ASSISE

L’industria della Romagna fa squadra per accelerare il business matching

di Ilaria Vesentini


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3' di lettura

È un debutto all’insegna del dialogo e delle strette di mano che ricuce le distanze dovute a social network e a fratture associative l’evento “Romagna Business Matching” che ieri ha riempito il quartiere fieristico di Cesena con oltre 1.300 iscritti, un centinaio di stand aziendali, 160 incontri B2B d’affari e 40 workshop: Confindustria Romagna (nata due anni fa dalla fusione delle territoriali di Ravenna e Rimini) e Unindustria Forlì Cesena (commissariata da Viale dell’Astronomia dopo il no alla fusione e diaspore interne) hanno infatti lavorato assieme per creare un’unica, grande piattaforma, a metà tra la fiera e il convegno.

Occasione, quella di ieri, per dare anche il via al 4° Festival dell’industria e dei valori di impresa di Confindustria Romagna, che si concluderà il 12 luglio dopo due mesi di porte aperte nelle principali industrie del territorio. «Non eravamo sicuri che potessimo organizzare in poco tempo una manifestazione con queste presenze, superiori alle nostre previsioni. Ce l’abbiamo fatta ed è la dimostrazione della forza di una grande provincia romagnola. Questo è il punto di partenza per una futura collaborazione», sottolineano il presidente degli Industriali romagnoli, Paolo Maggioli e Mario Corsi, del gruppo tecnico Internazionalizzazione di Confindustria. «Questo evento ha un significato importantissimo, perché mette in contatto aziende che anche se insistono sullo stesso territorio spesso non hanno occasioni di condividere idee e business, magari le vanno a cercare dall’altra parte del mondo. Sono le nostre Pmi il fiore all’occhiello questo Paese, capaci di grande vitalità e capacità competitiva. Occorre però che il futuro Governo porti avanti la stagione delle riforme, altrimenti rischiamo di azzerare la ripresa sul nascere», sono le parole con cui il presidente nazionale della Piccola industria, Carlo Robiglio, dà il via alla “piazza degli affari” romagnola.

Ieri nel polo fieristico cesena non si sono solo riannodati i rapporti tra gli imprenditori della costa adriatica, ma si sono affrontati due temi chiave per rilanciare le loro Pmi: la managerializzazione delle imprese familiari, impreparate ad affrontare per tempo e con consapevolezza il passaggio generazionale; e il cambiamento del contesto competitivo internazionale tra il protezionismo di Trump e il riarmo cinese. «All’estero il passaggio generazionale arriva verso i 30-32 anni, per far maturare in azienda il successore. In Italia il dato medio è 55 anni e si dedica molto più tempo a risolvere tensioni interne legate a rapporti familiari che ad affrontare le sfide strategiche esterne», sottolinea Ernesto Lanzillo, partner Deloitte, dando il via ai convegni pomeridiani.

In un’epoca in cui è tutto connesso e globalizzato, i vecchi schemi di business per cui si va ad esportare dove ci sono più opportunità senza approfondire il contesto geopolitico non funzionano più. «Sono diminuiti di due terzi i flussi finanziari, ma aumentati esponenzialmente i flussi digitali di dati, siamo ormai immersi in una realtà di intelligenza artificiale in cui è la conoscenza dei mercati e dei partner a fare la differenza competitiva», commenta l’ambasciatore, ex ministro degli Esteri, Giulio Terzi di Sant’Agata, nell’ultima sessione di lavori. «Guai a tacciare come rozze le politiche di Trump di ritirata strategica dal mondo, è quanto fece in epoca romana Aureliano con una visione assai lungimirante», rimarca l’ammiraglio Ferdinando Sanfelice di Monteforte, parlando di “secolo delle umiliazioni per gli europei” e preoccupato per le dimensioni del riarmo della Cina per tenere alla larga gli americani dagli affari dell’Asia, con una Russia vaso di coccio, «che ha una fifa blu della Cina, non certo degli Usa». La cultura aziendale diventa perciò oggi il fattore cruciale per competere, conclude il presidente della Piccola industria Robiglio, con un monito: «Mi auguro che il nuovo Governo italiano non smantellerà le poche cose buone fatte per sostenere la competitività delle imprese e che continui la politica delle riforme, mettendo al centro delle politiche industriali la cultura digitale e il dialogo tra industria, scuola e ricerca. Questo Paese rischia di morire di assistenzialismo e di politiche di assistenza. Siamo ai margini dell’Europa e rischiamo ora di diventare vassalli per un debito pubblico così pesante da impedirci di trattare con i partner internazionali».

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