le indicazioni per gli agricoltori

L’industria del riso: diversificare la produzione italiana con più varietà Indica

L’Airi: aumentare la produzione della tipologia a chicco lungo, senza trascurare le varietà più pregiate da risotto. Coldiretti: stop all’import di Japonica dal Myanmar

di Emiliano Sgambato

Export alimentare Made Italy tiene con pasta e riso

4' di lettura

L’Italia resta la regina del riso in Europa con circa il 50% della produzione continentale: sono 228mila gli ettari coltivati da 4 mila aziende agricole che raccolgono 1,5 milioni di tonnellate di risone all’anno. E il Covid ha spinto le vendite, che sono cresciute del 10% nei primi dieci mesi del 2020 (dati Nielsen-Ismea). A dominare le colture sono le tipologie che hanno reso la tradizione italiana famosa nel mondo, a partire da quelle più adatte alla preparazione del risotto. Si tratta della varietà japonica che copre oltre l’80% del prodotto nazionale.

La richiesta delle industrie del riso è però di aumentare soprattutto la produzione di indica, varietà tipica dei Paesi orientali e in generale più consumata nel resto d’Europa e nel mondo. E secondo le prime indicazioni raccolte dall’Ente Risi in un sondaggio effettuato tra i risicoltori, sembra che il consiglio sarà, almeno in parte, rispettato.

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«L’indica rappresenta oltre il 60% dei consumi in Europa contro meno del 25% in Italia. Le vendite di varietà per noi non tradizionali sono però aumentate anche nel nostro Paese – argomenta Mario Francese, da sei anni alla guida dell’Airi (industrie risiere) nonché ceo di un big del settore come Euricom e della controllata Curti, storica azienda italiana specializzata nel riso – a causa del cambiamento delle abitudini di consumo, del flusso di migranti che preferiscono varietà diverse di riso, della diffusione di piatti etnici come ad esempio il sushi (per cui è richiesto l’aumento della produzione di riso tondo Selenio, ndr). C’è poi tutto il mondo dei derivati, dalle gallette alle bevande. Nella Ue il consumo di riso è aumentato del 21% in 10 anni, in Italia addirittura del 29%. Bisogna continuare a dare fiducia alle varietà da risotto, ma occorre anche differenziare maggiormente: i nostri suggerimenti derivano da puntuali analisi di consumo».

Non trascurare il risotto

Più nel dettaglio, secondo le indicazioni di semina (operazione che avviene in primavera, con gli acquisti di sementi effettuati a febbraio) diffuse da Airi, la quota di superfici coltivate con il “lungo b” (indica) dovrebbe salire dal 19 al 24% del totale. Questo non vuol dire trascurare le varietà da risotto, per cui si richiede comunque (in particolare per Arborio, Carnaroli e Sant’Andrea) un aumento di superfici coltivate, dagli attuali 56mila ettari a 62.500. L’aumento di queste produzioni dovrebbe andare a sostituire soprattutto il riso “tondo generico”.

La coltivazione di indica è resa competitiva dall’applicazione di dazi verso i grandi produttori asiatici (soprattutto Cambogia e Myanmar), che però saranno in vigore con certezza solo fino all’inizio del 2022. «Bisogna vedere cosa verrà deciso – continua Francese – ma la filiera del riso sta già lavorando in sede comunitaria per evitare che, al cessare degli effetti della clausola di salvaguardia, possano nuovamente prodursi gravi distorsioni per il mercato comunitario».

La “diffidenza” dei produttori verso un incremento della varietà indica secondo Francese non è comunque giustificata, da un lato perché le semine si possono modificare di anno in anno, quindi si potrebbe cambiare dalla prossima stagione se dovessero cambiano le condizioni di dazi e mercato, dall’altro «perché la pandemia sta facendo capire come sia pericoloso dipendere troppo dall’export: ritengo che questa esperienza rafforzerà le decisioni politiche volte a incrementare e difendere la produzioni europee».

Dazi a doppia faccia

Se i dazi bloccano l’invasione di riso indica sul mercato europeo, l’import è concesso per la varietà japonica. Proprio in questi giorni la Coldiretti è tornata a chiedere misure anche su questa tipologia, in relazione al colpo di stato in Myanmar: «La Ue sospenda le agevolazioni tariffarie al riso “golpista” in arrivo dalla Birmania (Myanmar) che fa registrare in Italia un balzo del +80,5% di importazioni nei primi dieci mesi del 2020 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Alla luce del colpo di Stato è necessario – afferma l’associazione – attivare al più presto la sospensione totale del regime agevolato Eba (“tutto tranne le armi”), concesso dalla Ue».

Ma anche il riso italiano va alla conquista del Far East: «L’iter burocratico sull’accordo per esportare il nostro riso in Cina firmato nel 2020 dovrebbe concludersi in primavera con la definizione dei codici doganali – dice Francese –. È un’operazione di cui andiamo orgogliosi, anche se si tratta di una nicchia che dovrà evolversi lentamente».

Le sementi certificate

Sono stati oltre 444mila i quintali certificati di sementi di riso nel 2020. Valore mai così elevato registrato negli ultimi 7 anni, con un ottimo coefficiente di utilizzo di semente certificata pari a 1,62, in linea con quello del 2019. Si può ipotizzare, infatti, che il seme aziendale sia riutilizzato nel 20-25% dei casi. Sono i dati emersi il 9 febbraio nella consueta riunione annuale sulla certificazione delle sementi di riso e attività sperimentale nella campagna 2020-21, promosso dal Crea (Il Consiglio per la ricerca in agricoltura) in collaborazione con l'Ente nazionale risi. «Il dato da sottolineare riguarda le superfici certificate – scrive il Crea – che ammontano a 9.800 ettari, circa 200 ettari in meno rispetto all'anno precedente, elemento che non comprometterà però i quantitativi certificabili nell'attuale campagna di semina».

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