crisi reali e riforme mancate

L’industria frena ma la politica guarda altrove

di Valerio Castronovo


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(Bloomberg)

3' di lettura

Stiamo arrancando, alla ricerca di una via d’uscita dalle strettoie di una vischiosa fase di stagnazione determinata dai duri contraccolpi sul nostro export provocati dal rallentamento dell’economia tedesca nonché dall’aumento dei dazi americani su alcuni prodotti europei. Ma non sono solamente queste le cause del dilagante malessere in cui l’Italia si trova, come ha rilevato il direttore del Sole 24 Ore nel suo editoriale di ieri.

Da tempo migliaia di piccole-medie imprese vivono tra forti affanni perché oltre 70 miliardi di euro già stanziati per la realizzazione di varie infrastrutture continuano a essere immobilizzati e ciò malgrado il varo nell’aprile scorso del decreto Sblocca cantieri. Inoltre c’è adesso la minaccia che s’abbatta, su molte aziende (metalmeccaniche e dell’automotive, ma pure di vari altri settori), una pesante tegola come lo spegnimento degli altoforni dell’ex Ilva, o la mancanza di una concreta alternativa alla rescissione di ArcelorMittal dal patto con lo Stato sulla gestione del più importante complesso siderurgico d’Europa, con i suoi 15mila dipendenti (indotto compreso). Per il nostro Paese sarebbe la fine di quell’autosufficienza nella produzione di acciaio e laminati piani, che aveva costituito, dal secondo dopoguerra, il principale obiettivo del processo d’industrializzazione e uno dei cardini dell’adesione alla Ceca e alla Comunità economica europea.

Eppure, nonostante il fatto che da gennaio a settembre 2019 la nostra produzione industriale abbia subìto un calo su base annua di oltre il 2%, e siano rimasti irrisolti i casi di 170 crisi aziendali approdati sui tavoli del ministero dello Sviluppo economico, insieme a quello (ormai cronico e fonte di crescenti oneri) dell’Alitalia, la classe politica ha seguitato a restare alla finestra, impelagata nelle diatribe di una perenne campagna pre-elettorale tra i due schieramenti contrapposti e alle prese con i veti incrociati insorti nell’eterogenea coalizione del governo Conte bis.

C’è voluta, in pratica, l’esplosione di una “bomba sociale” micidiale come quella dell’acciaieria di Taranto (la cui sorte dipende oggi dall’esito della partita in corso fra prove di forza, battaglie giudiziarie e ipotesi solutorie controverse) perché ci si accorgesse - tra le fila della maggioranza, ma pure dell’opposizione - dei gravi rischi che incombono, non da oggi, sul nostro sistema-Paese, scivolato sull’orlo di una pesante recessione. Senza, peraltro, che siano stati adottati efficaci interventi anticiclici per alleviare le condizioni sempre più accidentate della nostra economia ed evitare il pericolo di un suo cortocircuito.

Anzi, alcune misure fiscali contenute nella manovra finanziaria di fine anno sono tali da penalizzare le imprese di taluni importanti settori industriali e da frenare i consumi interni; e danno, oltretutto, l’impressione che sia stata stralciata dall’agenda dell’esecutivo la “questione industriale”, sebbene essa sia divenuta una vera e propria emergenza, in ragione del suo impatto determinante sulla possibilità, per l’Italia, di mantenere in Europa il ruolo di seconda potenza manifatturiera, impegnata in una competizione cruciale sul mercato globale e nella difesa dell’immagine all’estero di un Paese operoso e dinamico.

Succede così che, mentre da un lato non ci si preoccupa più di tanto del fatto che presto verranno in scadenza miliardi di obbligazioni di diverse grandi aziende di Stato che vanno rinnovate, dall’altro si proclama, da sinistra e da destra, che è indispensabile una svolta all’insegna di un processo di “sviluppo responsabile e sostenibile”, ma si fa poco per assecondarla e renderla possibile. Poiché non si vede traccia di un disegno di medio periodo, imperniato su adeguati investimenti in ricerca e innovazioni, istruzione e formazione di capitale umano, infrastrutture e salvaguardia del territorio, energie rinnovabili e green economy. Ciò che comporta una strategia valida e coerente di riforme strutturali.

Eppure le risorse necessarie non mancherebbero a tal fine, grazie all’esistenza di una larga liquidità sui mercati e a una rimessa in marcia del Pil, qualora si cominciasse infine, in sede politica, ad affrancare, con provvedimenti appropriati e incisivi, il sistema produttivo dalla morsa tanto di una soffocante burocrazia che da quella di un eccessivo carico fiscale, e ad assicurare agli investitori nazionali e internazionali un quadro di riferimento normativo stabile e non mutevole. Ma purtroppo è come parlare ancora una volta, a questo proposito, di un libro dei sogni.

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