Industria-Finanza

L’industria delle pellicce cresce e rilancia: soluzioni sostenibili e senza tempo

di Giulia Crivelli


2' di lettura

«Difendo l’industria della pellicceria, ma ne vedo anche i margini di miglioramento e le zone critiche. L’impegno dei prossimi anni è riuscire a comunicare meglio i nostri valori e allo stesso tempo accelerare il cambiamento culturale all’interno delle aziende.»

Mark Oaten presenta così la sua visione dal vertice della International fur federation (Iff), della quale è ceo dal 2011. Reduce dal luxury summit organizzato a Venezia da Financial Times, è di passaggio a Milano, dove poi tornerà per un altro luxury summit, quello organizzato dal Gruppo Sole 24 Ore per il 20 e 21 giugno. «Sono occasioni importanti per ascoltare gli operatori del settore e parlare con loro: penso sia ai manager sia agli stilisti, anche se i confini tra le due figure sono più labili che in passato. Nel senso che i ceo hanno imparato ad ascoltare i creativi e i designer hanno compreso l’importa di piani di business e della sostenibilità economica delle collezioni», precisa Oaten.

Il 2017 verrà ricordato (anche) per la decisione di Gucci, Jimmy Choo, Michael Kors, Versace e altri di non usare più pellicce naturali; scelta analoga è stata annunciata nel 2018 da Furla e John Galliano. La ragione: l’ecosostenibilità. Oaten spera che questi grandi marchi ci ripensino, riflettendo sull’idea di sostenibilità. «Comprendo perfettamente le preoccupazioni per il welfare degli animali, ma come federazione ci siamo dati regole ancora più stringenti di quelle imposte dalle leggi europee e internazionali e stiamo lavorando su un sistema di etichettatura e certificazione che sia il più possibile esaustivo per i consumatori», sottolinea il ceo della Iff, che è nata nel 1949 e oggi rappresenta la associazioni di categoria di 50 Paesi di Europa, Asia e Americhe. «Dobbiamo ricordare due fatti importanti: il primo è che in Europa, Canada, Stati Uniti, Argentina e Brasile esistono oltre 5.500 allevamenti di animali da pelliccia, aziende agricole che si trovano spesso in aree rurali, attività a conduzione famigliare tramandate di generazione in generazione – aggiunge Oaten –. Ma la catena del valore è lunghissima e il fatturato mondiale retail è di circa 30 miliardi di dollari».

Per il ceo della Iff però, oltre all’importanza economica dell’industria della pellicceria, occorre pensare al vero significato di ecosostenibilità: «Si calcola che l’87% dell’abbigliamento e accessori che compriamo finisca in una discarica entro cinque anni. Le pellicce naturali fanno parte del restante 13%: durano nel tempo, spesso passando di madre in figlia. Quanto alla moda, influenzerà sempre il settore: nel 2017 le vendite sono andate molto bene in tutto il mondo. I trend possono cambiare, ma sono cambiati anche i produttori. Grazie alla ricerca siamo in grado di fornire ai designer nuove soluzioni e le pellicce sono ora utilizzabili per ogni tipo di accessorio e si possono abbinare a materiale più leggeri. L’obiettivo è essere seasonless, oltre che timeless», conclude Mark Oaten.

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