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L’infallibile mira di Ljudmila

di Adriana Castagnoli

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 Pavličenko all’inizio del 1943, Sebastopoli

4' di lettura

In questa autobiografia Ljudmila Pavličenko narra il coraggio, la solitudine e le scelte ineludibili di chi non accetta il sopruso.

Nel giugno 1941 la Romania affiancò la Germania nazista nell’attacco all’Unione Sovietica. All’inizio della guerra l’Urss perse i porti più importanti sul Mar Nero: Odessa, Novorossijisk, Nikolaev e Sebastopoli caddero una dopo l’altra. Sebastopoli, rasa al suolo come lo era stata quasi un secolo prima, soccombette dopo un assedio che durò circa un anno. Tanto le potenze dell’Asse quanto i sovietici perseguirono politiche di pulizia etnica e di genocidio. Le forze tedesche e rumene occuparono il litorale nord occidentale del Mar Nero, inclusa la città di Odessa, centinaia di migliaia di ebrei vennero trasferiti nei campi di concentramento della Transnistria. Dopo la resistenza di Stalingrado i porti furono rapidamente riconquistati dai sovietici. Odessa cadde nell’aprile 1944. Stalin trasferì Tatari, Greci, Bulgari, Armeni “collaborazionisti”, mentre una tragedia simile sconvolgeva il Caucaso nord-orientale e quello settentrionale dove i popoli di lingua turca furono deportati nell’Asia centrale. Come ha ricostruito lo storico Charles King, il tumulto della guerra lasciò il posto a una pace precaria perpetuando il contrasto strategico tra la costa settentrionale e la costa meridionale del Mar Nero che durava da secoli. Il destino post-bellico dell’Europa orientale fu tracciato a Jalta, nel febbraio 1945, da Churchill, Roosevelt e Stalin che concordarono di riorganizzare politicamente la regione secondo quelle che sarebbero divenute le sfere d’influenza di Mosca e dell’Occidente.

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Ljudmila, nel gennaio 1941, superò brillantemente gli esami del quarto anno alla facoltà di Storia. Le fu offerta un’opportunità di trasferta di quattro mesi a Odessa nel ruolo di ricercatrice. Così partì, pensando che lì avrebbe potuto dedicarsi più facilmente alla stesura della sua tesi di laurea.

Il 22 giugno, alle quattro del mattino la Germania attaccò l’Unione Sovietica. Ljuda corse ad arruolarsi come volontaria nell’Armata Rossa. Malgrado avesse esibito il suo attestato di tiratore scelto dell’Osoaviachim di Kiev, i super cecchini che dovevano servire nell’Armata Rossa, subì commenti sarcastici sulle donne che volevano fare i soldati. La guerra mostrava la natura profonda delle persone. «Codardi e furfanti - annotava - commettono le azioni più orrende. I buoni, i coraggiosi e gli onesti compiono grandi imprese/…/ Gli abusi crudeli dei vincitori su mogli, sorelle e figlie dei vinti è una tradizione che risale alle tribù primitive. Le donne erano considerate alla stregua di bottino di guerra e il destino che le attendeva era tutto fuorché invidiabile. Avevo letto di queste atrocità nei resoconti storici, ma non pensavo che la cosiddetta “Europa civilizzata” avrebbe portato questa barbara usanza nella nostra terra».

L’Armata Rossa tenne la linea a Odessa per oltre due mesi poi, in ottobre, si ritirò a Sebastopoli, fondata da Caterina la Grande. Per un cecchino colpire il bersaglio era solo metà del lavoro. L’altra metà era tornare sano e salvo alla propria unità. Ma essere un cecchino donna implicava un di più di pianificazione finale per non cadere nelle mani del nemico. «Dopotutto, né i russi né tantomeno i tedeschi prendevano prigionieri i cecchini. Li facevano fuori sul posto. Per le donne esisteva una variante: lo stupro di gruppo. Pertanto, facevi rotolare la granata ai piedi del nemico, sparavi sette proiettili … a chi si avvicinava troppo e tenevi l’ottavo per te».

Ljuda era diffidente verso ogni propaganda e manipolazione. L’abbandono di Sebastopoli da parte delle forze sovietiche l’amareggiò. «Nessun rapporto menzionava che, all’inizio del luglio 1942, circa 80.000 difensori della città /…/ erano stati fatti prigionieri dai nazisti. La tragedia della Grande Guerra patriottica fu messa a tacere per molto tempo.” Sognava di dedicarsi a studiare la storia della sua Ucraina, divenne ella stessa suo malgrado un mezzo della propaganda.

Il presidente americano Franklin D. Roosevelt invitò una delegazione di due o tre studenti sovietici , che avessero preso parte ai combattimenti, a partecipare a un’assemblea internazionale studentesca che si sarebbe svolta a Washington nel settembre 1942. Ljuda fu scelta per la missione insieme ad alcuni compagni, fra cui Vladimir Pčelincev. “In quel momento - ricorda - ci scambiammo sguardi non troppo amichevoli. Nel 1942, per i cento crucchi che aveva fatto fuori sul fronte di Leningrado, Vladimir era diventato il primo cecchino dell’Urss a ricevere il titolo di Eroe dell’Unione Sovietica. Io, nell’autunno del 1941, per i cento rumeni ammazzati nei dintorni di Odessa, avevo ricevuto un svt-40 con dedica. Lui, in dodici mesi di servizio, era stato promosso tre volte: sottotenente, tenente e primo tenente, mentre ora il suo bottino ammontava a 154 fascisti. Io, che prestavo servizio dal giugno dell’anno precedente e avevo 309 nazisti morti in conto, avevo ottenuto solo il grado di sottotenente dal benevolo Ivan Efimovič».

Pregiudizi e stereotipi sulle donne l’accolsero anche durante la visita in America. Davanti a una platea di giornalisti, si rese conto che gran parte delle domande era per lei: «Mi vennero in mente per qualche motivo gli “attacchi psicologici” rumeni e tedeschi/…/Lì provavano a fare all’incirca la stessa cosa: scioccarci, costringerci a dire qualcosa che andasse oltre i limiti ufficiali, gettare coloro che parlavano sotto una cattiva luce, ridere di loro».

Dopo la guerra, il nuovo paradigma tecnologico parve distruggere anche il suo mondo di cecchino. “cecchino. «Il ministero della Difesa credeva che l’impiego della bomba atomica avrebbe risparmiato agli eserciti di scontrarsi con il nemico sul campo di battaglia. Un’esplosione termonucleare avrebbe lasciato dietro di sé solo un arido deserto, i tiratori scelti non avrebbero più avuto nessuno a cui sparare e il nemico si sarebbe dissolto nella polvere».

La cecchina dell’Armata Rossa

Ljudmila Pavličenko

Traduzione di Kollektiv Ulyanov

Odoya, Città di Castello,
pagg. 320, € 24

Riproduzione riservata ©

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