Meccanica del packaging vanto del made in Italy

L’industria fa rotta sull’economia circolare

di Ilaria Vesentini

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Coveme, fondata a Bologna nel 1965, converte film in poliestere per vari settori (come il fotovoltaico, la stampa grafica e industriale, la microelettronica, i trasporti). Ha 13 linee produttive hi-tech in due siti, in Italia (nella foto) e in Cina


3' di lettura

Se nelle tecnologie per il packaging a dettar legge - e quindi standard internazionali - sono i costruttori italiani e tedeschi, nella produzione di imballaggi flessibili la competizione si appiattisce, perché i costi logistici e di trasporto incidono molto sul valore del prodotto e i player si contendono perlopiù mercati domestici. Da qui l’importanza di coordinare le strategie per sostenere l’industria europea del settore. Ruolo svolto anche da organismi intermedi come Flexible Packaging Europe, l’associazione europea dei produttori di imballaggi flessibili, che rappresenta l’85% del mercato continentale (15 miliardi di fatturato e 400 impianti). Un’organizzazione cui aderisce anche Giflex, l’associazione dei produttori italiani (una quarantina di aziende, 6mila addetti e 2 miliardi di giro d’affari, cresciuto del 25% in 10 anni).

«La vera sfida è quella della sostenibilità, che coinvolge l’intera filiera del packaging, dalla materia prima ai costruttori di macchine, fino ai marchi di largo consumo e al cliente finale, con l’obiettivo di arrivare al recuperato totale della confezione multistrato entro il 2025», afferma Guido Aufdemkamp, executive director di Flexible Packaging Europe. Per questo è stato lanciato Ceflex, consorzio di aziende e organizzazioni che collaborano per rafforzare il ruolo del packaging flessibile nell’economia circolare in Europa e arrivare alla raccolta, cernita e riciclaggio in tutta Europa delle confezioni. Già in partenza l’imballaggio flessibile – che oggi rappresenta il 40% del packaging usato in Europa – è più sostenibile delle altre soluzioni perché più leggero, sottile, sicuro, infrangibile e perché il suo utilizzo permette di sprecare meno cibo e di conservarlo meglio. L’impatto ambientale aumenta molto, però, a fine vita.

«La difficoltà nel riciclo è legata al fatto che l’imballaggio flessibile è composto in genere da tre diversi film di carta, di plastica e di metallo, oltre a quote minori di altri componenti – spiega Aufdemkamp – ma esistono già le tecnologie per la separazione e il recupero». Ceflex punta non solo a riprogettare il packaging per ridurre al minimo lo spreco di materiale, ma anche a sviluppare infrastrutture per raccogliere, dividere e riciclare gli imballaggi flessibili in Europa.

«L’alternativa sostenibile non è il prodotto sfuso, l’unpacked, soprattutto per il cibo (il 90% degli imballaggi flessibili è destinato al settore alimentare, ndr) – rimarca il direttore dell’associazione europea – perché questo presuppone catene cortissime produttore-consumatore e la scomparsa dell’e-commerce e dei prodotti globali». Si calcoli che nei Paesi in via di sviluppo arriva a destinazione appena il 50% del prodotto sfuso, uno spreco enorme di materia prima, che il packaging permette di arginare.

L’industria degli imballaggi flessibili vuole comunque assumere un ruolo attivo nello sviluppo dell’economia circolare. E, nonostante la cattiva reputazione in termini ambientali del packaging e della plastica, la sua parte già la fa: a parità di quantità di un liquido da trasportare, ad esempio, se l’imballaggio è flessibile basta un camion, contro i 26 che occorrono se le confezioni sono in vetro (con i risvolti ambientali conseguenti in termini di emissioni). La scommessa è arrivare entro il 2025 a imballaggi di plastica e multistrato progettati e utilizzati per essere nuovamente reimmessi nel mercato. «L’industria sta facendo progressi significativi nel chiudere il cerchio, ma è importante anche che il valore dell’imballaggio flessibile in un’economia sostenibile venga riconosciuto», conclude Aufdemkamp.

Se la percentuale di imballaggio flessibile sul totale aumentasse dall’attuale 40 al 100% si risparmierebbe l’80% dei materiali di confezionamento. L’uso di flexible packaging cresce in Europa a un tasso del 2% l’anno e si prevede che i consumi globali toccheranno i 107 miliardi di dollari entro il 2022.

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