori nazioni dell’Euroarea, con la crescita aggregata più bassa (+1,6% rispetto al 2006), dietro Spagna (+4,1%), Germania (+3,5%) e Francia (+2,6%). E con il nostro Paese ultimo per crescita in tutti i quattro principali macro-settori qui considerati: ultimo nelle Pa, ultimo nelle professioni, comunicazioni e finanza, ultimo nelle costruzioni e nell’immobiliare e ultimo ex aequo appena sopra la Francia nei settori core dell’economia reale.

La fotografia del 2017 appare invece piuttosto diversa. L’Italia è ancora ultima per crescita aggregata (+1,9% rispetto al 2016), ma appare meno distante da Francia (+2,1%) e Germania (+2,5%) e addirittura davanti a esse escludendo le Pa, come già evidenziato nel nostro precedente articolo sopracitato. Solo la Spagna si caratterizza per un tasso di crescita aggregato più alto del nostro anche senza Pa.

Tuttavia, la vera novità del 2017 è che l’Italia passa in testa alla graduatoria per crescita dei settori core dell’economia reale (+1,4%), trainata soprattutto da industria, commercio e turismo, davanti a Germania (+1,3%), Spagna (+1,2%) e Francia (+0,7%). Si tratta di un evento senza precedenti da quando esiste l’euro, che si è ripetuto inerzialmente, pur in una fase calante della congiuntura europea, anche nel 2018, con l’Italia sempre davanti agli altri Paesi.

Che cosa è accaduto? Che la stagione di riforme e di riduzione della pressione fiscale su imprese e famiglie, di crescita dell’occupazione e di stimolo degli investimenti avviata nel triennio 2015-17 ha determinato un cambio di passo decisivo nei settori core dell’economia reale italiana. Mentre purtroppo le riforme sono rimaste solo sulla carta o sono state appena abbozzate nella Pa, nelle professioni e nel settore bancario, dove la distanza tra noi e la crescita degli altri Paesi resta ancora forte. Inoltre, in Italia le costruzioni e il settore immobiliare, che già venivano da una lunga crisi, sono rimasti relativamente stagnanti.

Dunque, non sta scritto da nessuna parte che il nostro Paese sia condannato a crescere meno degli altri. Laddove sono stati introdotti cambiamenti lungamente invocati (anche se poi non apprezzati o riconosciuti) l’economia italiana è riuscita a superare le altre maggiori nazioni dell’Euroarea, come è accaduto nei settori produttivi core. Ciò dimostra che nell’industria, nell’agricoltura, nel turismo e nel commercio l’Italia può essere dinamica e competitiva.

Se la nostra economia nel suo complesso non cresce abbastanza, quindi, non è per colpa delle imprese manifatturiere troppo piccole, perché facciamo poca ricerca o innovazione, perché non esportiamo abbastanza o per altri abusati luoghi comuni che si sentono ripetere da anni. Ma è perché nei settori diversi da quelli produttivi core non vi è stato alcun cambiamento sostanziale. Lo Stato in molti suoi ambiti rimane inefficiente ed è solo in minima parte digitalizzato; i servizi pubblici creano poco valore aggiunto; la burocrazia continua a frenare il settore privato. Inoltre, le professioni sono state poco liberalizzate e si sono poco ammodernate; il sistema economico nel suo complesso soffre di una carenza preoccupante di professionalità tecniche; e una parte del mondo bancario ha mal digerito le riforme opponendo forti resistenze e distruggendo nel frattempo ulteriore patrimonio e valore (vedasi il caso delle banche popolari). Infine, le opere pubbliche, che pure sono drammaticamente necessarie per rendere le infrastrutture del nostro Paese più moderne ed efficienti, purtroppo sono ferme a causa della burocrazia o per i veti antistorici dei populismi e dei nuovi regionalismi.

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