festival del cinema

L’infinito di Andersson è limitato

Il regista svedese aveva conquistato il Leone d’oro nel 2014 con lo humor nero del “Piccione”. Ora ritenta la stessa operazione con un’opera a quadri, surreale, che non ha la stessa forza del precedente

di Cristina Battocletti


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Una scena di “Sull’infinito” di Roy Andersson (Italy Photo Press)

2' di lettura

Nel 2014 Roy Andersson aveva conquistato parte del festival di Venezia con “Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza”. Tanto che una giuria assai intelligente gli aveva conferito il Leone d’oro, facendo infuriare la metà (o forse più) degli spettatori, che non avevano capito lo humor dissacrante del regista svedese.

Andersson è tornato in concorso alla 76esima edizione della Mostra con “Sull’infinito”, una pellicola per quadri, molto pittorica, proprio come la precedente (in cui era chiara la citazione di Edward Hopper).
Anche “Sull’infinito” - che inizia con due buffi e improbabili innamorati sospesi nel cielo sopra la città di Colonia distrutta dai bombardamenti - ha diviso la platea tra i fan di sempre e chi aspettava ansiosamente il suo nuovo lavoro e non vi ha trovato la forza del primo.

Una scena di “Sull’infinito” di Roy Andersson (Italy Photo Press)

Nel film gli attori con la faccia coperta di biacca si interrogano sul significato della vita con il tocco surreale che caratterizza la filmografia del regista svedese, classe 1942, capace di irridere e anche di omaggiare vette e bassezze del genere umano.
Andersson racconta un sacerdote che ha perso la fede e si rivolge a un medico, che tiene soprattutto a rispettare gli orari di ricevimento; un uomo maturo, che si rode, rancoroso delle fortunate sorti di un ex compagno di classe; un trio di ragazze che ballano fuori da un caffè, davanti alla fissità degli astanti; un Hitler alla fine del suo scellerato impero; un padre che allaccia la scarpa sotto la pioggia alla figlia; un esercito fatto prigioniero dai nemici.

Banalità e bellezza, grandezza e piccineria sono illuminate e spesso irrise dal regista che mette a rilievo la nostra mediocrità di uomini, non senza averci ricavato dell’umorismo. La fotografia di Gergely Pelos è notevolissima, ma l’impressione è che Andersson si sia fatto prendere la mano dall’entusiasmo riscosso con la pellicola precedente, senza mantenerne unicità e originalità.

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