analisiLO SCENARIO

L’inflazione in Europa e le scelte sul Qe

di Maximilian Cellino

3' di lettura

«A medio lungo termine, durevole, sostenibile e diffusa nell’intera Eurozona». È probabile che due settimane fa, indicando la quarta e ultima condizione che si deve verificare per l’inflazione prima che la Bce possa ridurre la propria politica monetaria ultra-espansiva, Mario Draghi avesse ben in mente la situazione italiana. Ed è altrettanto probabile che i dati relativi ai prezzi dell’Eurozona pubblicati negli ultimi giorni abbiano dato una mano al numero uno dell’Eurotower nel difendere il «suo» piano di riacquisti, almeno nell’immediato.

Quello 0,9% fatto segnare a gennaio dall’inflazione nel nostro Paese stona infatti non poco rispetto all’1,9% della Germania, all’addirittura 3% della Spagna ed è esattamente la metà rispetto a quanto registrato nello stesso periodo nell’area euro nel complesso: abbastanza appunto per giustificare che il quantitative easing possa continuare quest’anno e forse anche il prossimo, come ritiene ancora la maggior parte degli economisti. Viene però da chiedersi per quanto tempo ancora Draghi riuscirà a respingere gli assalti dei «falchi» tedeschi (e non solo), che diventeranno sempre più agguerriti quando nei prossimi mesi l’asticella del 2% sarà verosimilmente oltrepassata.

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Se l’Italia dovesse essere l’unica a restare indietro sulla dinamica dei prezzi (al momento soltanto Cipro e la Grecia fanno peggio di noi nell’Eurozona) il board Bce si troverebbe di fronte a una decisione complicata perché diventerebbe davvero difficile giustificare una politica monetaria così espansiva. E di quel piano di riacquisti che ha compresso i rendimenti, garantendo così maggiori margini di manovra dal lato fiscale, il nostro Paese ha un terribile bisogno, a maggior ragione adesso che l’Unione europea chiede ulteriori aggiustamenti sui conti pubblici.

Il fatto che l’Italia arranchi dietro al resto d’Europa sui prezzi, oltre che sulla crescita, potrà forse alleviare nel presente e nell’immediato futuro l’impatto sui bilanci delle famiglie (anche se le associazioni dei consumatori hanno alzato gli scudi di fronte al dato pubblicato due giorni fa), ma porta con sé anche conseguenze decisamente meno favorevoli. Rende anzitutto più complicato contenere quel debito pubblico di cui si parlava poco fa e che viaggia al 133% del Pil, ed è inoltre a sua volta la conseguenza della debolezza che attanaglia il nostro mercato del lavoro, dove la crescita asfittica e la disoccupazione sempre elevata impediscono la crescita dei salari.

Quest’ultima, purtroppo non è una complicazione da poco in Italia perché, come nota Fabio Balboni di Hsbc, con un avanzo delle partite correnti già sui livelli massimi dagli anni 60 (quindi difficilmente migliorabile) e consumi privati che valgono i due terzi del Pil «la via principale per promuovere la crescita sta nell’aumentare il potere d’acquisto delle famiglie». Negli ultimi tre anni il calo dei prezzi dei prodotti energetici ha permesso un incremento dei salari almeno su base reale, ma adesso questo effetto è destinato a svanire e, se si considera che nel frattempo la produttività delle imprese italiane non è affatto cresciuta (e quindi difficilmente gli stipendi potranno aumentare), si rischia di alimentare ancora di più un circolo vizioso già ben presente.

In uno scenario simile, il fatto che la Bce possa ridurre l’essenziale sostegno a causa dell’inflazione che si risveglia negli altri Paesi appare davvero una beffa. «Draghi probabilmente manterrà lo stimolo monetario anche nel 2018 - sostiene Balboni - ma soltanto perché la fiammata dei prezzi europei è legata al petrolio e quindi si rivelerà temporanea». Il temuto tapering non sembrerebbe quindi imminente, ma prima o poi diverrà realtà: a quel punto farsi trovare impreparati sarebbe davvero una sciagura.

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