lo scenario

L’industria Ue cerca 80 milioni di tecnici hi tech entro il 2025

In Italia manifattura a caccia di 200mila professionalità, ma una su tre è introvabile. Il 60% delle mansioni attuali automatizzato in pochi anni

di Claudio Tucci


default onloading pic
(ipopba - stock.adobe.com)

3' di lettura

Siamo in una pmi veneta che produce componenti metallici. Fino a qualche anno fa il “controllo qualità” veniva svolto a campione e su un limitato numero di pezzi. Adesso, grazie alle innovazioni di Industria 4.0, le verifiche avvengono attraverso un’attenta analisi di dati statistici forniti dalle macchine dotate di sensori. Non solo. Anche la manutenzione dei macchinari è cambiata: «Quella cosiddetta predittiva, ad esempio, è oggi programmata in funzione dei dati comunicati dai macchinari - racconta Sabrina De Santis, responsabile Education di Federmeccanica -. E così la manutenzione scatta prima che il guasto si sia verificato. Non c’è più la necessità, come in passato, di interrompere le linee di produzione».

Il 4.0 ha cambiato le nostre imprese, a cominciare dalle pmi. «Una rivoluzione, senza girarci troppo intorno - aggiunge De Santis - che richiede nuove e più elevate competenze, skill digitali, un pò di statistica per leggere i dati, tanto problem solving, solo per citarne alcune, da affiancare a quelle tradizionali, tecnico-scientifiche. Federmeccanica è consapevole dell’urgenza della questione formazione. Per questo siamo partner del progetto europeo New Metro (www.newmetro.eu) - in cui sono coinvolti anche il ministero dell’Istruzione e la Rete degli Its meccatronici - che sta sviluppando un nuovo curriculo Ue di questo indirizzo, che contamini saperi più tradizionali e nuove competenze proprio nell’ottica di formare “super periti” da inserire nelle nostre fabbriche, non solo metalmeccaniche».

Il processo è ormai irreversibile; ed è importante che tutta la nostra filiera di formazione tecnica e scientifico-professionale se ne renda conto, e si allinei al più presto alle rinnovate necessità del mondo produttivo.

Non è un mistero infatti che i numeri di partenza non sono lusinghieri: nei prossimi tre anni, ha recentemente evidenziato Confindustria, i settori “core” della manifattura made in Italy avranno bisogno di circa 200mila professionalità; ma una su tre è “introvabile”; e tra gli under 29 la percentuale arriva al 50%, con punte del 60% guarda caso proprio nelle professioni più coinvolte dal 4.0.

Insomma, robotica, intelligenza artificiale, Big data, machine learning stanno avendo un forte impatto sul mercato del lavoro; e il 60% delle attuali “mansioni”, secondo i principali studi nazionali e internazionali, è fatto di attività parzialmente automatizzabili da qui ai prossimi mesi-anni.

Quello che si pone, pertanto, è un tema di “high skill”, che non è solo italiano: da qui al 2025, infatti, in Europa serviranno 80 milioni di persone con competenze elevate per rispondere alle trasformazioni digitali in atto.

Si tratta di una sfida cruciale. Prendiamo, è un altro esempio, l’assistenza ai macchinari venduti. Fino a un po’ di tempo fa si andava in loco. Adesso molte attività si possono fare da remoto, proprio “interagendo” con i sensori delle macchine.

Dalla meccanica alla chimica il passo è breve. E anche qui il 4.0, sottolineano da Federchimica, sta contaminando il settore che già oggi può contare su una forza lavoro altamente qualificata (il 19% degli addetti è laureato, una quota quasi doppia della media manifatturiera e più del 40% degli operai è specializzato).

Le tecnologie digitali, nella nuova Chimica 4.0, coinvolgono tanto i processi produttivi, quanto l’impresa in generale. Sul fronte della ricerca, nella chimica, ad esempio, i cambiamenti più forti dovrebbero derivare dall’utilizzo dei Big Data. Emergeranno, quindi, nuove figure professionali dotate di specifiche competenze digitali (tra cui i Data Scientist). Accanto alle competenze digitali, questo processo di trasformazione richiederà anche competenze trasversali sociali-interpersonali per processi lavorativi meglio integrati e connessi.

Assumeranno rilevanza le soft skills: dalla creatività al problem solving, dalla capacità di lavorare in team multimediali all’autonomia/responsabilità nell’esecuzione degli incarichi. Da Federchimica - ma il tema è trasversale per tutto il settore industriale - auspicano poi una «necessaria riflessione» sulla formazione tecnica, centrale nel comparto dove gli aspetti “tecnico-pratici” sono fondamentali e i “periti” vengono, da sempre considerati come uno dei fattori di successo dell’azienda. L’esigenza, in sintesi, è di rilanciare questo segmento formativo; e di scommettere sulla formazione continua, intesa ormai ovunque come un diritto e, al tempo stesso, un dovere per il lavoratore.

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti
Loading...