RIPARTENZA

L’industria riparte ma l’export va a singhiozzo

Con la grande riapertura delle fabbriche si manifestano anche i timori sulla domanda. L’80% delle aziende meccaniche prevede sei mesi di contrazione

di Chiara Bussi

Fabbriche aperte / La meccanica che resiste con boom di ordini

Con la grande riapertura delle fabbriche si manifestano anche i timori sulla domanda. L’80% delle aziende meccaniche prevede sei mesi di contrazione


5' di lettura

Il sollievo per il riavvio della produzione dopo oltre sei settimane di stop. Ma anche la preoccupazione per l’immediato futuro, con il rischio di ordini dall’estero con il contagocce che si tradurranno in un calo del fatturato quest’anno. Vista con la lente delle imprese appare così la Fase 2 che prende il via il 4 maggio. Per il made in Italy è un momento difficile caratterizzato da numerose incognite e almeno una certezza: la ripresa dell’export andrà di pari passo con la soluzione dell’emergenza sanitaria.

Auto ed elettrodomestici

Secondo Prometeia il conto per le imprese del nostro Paese sarà salato, con 58 miliardi di euro di esportazioni mancate nel biennio 2020-2021. «Ad eccezione della farmaceutica che continuerà a crescere – sottolinea la senior partner Alessandra Lanza – il segno sarà negativo per tutti i settori. Le più penalizzate saranno le esportazioni di beni non essenziali». Le filiere dell’auto e degli elettrodomestici dovrebbero lasciare sul terreno il 21,5% delle esportazioni (in valore), seguite dai materiali da costruzione (-18,3%), dalla meccanica (-15,9%) e dalla moda (-15,7%). «Un parziale recupero – dice l’economista – potrebbe arrivare nel 2021, ma per azzerare le perdite bisognerà attendere almeno il biennio 2022-2024, con alcune eccezioni, come il comparto alimentare».

La pandemia, fa notare Fedele De Novellis, senior partner di Ref Ricerche, «ha inceppato la catena del valore mondiale che fatica a riprendersi perché c’è uno sfasamento nei tempi di ripartenza. A soffrire di più saranno i settori integrati in filiere complesse».

I timori della meccanica e il nodo dell’export

Preoccupate sono le imprese della meccanica, come dimostra un recente sondaggio realizzato da Anima. «Oltre l’80% delle aziende del campione – sottolinea il presidente Marco Nocivelli – registra ritardi negli incassi e teme un calo degli ordini nei prossimi sei mesi, in particolare dall’estero». In un mese e mezzo il sentiment è peggiorato: a metà febbraio il 55% temeva una discesa del fatturato tra il 10 e il 20%, oggi il 47% prevede una frenata superiore al 20 per cento. Dati allarmanti, se si pensa che le associate ad Anima realizzano all’estero in media circa il 60% dei ricavi e hanno archiviato il 2019 con esportazioni per 28,7 miliardi, con Usa e Germania come mete preferite.

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Nell’arena globale, intanto, la concorrenza è sempre più accesa. «Tutto sarà più difficile – dice Nocivelli – perché mentre eravamo nella fase di lockdown la maggior parte dei nostri competitor internazionali non si è fermata del tutto e forse si è aggiudicata commesse che non potevamo onorare. Ora dobbiamo rientrare in gioco».

Concorrenza agguerrita

Per le macchine utensili, settore in cui il nostro Paese è quarto produttore mondiale, le prime avvisaglie sono arrivate con un calo del 4,4% degli ordini raccolti all’estero nel primo trimestre. «Ad aprile – dice il presidente di Ucimu Massimo Carboniero - la chiusura ci ha impedito di portare a termine le consegne a vantaggio di concorrenti di altri Paesi. Ripartire è importante, altrimenti rischiamo di perdere quote di mercato conquistate negli anni grazie a continui investimenti in innovazione, qualità e marketing». La domanda resterà fiacca fino a giugno, quando tutti i Paesi dovrebbero uscire dal lockdown. «Cercheremo - dice - di completare gli ordini già in portafoglio, mentre qualche spiraglio potrebbe arrivare con le prime commesse da Germania, Polonia e Repubblica Ceca. Ma quest’anno i volumi saranno sicuramente inferiori al passato».

Regole diverse fra i Paesi

Un altro aspetto rischia di penalizzare il settore che nel 2019, se si considerano anche la robotica e l’automazione, ha raggiunto quota 3,6 miliardi di export. «Per installare gli impianti all’estero - fa notare il presidente di Ucimu- i nostri tecnici sono costretti a osservare un ulteriore periodo di quarantena fino a due settimane, con regole diverse da Paese a Paese e costi aggiuntivi», conclude Carboniero, che su questo fronte chiede regole comuni.

La componentistica auto

E preoccupate sono anche le imprese della filiera della componentistica auto che nel 2019 hanno messo a segno esportazioni per 22 miliardi. «Stiamo attraversando – dice il presidente di Anfia componenti auto Marco Stella - una crisi senza precedenti. Uscire dall’apnea è essenziale». Alcune imprese del comparto, prevalentemente orientate all’export, sono ripartite da lunedì, altre lo faranno da domani. «Ci sono segnali positivi dalla Cina, il nostro quarto mercato di importazione e prima destinazione asiatica del nostro export – dice Stella - dove la filiera dell’auto è ripartita e la situazione si sta stabilizzando. In Europa potrebbero arrivare i primi ordini dalla Germania, dove realizziamo il 21% delle nostre esportazioni, e dai paesi del Nord».

La chiave per una vera ripresa è il rilancio della domanda. «I nostri ordini – sottolinea ancora Stella - sono legati a doppio filo al settore automobilistico, ma le concessionarie sono piene. Serve un bazooka, con incentivi alla domanda per favorire lo smaltimento degli stock con un’azione coordinata a livello Ue per non creare distorsioni nel mercato unico. Ma occorre agire in fretta perché in due mesi di lockdown il valore delle nostre esportazioni ha registrato un calo tra il 15 e il 20% su base annua, accentuando le difficoltà di un settore già alle prese con le sfide dell’elettrificazione che richiedono ingenti investimenti. Ora rischiamo di chiudere il 2020 con un crollo delle vendite all’estero tra il 20 e il 30%».

Il nodo dei consumi

Il crollo dei consumi sta mettendo a dura prova anche l’industria alimentare che nel 2019 ha registrato esportazioni pari a 35,3 miliardi con Germania, Usa e Francia al primo posto tra le destinazioni. «È un momento di grande difficoltà un po’ ovunque – spiega il presidente di Federalimentare Ivano Vacondio – in particolare Oltreoceano. A livello generale le esportazioni di latte e formaggi stanno calando del 35%, quelle di vino del 60%. Dopo 12 anni di crescita con un aumento cumulato del 95% il 2020 sarà negativo. Ci attendiamo un calo intorno al 15%, forse anche di più. Siamo sicuri che una volta superata l’emergenza per il nostro settore possa cominciare il riscatto sui mercati internazionali, probabilmente già nel 2021».

Le speranze dalla ripartenza della Cina

Una luce in fondo al tunnel inizia però a intravedersi. «La ripartenza della Cina - afferma il presidente di Promos Italia, Giovanni Da Pozzo – aiuterà la ripresa degli ordini delle nostre imprese. In questo momento è essenziale per l’export rafforzare il più possibile la presenza italiana nel Paese, dove negli ultimi anni il Made in Italy ha perso in termini di posizionamento nel mercato». Più che di una scoperta si tratta di una riscoperta: la Cina è infatti la nona destinazione dell’export italiano per un valore di 12,9 miliardi nel 2019. «Qui, tra i prodotti del Made in Italy - fa notare Da Pozzo - in particolare esercitano appeal i macchinari (con quasi 4 miliardi di esportazioni), il tessile (2,4 miliardi), la farmaceutica, ma anche la chimica e il settore dei mezzi di trasporto».

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