lettera da londra

L’Inghilterra ha riscoperto Natalia Ginzburg

La Daunt Books e diversi scrittori britannici ripropongono i maggiori lavori dell’autrice, che nella capitale visse due anni

di Tommaso Munari

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La Daunt Books e diversi scrittori britannici ripropongono i maggiori lavori dell’autrice, che nella capitale visse due anni


4' di lettura

Nella primavera del 1959 Natalia Ginzburg si trasferì a Londra, dove il marito, l’anglista Gabriele Baldini, era stato chiamato a dirigere l’Istituto italiano di cultura. Si stabilì al numero 13 di South Terrace, un’elegante strada di Kensington, a pochi passi dal museo Victoria and Albert. Durante il suo soggiorno nella capitale britannica, ricevette la visita di alcuni amici italiani, come Delio Cantimori e Lalla Romano, e si tenne in corrispondenza con altri, fra cui Italo Calvino e Luciano Foà. Sul piano della creazione letteraria, fu un periodo fecondo. Scrisse alcuni reportage per «Il Mondo» (La Maison Volpè, Elogio e compianto dell’Inghilterra), un saggio per «Nuovi Argomenti» (Le piccole virtù) e uno dei suoi romanzi più famosi (Le voci della sera), che Calvino lodò per il senso delle storie familiari, il rigore della narrazione e l’approfondimento geografico: «Questo Piemonte, ora che ne sei lontana – le scriveva il 12 maggio 1961 –, mentre prima sempre lo sfumavi e lo genericizzavi, ora ti esce fuori da tutti i pori».

Sebbene dopo due anni di vita londinese avesse maturato una sorta di insofferenza per il cibo insulso e monotono, l’odore di polvere e carbone e la profonda malinconia dei suoi abitanti («l’Inghilterra non mi rivedrà più per un pezzo», scriveva a Calvino alla vigilia del suo ritorno in Italia, il 23 maggio 1961), era rimasta impressionata positivamente da alcuni caratteri del popolo inglese: la civiltà, il buon governo, il rispetto del prossimo e l’ospitalità: «È un paese – affermava sessant’anni prima della Brexit – che si è dimostrato sempre pronto ad accogliere gli stranieri» (Elogio e compianto dell’Inghilterra). Ma la sorpresa più grande fu letteraria. Sul banco di una libreria scovò i romanzi di Ivy Compton-Burnett, cominciò a leggerli e se ne innamorò perdutamente.

A Foà, che a nome di Giulio Einaudi le aveva chiesto di segnalargli le novità editoriali più interessanti, nei primi mesi del 1960 la Ginzburg raccomandò a più riprese le opere di questa scrittrice «strana e divertente», con un modo tutto suo di far vivere il lettore «in mezzo a certi grovigli famigliari». Dei suoi romanzi, «tutti a dialoghi, dove l’azione viene fuori a strappi, tra una battuta e l’altra», consigliò, nell’ordine, Mother and Son (1955), A House and Its Head (1935), Manservant and Maidservant (1947) e Elders and Betters (1944). La sua infatuazione per la loro autrice («avrei voluto, per un attimo, esistere nel campo del suo sguardo», scrisse nel necrologio che le dedicò sulla «Stampa» il 7 dicembre 1969) era così profonda che si candidò come sua traduttrice e si prefisse di invitarla a cena. Non fece né l’una né l’altra cosa, ma da allora i suoi romanzi divennero per lei un modello di stile letterario.

Per una felice coincidenza, oggi, mentre i lettori italiani stanno riscoprendo i libri di Ivy Compton-Burnett grazie alla casa editrice Fazi (a Più donne che uomini, uscito nel 2019, e al Capofamiglia, fresco di stampa, seguiranno presto altri titoli), quelli inglesi stanno facendo altrettanto con Natalia Ginzburg. Il merito diretto di questa riscoperta spetta alla Daunt Books, costola editoriale della più raffinata catena di librerie di Londra. Quello indiretto è di Elena Ferrante, il cui successo internazionale ha riacceso l’attenzione dei lettori stranieri sulla narrativa italiana del Novecento, specialmente quella femminile, come dimostrano sia le traduzioni di Deviazione di Luce d’Eramo (di Anne Milano Appel, Pushkin, 2018) e L’isola di Arturo di Elsa Morante (di Ann Goldstein, Pushkin, 2019); sia la pubblicazione del sorprendente Penguin Book of Italian Short Stories (2019), nel quale la curatrice, Jhumpa Lahiri, ha incluso ben undici racconti di scrittrici, tra cui l’acerbo e crudele My Husband di Natalia Ginzburg.

Per il rilancio dei suoi libri sul mercato britannico, Daunt Books ha fatto ricorso a vecchie e nuove traduzioni, ideato originali copertine caleidoscopiche e affidato il compito di presentarli ai più noti romanzieri inglesi. Ognuno di loro ha ritrovato nella Ginzburg un pezzetto di sé. A cominciare da Tim Parks, il quale rintraccia in Lessico famigliare (Family Lexicon, trad. e note di Jenny McPhee, 2018) una conferma letteraria di ciò che ha appreso e scritto sul nostro Paese nel corso di oltre trent’anni: la natura intimamente relazionale dell’identità degli italiani. Da parte sua Rachel Cusk vede nell’autrice delle Piccole virtù (The Little Virtues, trad. di Dick Davis, 2018) una maestra di oggettività e distanziamento e un’interprete sensibile di questioni a lei care, come il rapporto fra scrittura e maternità o, più in generale, fra narrazione e sé. Presentando Le voci della sera (Voices in the Evening, trad. di D. M. Low, 2019), Colm Tóibín inserisce invece Natalia Ginzburg in una costellazione di scrittrici di lingua inglese alle quali lui stesso è debitore: Katherine Mansfield, Elizabeth Bowen e Muriel Spark (ma dimentica di nominare la stella alfa: Ivy Compton-Burnett). Claire-Luise Bennett, infine, si sofferma sulla vocazione letteraria urgente e impetuosa che sente palpitare in ogni parola di Caro Michele (Happiness, as Such, trad. di Minna Zallman Proctor, 2019), anche la più ordinaria e domestica.

Qualche fedele lettore di Natalia Ginzburg potrebbe giudicare troppo disinvolte le interpretazioni proposte da questi romanzieri, ma sbaglierebbe a liquidarle in modo frettoloso e sommario. Non solo perché essi ci rivelano il respiro internazionale di questa scrittrice, ma perché, avvicinandola a sé, la avvicinano al pubblico inglese. E se è vero che nessuno di loro coglie pienamente il sottile passaggio dal neorealismo alla narrativa borghese che si compie nelle sue opere, né afferra del tutto quel particolare movimento della storia che si nasconde nel suo “lessico famigliare”, è altrettanto vero che grazie a queste quattro traduzioni la sua voce di scrittrice giunge ai lettori inglesi «con assoluta chiarezza tra i veli del tempo e della lingua» (Rachel Cusk), mentre i suoi libri tornano a luccicare nelle vetrine di quei viali dove mezzo secolo fa, spiando i passi delle vecchine a passeggio, sognò di imbattersi in Miss Compton-Burnett.

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