emma glass

L’inenarrabile narrato

di Teresa Franco


3' di lettura

Il libro di Emma Glass, voce esordiente della letteratura inglese, ha la forza urticante dei capolavori. La carne, titolo originale Peach (letteralmente pèsca, dal nome della protagonista), squarcia il velo delle ipocrisie e dei cliché per parlare di ciò che nell’esperienza di una donna rimane inenarrabile: la violenza dello stupro, e la paura schiacciante di sentirsi sotto assedio. È difficile riassumere le qualità di un’opera tanto coraggiosa sia nella denuncia che nella sua costruzione immaginifica. Levità e densità sono principi direttamente proporzionali nella scrittura di Emma Glass che in poco più di cento pagine contamina la forma del romanzo con la poesia, e altrettanto sapientemente alterna il registro dell’orrore e del candore.

In italiano il romanzo si può leggere nell’elegante veste tipografica del Saggiatore, innovativa nel ripensare il titolo e la copertina, ma fedele nel riprodurre il testo e le poche illustrazioni minimaliste dell’interno. All’intelligente traduzione di Franca Cavagnoli va inoltre il merito di aver saputo mantenere il paradosso di questa “pesante leggerezza”, senza mai sacrificare, nell’esile racconto, la complessa tessitura stilistica. Il risultato è a prova di “ascolto” già nell’incipit: «Vischiosa appiccicosa appiccica appiccicata lana lacerata bagnata…», dove il ritmo cantilenante è un meccanismo istintivo di autodifesa, un modo per esorcizzare il male in agguato: «avvolta intorno alle ferite, cuce la cute, squarciata, mentre cammino, raschio la mano guantata contro il muro».

Inizia così la storia di Peach, e la realtà è presto risucchiata nel suo monologo interiore, almeno quanto la sua coscienza si scopre prigioniera di un corpo. Non a caso, più il linguaggio aderisce alla materia, nello sforzo di rimanere asciutto e oggettivo, e permettere alla protagonista di riprendere la vita di sempre, più la materia si deforma, sfiorando l’allucinazione. Si pensi a cosa può diventare una notte in ospedale – un ambiente che l’autrice, infermiera, conosce molto bene: «Argentei spettri silenziosi salpano. Silenziosi danzano, lenti e schivi. Facce a faccia in giù. […] Silhouette argentate, silhouette proiettate dalle luccicanti luci verdi di cruenti macchinari medici». Altre volte la materia si condensa lasciando emergere grumi emotivi; e la traduttrice lavora con cura su parole e suoni, riuscendo, dove possibile, anche a mimare la ruvida velocità dell’inglese: «Tiro. Attiro lo spillo. In. Out. Out. Out. Blackout», «Le foglie sfogliano. Oggi comincio a marcire. Chiudo gli occhi per morire», «pancia flap, pancia flop picchia pac nella piscina».

Ripetitive, scarne o sovrabbondanti, le parole, tuttavia, non confortano, perché non permettono di evadere dall’orrore. L’immaginazione si accende per contatto, come in un puzzle. Il pensiero non conosce i salti e le altezze delle metafore, e le poche davvero funzionanti sono quelle in cui letteralità e alterità coincidono perfettamente, come nelle fiabe. Ecco, dunque, Peach, ragazza vegetariana, identificarsi completamente nel suo nome: sentire l’oltraggio sul suo corpo con la ripugnanza per un frutto marcio, la vulnerabilità della sua carne come una polpa in disfacimento. L’uomo che la perseguita è invece coerentemente una salsiccia, e tutto in lui partecipa di questa qualità disgustosa: le dita, la bocca, l’odore. Accanto a Peach si muovono personaggi altrettanto favolistici: Green (letteralmente “verde”), il ragazzo che sa proteggerla come un albero, Jelly Baby, il fratellino gelatina, dolce e morbido, a cui spesso la ragazza si rivolge per distrarsi dai genitori, affettuosi, ma irritanti nella loro gioiosa esuberanza sessuale.

Se la semplicità della sua vita diventa improvvisamente asfittica, Peach sogna di riappropriarsi di se stessa respirando in un altro elemento. Al contatto con il suo corpo rigonfio – ché così vistosamente ha reagito alla violenza – anche l’acqua della piscina s’intorbida perdendo le sue proprietà rigeneranti e aggravando la sofferenza. Le pagine più fortemente oniriche sono, dunque, proprio quelle acquatiche, in cui in diversi momenti l’autrice raggiunge l’apice della tensione emotiva, mostrando che la redenzione è impossibile. Come in un strano liquido amniotico, Peach si accorge di aver inquinato, lei stessa, la distinzione tra bene e male, per aver respinto il ruolo di vittima: «più che prendersi un pezzo di me, è lui che mi ha dato un pezzo di sé, di gran lunga». Solo con questa frase, lapidaria e omissiva, Peach riesce a descrivere quello che le è successo.

Senza che la parola stupro venga mai pronunciata, Emma Glass indaga con acuta sensibilità le devastazioni del corpo e della mente. Così facendo ci regala un libro inquietante, eppure, a suo modo salvifico. Una storia che, a dispetto della sua brevità, ci invita a riletture multiple, e facendoci inciampare su ogni singola parola, ci costringe ogni volta a meditare.

@teref18

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Emma Glass, La carne , trad. di Franca Cavagnoli, Il Saggiatore, pagg. 114, € 17. Glass sarà oggi alle 18 al Base, via Bergognone 34, Milano

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