Esposizioni

L’industria italiana che si fa bella nel mondo

«Created in Italy», mostra proposta dal ministero degli Esteri, esplora il meglio del design industriale. Partenza da San Francisco

di Stefano Salis

Chair One Magis;

4' di lettura

A Enzo Mari , il nostro amato e ineguagliato “Michelangelo dei fiammiferi”, le falci piacevano. Più ancora che per motivi ideologici (c’erano pure quelli, nessuno lo nega), per motivi estetici: e, anzi, profondamente, per motivi di design. Erano oggetti, cioè, che sapevano unire alla perfezione funzionale – tagliare l’erba con precisione e con vantaggi ecologici (una falciatura a mano lascia erba pulita, non crea la poltiglia di quella a macchina, che può portare a malattie fungine) – anche una “bellezza imprevista”: una eccezionale cifra stilistica che, nella variazione di modelli, era capace anche di affascinare per la concreta (e, appunto, inaspettata: ma bisogna saperla vedere!) soluzione “grafica”. Ecco che, quindi, in un’esposizione che celebra il meglio dell’industria italiana del design e dell’innovazione, le falci della ditta, omonima, Falci, di Dronero ci stanno benissimo. Di più: sono, insieme, un simbolo di resilienza, affidabilità e pratica meraviglia (a parte la promessa di sudore che portano con sé). Azienda riferimento per i contadini di tutto il pianeta, la cuneese Falci (Fabbri forgiatori dal 1600) conserva un archivio di miriadi di modelli e forme diverse che interpretano e assecondano gli stessi gesti, identici da millenni: oltre 300 tipologie e un mercato in 54 Paesi, da un paesino piemontese ai prati erbosi, sparsi in tutto il mondo, colmi di ogni erba.

La parabola di Falci – uno tra i molti esempi che si potevano fare – è significativa di una mostra di grande spessore simbolico (e imprenditoriale) che inizia un tour internazionale. Quasi un atlante della creatività e della bellezza dell’industria italiana, declinata secondo la prospettiva dell’ “impossibile” (parola delicata da maneggiare) e, tuttavia, esistente. Si intitola “Created in Italy” e, voluta dal ministero degli Esteri, è stata affidata alle sapienti mani e menti di due designer celebrati come Odo Fioravanti e Giulio Iacchetti, con Francesca Picchi, e porta come, opportuno, sottotitolo appunto “L’attitudine per l’impossibile”. «Questa esplorazione dell’industria italiana – scrivono in catalogo i curatori – fa emergere un arcipelago di esperienze riuscite che rappresentano i picchi di una attitudine che ha reso unica la nostra nazione. Un sistema di aziende medie o piccole che però ha sortito il gigantesco effetto di cambiare la storia della cultura materiale del mondo. La stessa idea della disciplina del design che da mero disegno degli oggetti si trasforma in medium e strumento poetico di racconto e di riflessione, rimane un traguardo che si deve alla nostra storia produttiva e progettuale». Niente di esagerato, anzi, a veder bene, tutto vero. E provato. E provate voi, perciò, a passarle in rassegna, queste storie e questi oggetti, nel bel catalogo edito da Corraini. Si va dalle maschere subacquee di Cressi alla Chair One, la sedia girevole di Konstantin Grcic per Magis (pressofusione di alluminio e base in cemento, 2004), alle bottiglie di grappa monovitigno di Nonino (da Percoto, Friuli, a nobilitare il distillato, fino al premio di Migliore Distilleria del Mondo del 2019), alle suole in gomma ad alte prestazioni di Vibram. E se, fin qui, magari molti di noi hanno sentito nominare (o gustare e provare) questi marchi e prodotti, l’esplorazione dei curatori si spinge a vicende ancora più “esotiche”, e, coerentemente, più “impossibili”. Il fascino è quello di prodotti di assoluta innovazione che vincono la competizione internazionale per qualità funzionale ed estetica, e si impongono dappertutto. Quasi sempre partendo da piccoli paesi, dalla provincia, lezione che faremmo bene a ricordare, sul piano personale e collettivo.

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Per dire: le trafile e inserti per formati tradizionali e di fantasia per la pasta (cosa c’è di più italiano? con buona pace dei cinesi...) di Landucci da Pistoia (nata nel 1925), o i palloncini in lattice che, dalla campagna di Frosinone, tramite la Gemar (attiva dal 1902), prendono il volo per il pianeta e vanno sì « a spasso per l’azzurrità» ma lo lasciano pulito quando cascano («dove vanno a finire i palloncini?» si chiedeva Renato Rascel), essendo ora totalmente biodegradabili: una innovazione che sa di, anzi è, già, futuro. E la terra rossa dei campi da tennis? Dalle cave padane di Torre de’ Picenardi (Cremona) ai più prestigiosi terreni di gioco: tutto a partire dalla macinatura di mattoni d’argilla, a seguito di demolizioni di vecchie strutture agricole e abitative, per una polvere perfetta per i campi. Gioco, partita, incontro.

E ancora: in mostra emergono tecnologie avanzatissime e soluzioni ergonomiche in vari settori. Il caleidoscopio di aziende esplora realtà famose come Brembo (sistemi frenanti ad altissima precisione e contenuto estetico) o Foscarini (luci di illuminante armonia) o le tute ultrasicure di Dainese e altre meno note, come il Grafysorber, un dispositivo per la decontaminazione dell’acqua composto da nanostrutture tridimensionali a base di grafene (brevetto Directa Plus, da Lomazzo) o ai tessuti naturalmente ignifughi di Coex (Pieve Porto Morone) fino a Fizik di Pozzoleone, vicino a Vicenza. Questi ultimi fanno sellini di bicicletta: e allora? Belli, certo, ma soprattutto il modello di sviluppo di prodotto prefigura una nuova idea di produzione in serie variata, cioè prodotti industriali su misura, calibrati sul corpo di ogni singolo ciclista.

Come scrivono ancora Fioravanti e Iacchetti, in questa mostra «si consuma un’epifania della bellezza nella sua forma più pura: quella che plasma le cose e i gesti produttivi, dandogli un senso profondo che supera l’estetica della loro parte fisica e si amplia fino a concetti di giustezza – per l’adempimento degli scopi – e giustizia – per gli effetti di costruzione di un migliore futuro possibile». Mi sembra di risentire qui un concetto che a Enzo Mari, sempresialodato, sì, dico che sarebbe perfino piaciuto.

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