Le sfide della sostenibilità

le dinamiche della produzione

L’industria del food alla prova dei bilanci sostenibili

di Chiara Bussi


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4' di lettura

Il latte italiano e la sua filiera: dalla certificazione del benessere animale di tutti gli allevamenti fino alla bottiglia con il 25% di Pet riciclato che diventerà il 50% entro fine anno. Sono alcune delle misure messe in campo da Granarolo in nome della sostenibilità. «Per il prossimo futuro – dice il presidente Gianpiero Calzolari – puntiamo a un uso razionale dei farmaci, a una riduzione dell’impatto ambientale nella stalla e alla diminuzione di sale e zucchero nei nostri prodotti, in Italia e all’estero. Tutte azioni che comportano investimenti e modifiche del processo di trasformazione».

L’azienda emiliana è una delle 40 del Future Respect Index 2018. Pubblicato lo scorso febbraio, comprende i bilanci di sostenibilità “più chiari ed efficaci” selezionati dal centro studi Consumerlab che affida il verdetto a giudici implacabili e sempre più consapevoli: i consumatori. «Tra i 537 bilanci analizzati – spiega il direttore Francesco Tamburella – 118 (il 22%) appartengono ad aziende del settore agroalimentare e di essi 14 (il 12%) sono stati selezionati nella top 40».

Insieme a Granarolo sfilano grandi gruppi e marchi storici, da Asdomar all’aceto Ponti, ma se l’attenzione alla sostenibilità è una delle tendenze del momento, al di là dei grandi nomi «le imprese dell’agrifood, in particolare quelle più piccole, non valorizzano la governance sostenibile o non la spiegano con chiarezza anche per migliorare la loro reputazione», fa notare Tamburella.

Premia il «valore condiviso»
Quali sono dunque i parametri di cui tenere conto e chi può fregiarsi di questa definizione? «A fare da spartiacque – risponde Federica Bandini, presidente del corso di laurea magistrale in management dell’economia sociale all’Università di Bologna – è stato il concetto di valore condiviso, introdotto negli Usa nel 2011: si definisce sostenibile ciò che va a vantaggio non solo dell’impresa ma anche della comunità». Così il rispetto per l’ambiente attraverso l’economia circolare e la riduzione degli sprechi è solo uno dei tre pilastri. Conta anche, chiarisce Bandini, il fatto di assicurare valore ai dipendenti attraverso il welfare aziendale con iniziative più orientate alle famiglie (asili nido aziendali, permessi di maternità più lunghi, aiuto nella ricerca dei badanti). Ma sostenibile è anche chi contribuisce a dare valore alla comunità con azioni legate alla “giusta causa” . Fino ad arrivare al punto in cui, aggiunge Bandini, «la responsabilità sociale diventa parte della strategia e implica una riprogrammazione del processo produttivo». Come diventa essenziale, le fa eco Tamburella, «la trasparenza: ovvero la capacità di una comunicazione non ingannevole del proprio prodotto».

Ad applicare il concetto di sostenibilità a 360 gradi è Di Leo Pietro Spa, storico marchio di biscotti di Matera. «Il nostro percorso – racconta l’amministratore unico Pietro Di Leo – è cominciato all’inizio degli anni ’90 con i primi biscotti con olio di mais al posto di quello di palma. Una scelta che ha comportato un adeguamento tecnico e tecnologico non indifferente». Oggi l’azienda è impegnata nel «marketing responsabile» con un focus sulla cultura e sul territorio: dal sostegno già dal 2014 alla candidatura di Matera 2019 con una serie di iniziative, all’accordo con Coldiretti tre anni fa per la prima filiera del biscotto certificato italiano.

Nel settore vinicolo, fa notare Denis Pantini, responsabile dell’area agricoltura e industria di Nomisma, «le prime a giocare la carta della sostenibilità sono state le aziende esportatrici: in alcuni Paesi, come Canada, Svezia e Norvegia, il rispetto dei requisiti è fondamentale per fare il proprio ingresso sul mercato. Guardando avanti, un ulteriore impulso potrà arrivare dall’agricoltura 4.0, dove il raggiungimento dell’efficienza produttiva si sposa anche con il rispetto dell’ambiente». La maggiore consapevolezza dei consumatori ha posto l’accento sull’esigenza di requisiti comuni. A fare da catalizzatore è stato il progetto Equalitas varato nel 2015, che ha previsto uno standard a tre dimensioni (sull’impresa, sul prodotto finito e sul territorio). «A oggi – spiega il presidente Riccardo Ricci Curbastro – le aziende certificate con lo standard Equalitas da enti da noi accreditati sono 12 (e 16 vini) e altre 15 si stanno preparando alla certificazione».

Le start-up sostenibili
Ci sono imprese che imboccano questa strada nel tempo e altre che hanno la sostenibilità nel proprio Dna. Tra le 4.242 start up dell’agrifood nate nel periodo 2014-2018 rilevate dalla piattaforma Crunchbase, il Politecnico di Milano ne ha contate 835 nel mondo. Un quarto di esse (278) si trovano negli Usa, mentre l’Italia è solo settima. Qui, tra le 63 start up del settore (secondo l’Osservatorio Food Sustainability che verrà presentato oggi), sono 16 quelle sostenibili, che rispettano cioè almeno uno dei criteri dell’Agenda 2030 dell’Onu. In media contano fino a dieci dipendenti, un terzo di esse ha sede in Lombardia e hanno raccolto finanziamenti medi per 400mila euro contro 8,7 milioni al di là dell’Oceano. «Si tratta sicuramente – dice la direttrice dell’Osservatorio Giulia Bartezzaghi – di un numero sottostimato che non esaurisce il panorama delle start up attive nel nostro Paese. Il filo rosso che le unisce è il digitale: tra le nuove tendenze si affermano l’agritech e il biotech, insieme a soluzioni per accorciare le distanze tra produttori e consumatori. Iniziano a emergere iniziative per la lotta allo spreco, azioni innovative di packaging e prodotti alternativi, come il novel food». Farina di grillo o tapas di cavallette, ad alto valore nutrizionale, con minore impatto sull’ambiente.

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