Opinione

L'ingegneria finanziaria al servizio della lotta contro le mafie

Eurispes in un suo recente rapporto quantifica il valore complessivo dei beni ed attività sequestrati e confiscati alle mafie a 32 miliardi di € a fine 2019; solo negli ultimi 5 anni sono stati sequestrati 20 miliardi

di Marcello Minenna*

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(AdobeStock)

Eurispes in un suo recente rapporto quantifica il valore complessivo dei beni ed attività sequestrati e confiscati alle mafie a 32 miliardi di € a fine 2019; solo negli ultimi 5 anni sono stati sequestrati 20 miliardi


6' di lettura

La lotta all'illegalità ed alle mafie spesso si gioca sul piano economico, andando a colpire il patrimonio delle società criminali. Si tratta di una strategia da sempre vincente, perché toglie “benzina” alla criminalità intaccandone il potenziale di influenza sul territorio e la capacità di rigenerarsi anche dopo duri colpi tesi a “decapitare” le organizzazioni. Quest'attività di contrasto alle mafie ha un valore preciso, e di tutto rispetto. Eurispes in un suo recente rapporto quantifica il valore complessivo dei beni ed attività sequestrati e confiscati alle mafie a 32 miliardi di € a fine 2019; solo negli ultimi 5 anni sono stati sequestrati 20 miliardi.

Soltanto il 9% di questo “tesoretto” (circa 3 miliardi) è però in denaro contante, mentre i beni mobili valgono 4,3 miliardi. Il resto è rappresentato da immobili ed attività economiche, che per tornare realmente nelle disponibilità della società civile hanno bisogno di essere amministrati, bonificati, riconvertiti. Allo stato attuale, l'Agenzia Nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata (ANBSC) ha in gestione 18.300 immobili e 2.866 aziende (cfr. Figura 1). Si tratta di un patrimonio imponente che avrebbe bisogno di un'amministrazione coordinata stile holding, in grado di sfruttare le sinergie fra i settori industriali e commerciali coinvolti. L'ANBSC ha invece personale, risorse e poteri limitati che de facto impediscono di operare in maniera ottimale per una piena valorizzazione dei beni.

LE CONFISCHE ALLE MAFIE - 1
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Per quanto riguarda i beni immobili l'attività di confisca e ri-destinazione risulta ben avviata (cfr. Figure 2 e 3) - ancorché con oggettive difficoltà nelle realtà territoriali più problematiche - con la maggioranza degli immobili che viene devoluta agli enti locali per finalità sociali. Solo una frazione di beni viene liquidata sul mercato oppure rimane ferma nel patrimonio dello Stato.

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Per quanto riguarda la gestione delle imprese in confisca invece emergono diverse criticità. La strategia seguita fino ad oggi sembra sia stata incentrata più che altro sulla liquidazione e l'eliminazione delle aziende dal tessuto economico. Oltre il 95% delle aziende per le quali si è portato a compimento il processo gestorio è stata messa in liquidazione. Qual è il razionale? Si presuppone che le attività produttive sequestrate siano talmente “inquinate” dall'utilizzo di metodi illeciti (lavoro nero, scarsa sicurezza, appalti e commesse pilotate) e “drogate” da capitali provenienti da attività criminali da non potere sopravvivere all'interno dell'economia legale. Anzi, la loro eliminazione renderebbe il contesto produttivo più “sano”.

Eppure anche queste attività produttive hanno un valore di avviamento che non è sempre negativo: si tratta di imprese di costruzioni (24%), commercio (18%) o agricole (5%) che generavano reddito, indotto, occupazione. Per quanto inquinato dalla gestione criminale, questo valore aggiunto dovrebbe essere maggiormente tutelato nel rispetto del principio di restituzione alla collettività di quanto più possibile.

L'esperienza passata (testimoniata con diversi casi concreti dall'associazione Libera in questo report) ci insegna che è possibile bonificare e restituire attività produttive all'economia legale, generando valore per la società. Come recentemente ricordato dal procuratore Nazionale Antimafia e Antiterrorismo Federico Cafiero De Raho «Per le mafie la ricchezza è potere. La sottrazione dei beni provoca una reazione quindi è necessario un controllo serrato. Amministrare il bene confiscato non è sufficiente, va valorizzato. E per farlo è fondamentale la conoscenza del territorio».

In un simile contesto, non stupisce dunque il dato Eurispes che mette in evidenza come la gestione dei beni e delle attività sequestrate abbia prodotto nel tempo solo 58 milioni di € di utile, molto al di sotto del potenziale.

Una nuova strategia di valorizzazione del patrimonio gestito dovrebbe aggredire il problema in maniera duplice: da un lato - come suggerito dall'Eurispes nel 2019 - occorrerebbe potenziare la capacità di azione ed intervento dell'ANBSC trasformandola in ente pubblico economico tout court che possa agire in autonomia tramite schemi privatistici nella gestione del patrimonio confiscato. I nuovi strumenti normativi potrebbero consentire di avviare quella gestione stile holding articolata per settori di competenza, affidati a manager di comprovata esperienza, che è oltremodo necessaria.

Il lavoro della nuova holding sarebbe assimilabile ad un'attività di asset recovery analoga a quella di fondi di “private equity” internazionali che intervengono nel recupero e ripristino di attività con difficoltà produttive, finanziarie e legali. L'asset recovery è un'attività specialistica, ad alta intensità di capitali e competenze; in caso di successo però sono garantiti dei rendimenti molto elevati, che nel caso di specie non sarebbe trasferiti ad anonimi investitori privati ma restituiti de facto al tessuto economico nazionale.

Dall'altro lato, è evidente che il nuovo ente avrebbe bisogno di molte risorse, anche finanziarie, che non possono essere tutte fornite dall'amministrazione centrale. Bisognerebbe fare ricorso a capitali di mercato, ma a costi competitivi e con le dovute garanzie sul loro corretto impiego. Un uso intelligente dell'ingegneria finanziaria potrebbe venire in soccorso dell'ente e consentire l'accesso a quella vasta porzione di risparmio privato che al momento risulta “fermo” in conti correnti e depositi a vista.

Una proposta di ingegneria finanziaria per la gestione ottimale del patrimonio confiscato alle mafie

L'idea consisterebbe nel conferire il patrimonio confiscato in uno o più veicoli di proprietà pubblica che emettano titoli (strumenti finanziari atipici); questi titoli darebbero vari obblighi, diritti e facoltà ai partner industriali migliori offerenti. Innanzitutto, per quanto riguarda i beni immobili conferiti si dovrebbe prevedere necessariamente l'obbligo di ristrutturazione per destinarli agli impieghi stabiliti dalla holding pubblica.

Allo stesso modo, nel caso di attività produttive il partner sottoscrittore avrebbe l'onere di riconvertire e bonificare l'azienda fino a raggiungere standard di sicurezza e legalità necessari per essere presenti a pieno titolo sul mercato. Per entrambe le tipologie di assets, la concessione d'uso verrebbe definita dalla durata del titolo e si potrebbe prevedere un diritto di prelazione sull'acquisto alla scadenza dello strumento.

Tecnicamente lo strumento atipico si tradurrebbe dunque nella cartolarizzazione di un negozio ibrido comprensivo del binomio leasing immobiliare/concessione di impresa.

Ma la struttura dello strumento potrebbe offrire anche l'ulteriore beneficio per il sottoscrittore di finanziare l'operazione attraverso l'emissione di obbligazioni suddivise per tranche (Asset Backed Securities o ABS) ordinate per scadenza e rischiosità. Inoltre, per la tranche di mezzo (mezzanine) il detentore del titolo potrebbe accedere alla garanzia dello Stato a prezzi di mercato, estendendo così anche ai partner industriali l'applicazione di questo tipo di assicurazione finanziaria. Una simile ingegneria finanziaria consentirebbe di trasformare le tranche posizionate sopra la mezzanine in titoli di Stato sintetici se non addirittura meno rischiosi del BTP.

LO SCHEMA

LO SCHEMA

Quest'ultimo aspetto – prevedendo una segmentazione dei titoli per durata – potrebbe finalmente aprire l'investimento ai piccoli risparmiatori e coinvolgere così parte dell'enorme liquidità (oltre 1.200 miliardi di €) attualmente depositata nei conti correnti bancari e postali. Questi titoli avrebbero il potenziale per essere usati come collaterale delle operazioni di finanziamento del mercato interbancario.

L'aspetto social dell'attività di asset recovery delle imprese confiscate potrebbe essere enfatizzato da interventi collaterali che valorizzino come fonte primaria di occupazione la formazione dei lavoratori presenti sul territorio. Per incoraggiare l'aumento dell'offerta locale di forza lavoro, si possono mettere in cantiere progetti di sostegno sociale, come asili nido gratuiti, estensione degli orari scolastici, riorganizzazione del mercato degli affitti. Parimenti è ipotizzabile agire sulla riqualificazione urbana e ambientale per favorire un aumento permanente della qualità della vita percepita attraverso la creazione di aree verdi, piste ciclabili, aree pedonali.

Anche in tema di investimenti green (a cui verranno destinate il 37% delle risorse in arrivo con il varo del Recovery Fund europeo) si potrebbero impostare importanti linee di indirizzo su cinque direttrici: depuratori, eco-imprese, rifiuti, lotta ai cambiamenti climatici e al dissesto del suolo. La nuova holding avrebbe l'onere di varare una strategia agroalimentare che possa garantire sostenibilità della produzione e sicurezza dei prodotti alimentari (uso controllato e sostenibile dei pesticidi, adeguamento della legislazione sul benessere degli animali e sull'etichettatura degli alimenti, indicazioni nutrizionali specifiche per la salute). In modo trasversale, seguirebbero progetti legati alla sostenibilità ambientale: adeguamento tecnologico di vecchi sistemi industriali e situazioni di crisi.

Le casse dello Stato riceverebbero un immediato supporto finanziario da questa innovativa gestione del patrimonio confiscato alle mafie. Le entrate del veicolo derivanti dall'emissione degli strumenti finanziari atipici infatti potrebbero essere investite in titoli di Stato o direttamente distribuite al Tesoro/ente pubblico.

I veicoli a loro volta potrebbero essere conferiti a fondi di gestione accentrata le cui quote di investimento coinciderebbero con specifici comparti cui afferiscono le attività economiche. Lo Stato/ente pubblico otterrebbe così un controllo accentrato e più efficiente delle partecipazioni detenute nei vari veicoli e l'eventuale incasso anticipato - grazie alla vendita sul mercato delle quote del fondo - del valore delle attività produttive alla scadenza del titolo.La scommessa di questa svolta verso una gestione moderna e flessibile dei beni sequestrati alle mafie è in fondo quello di declinare la remunerazione del capitale investito in una prospettiva di sostenibilità sociale. Si può fare? Io credo di sì.

*Direttore Generale dell'Agenzia delle Dogane e dei Monopoli
@MarcelloMinenna

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