La corsa dei prezzi

L’inflazione alimentare e lo spettro di una crisi globale

La FAO nei giorni scorsi ha suonato la campanella d'allarme, definendo il rally attuale dei prezzi molto pericoloso per i Paesi poveri importatori netti

di Marcello Minenna*

(terovesalainen - stock.adobe.com)

7' di lettura

Nel 2021 i prezzi dei beni alimentari primari hanno accelerato la loro corsa: oramai siamo al 12° mese consecutivo di rialzi sostenuti ed il trend appare in costante peggioramento. L'indice benchmark della Food and Agriculture Organization (FAO, Food Price Index FPI) che tiene traccia dei prezzi sui principali mercati mondiali ha registrato un +35% da maggio 2020 (cfr. Figura 1).

L'indice FPI ha raggiunto i livelli elevati caratteristici delle gravi crisi alimentari del passato (2007-2008 e 2012-2014). La spinta, prima limitata ai prezzi degli oli vegetali (tra cui l'olio di palma) e dei cereali, ora ha coinvolto lo zucchero, la carne ed i prodotti caseari. Fortunatamente il prezzo del riso, che è una delle fonti primarie di calorie nei Paesi in via di sviluppo, non sta subendo (per ora) pressioni al rialzo.La FAO nei giorni scorsi ha suonato la campanella d'allarme, definendo il rally attuale dei prezzi molto pericoloso per i Paesi poveri importatori netti, soprattutto quelli dipendenti dal turismo internazionale, un settore ancora fortemente bloccato dalla pandemia. La “bolletta alimentare” globale data dai costi delle importazioni – inclusi i costi di trasporto via mare in forte ascesa – quest'anno dovrebbe raggiungere il valore record assoluto di 1.715 miliardi di $, in crescita del 12% dal 2020.

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VARIAZIONE % DEL FOOD PRICE INDEX (FPI) E DELLE SUE COMPONENTI

Livello iniziale Fpi: gennaio 2000 (Fonte: Fao, Food Prices and Monitoring Analysis)

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L'impatto della pandemia sui prezzi del cibo
Dopo anni di relativa stabilità, l'esplosione della crisi pandemica ha provocato in una prima fase (febbraio-maggio 2020, cfr. Figura 2) una violenta caduta dei prezzi dei beni alimentari prendendo in contropiede le previsioni degli esperti che vaticinavano un immediato effetto inflazionistico dovuto alle interruzioni/ritardi sulle catene logistiche di approvvigionamento.
A sorprendere gli analisti è stata la resilienza del sistema di distribuzione delle merci, che si è rivelata maggiore del previsto, mentre si è sottovalutato lo shock deflazionistico causato dalla caduta della domanda globale a seguito dei lockdowns generalizzati. Il crollo del prezzo del petrolio è risultato determinante in questa prima fase perché ha de facto cancellato la domanda di combustibili alternativi basati su oli vegetali (barre azzurre).
Con la riapertura graduale delle principali economie mondiali, il trend discendente si è rapidamente invertito per quasi tutte le principali commodities e già ad ottobre dello scorso anno il calo dei prezzi era stato riassorbito. Fa eccezione la carne (barre verdi) che ha sofferto maggiormente della riduzione del potere d'acquisto subìto da vaste fasce di consumatori a causa della recessione economica e della disoccupazione crescente.
Complessivamente, il rialzo dei prezzi ha preso forza negli ultimi mesi del 2020 estendendosi dagli oli vegetali ad altre fasce di prodotti alimentari più importanti per il consumo umano, come i cereali (barre gialle) e lo zucchero (barre arancioni). Insieme alla rapidità di incremento, ciò che preoccupa i governi mondiali è la possibile persistenza del fenomeno ben oltre il 2021. Infatti i cambiamenti imposti della pandemia nel comportamento dei consumatori e dei principali operatori del mercato potrebbero durare a lungo.

VARIAZIONE % DEL FOOD PRICE INDEX (FPI) E DELLE SUE COMPONENTI

Livello iniziale Fpi: dicembre 2019 (Fonte: Fao, Food Prices and Monitoring Analysis)

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Perché i prezzi del cibo stanno crescendo
I fattori che stanno determinando l'accelerazione dei prezzi sono molteplici.
In primis prosegue la forte pressione alla ricostituzione delle scorte da parte delle grandi economie emergenti: Cina, India, Brasile. La Cina in particolare ha accresciuto le proprie richieste su tutto lo spettro dei beni acquistabili. Le importazioni cinesi di mais dagli USA sono più che quadruplicate in 12 mesi da 7 a 30 milioni di tonnellate ed il governo ha aumentato le richieste per il 2022. Una quota significativa di riserve era stata utilizzata durante la prima fase critica della pandemia tra gennaio e marzo 2020 per ridurre l'impatto potenzialmente incontrollato della crescita dei prezzi. Nei mesi successivi, Pechino ha avviato un piano aggressivo di ricostituzione delle scorte che ha coinvolto soprattutto il settore dell'allevamento e quello dei cereali utilizzati per l'alimentazione animale, fortemente colpiti dalla peste suina africana.

Sono raddoppiati anche gli ordini di grano da parte dei principali importatori (Egitto, Indonesia, Turchia); sempre più spesso si registra l'implementazione di una policy prudenziale influenzata dalle precedenti esperienze di crisi e dalla pandemia. Diversi governi dei Paesi emergenti (solo pochi giorni fa si è aggiunto il Pakistan) stanno lavorando alla costituzione di vere e proprie scorte alimentari strategiche, in analogia con quanto accaduto dopo le crisi petrolifere globali degli anni '70 e quelle valutarie degli anni '90 in Asia.Poi c'è il fattore clima: il meteo molto secco nelle fasce temperate tipico dei periodi in cui predomina il fenomeno della Niña (un raffreddamento ciclico delle acque superficiali nell'oceano Pacifico), sta contribuendo al razionamento dell'offerta di commodities alimentari, in special modo di grano. La siccità ha colpito i raccolti in tutto il mondo, specialmente nel Sud America, più esposto al rischio climatico; tuttavia anche la Russia sta subendo conseguenze significative.A ciò si sovrappone un problema di distribuzione logistica che sta esplodendo: negli ultimi 6 mesi il costo del trasporto merci via mare è salito del 547% mentre i tempi medi di attesa per il trasporto trans-oceanico sono passati da 14 a 33 giorni. Le prospettive di ulteriori rialzi dei prezzi a breve termine hanno attirato infine gli “squali” dell'ecosistema finanziario: hedge funds e altri speculatori hanno iniziato ad alimentare il rally nella seconda metà del 2020. A maggio 2021, le posizioni “lunghe” nette in futures e opzioni su mais e soia erano ai a livelli record dal 2013. Il governo cinese ha annunciato una politica di “tolleranza zero” con sanzioni penali severe nei confronti degli speculatori sui mercati agro-alimentari locali.

Il rischio di una crisi alimentare globale
Per capire se l'attuale forte ascesa dei prezzi può mettere a rischio la sicurezza alimentare globale, occorre concentrarsi sulle categorie di prodotti “sensibili” da cui viene ricavata la maggior parte delle calorie per il consumo umano. La più importante è quella dei cereali (cfr. Figura 3): secondo la FAO mediamente nel mondo circa 1.250 calorie giornaliere vengono ricavate dal consumo di cereali su 2.900 totali (il 43%). Nei Paesi in via di sviluppo ovviamente questo dato è più alto, arrivando a sfiorare il 56%.

MONDO - CALORIE GIORNALIERE DERIVANTI DAL CONSUMO DI CEREALI

Dati in % (Fonte: Fao)

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Non tutti i cereali sono ugualmente importanti per l'alimentazione umana: i 2/3 delle calorie vengono fornite da soltanto due tipologie, il riso ed il grano. Segue con un forte distacco il mais, da cui si ricava solo il 12% delle calorie nonostante la produzione in milioni di tonnellate metriche sia in assoluto la più elevata (cfr. Figura 4) e doppia rispetto a quella di riso. È evidente dunque che gran parte di questa produzione sia destinata al consumo animale piuttosto che umano.

CEREALI - PRODUZIONE ANNUA

Dati in milioni di tonnellate metriche (Fonte: Fao)

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Nel 2007-2008, la più grave siccità del XXI secolo fece balzare i prezzi di tuti i cereali a livelli record (cfr. di nuovo Figura 1), innescando rivolte alimentari in numerosi paesi africani. Nel 2010 il divieto di esportazione di grano da parte della Russia portò al più grave evento mai registrato di food inflation che funse da innesco ai sommovimenti sociali in Medio Oriente precedenti la “Primavera Araba”.

Se guardiamo a queste precedenti crisi alimentari corrispondenti ai picchi dell'indice FPI, si nota (cfr. Figura 5) come siano caratterizzate da tassi di incremento eccezionalmente alti dei prezzi dei cereali di base. In particolare, una crisi globale appare quasi certa se il prezzo del riso (barre rosse) e quello del grano (barre blu) crescono all'unisono. Per ragioni climatiche e di diversificazione geografica questo accade di rado ed in genere gli andamenti della produzione e dei prezzi di riso e grano appaiono disaccoppiati, consentendo alle fasce di popolazione più povere strategie di “compensazione” alimentare.

TASSI DI INCREMENTO A 12 MESI DEI PREZZI DEI CEREALI

Dati in % (Fonte: Fao, Food Price Monitoring Analysis)

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In questa prospettiva la situazione attuale sembra relativamente tranquilla in termini di sicurezza alimentare, dato che il prezzo del riso nell'ultimo anno è rimasto grosso modo costante a fronte di aumenti rilevanti per tutte le altre tipologie di cereali.
Resta comunque una forte vulnerabilità di fondo che è fonte di preoccupazione: se si osserva bene, anche nella gravissima crisi del 2007-2008 in una fase iniziale il prezzo del riso era in controtendenza mentre gli altri cereali sperimentavano una prima serie di forti rialzi. In un secondo momento la crisi si estese anche a questa commodity facendo precipitare i Paesi importatori più esposti in guai molto seri.

Il protezionismo sui mercati agricoli internazionali avanza
Dall'esperienza storica impennate così ripide dei prezzi possono causare la proliferazione rapida di misure protezionistiche, come già successo prima della grave inflazione del 2010-2012. In quel caso, si è stimato che il 45% dell'incremento dei prezzi del mais ed il 30% di quelli del grano sia dipeso da politiche commerciali di stampo protezionistico. In particolare la crisi prese avvio con il provvedimento di interruzione delle esportazioni di grano da parte del governo russo del 2010.La storia non si ripete ma fa rima. A dicembre 2020 il governo russo ha introdotto una tassa flat sull'esportazione di grano (di cui è il principale esportatore mondiale) di 30 $ a tonnellata ed una quota massima di esportazione di 17,5 milioni di tonnellate annue su grano, mais, orzo e segale. L'obiettivo è quello di privilegiare l'approvvigionamento del mercato interno, dove i prezzi di “prodotti socialmente importanti” tra cui figurano zucchero ed olio di girasole saranno soggetti a calmieramento. A giugno 2021 il ministro dell'Economia ha minacciato ulteriori restrizioni che potrebbero includere divieti di esportazione ed aliquote maggiori su altri beni alimentari.Nel frattempo l'Argentina, che a gennaio aveva contingentato l'esportazione di mais a 30.000 tonnellate al giorno per garantire il sostegno al mercato interno, ha bloccato l'esportazione di carne per almeno un mese a fronte di costi insostenibili per i consumatori domestici.In definitiva, la ripresa economica globale è sempre più convinta ma porta con sé degli “effetti collaterali” che iniziano a diventare rilevanti ed è bene non sottovalutare.

* Direttore Generale dell'Agenzia delle Dogane e Monopoli
@MarcelloMinenna
Le opinioni espresse sono strettamente personali

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