Mind The economy

L’ingiustizia oltre la gratuità. Perché la disuguaglianza ci fa male

Le società con maggiori disparità nella distribuzione dei redditi tendono ad avere un'aspettativa di vita inferiore e più elevati tassi di mortalità infantile

di Vittorio Pelligra

(Adobe Stock)

6' di lettura

«È uno straordinario paradosso il fatto che, all'apice dei successi materiali e tecnici della nostra specie, ci troviamo ansiosi, inclini alla depressione, preoccupati per come gli altri ci vedono, insicuri delle nostre amicizie, spinti a consumare troppo e privati dell'indispensabile vita comunitaria. In mancanza del necessario contatto sociale e della soddisfazione emotiva che ne deriva e di cui tutti abbiamo bisogno, cerchiamo conforto nell'eccesso di cibo, negli acquisti e nelle spese ossessive, o diventiamo preda di alcol, sostanze psicoattive e altre droghe».

Le disuguaglianze fanno male

Inizia così La misura dell'anima (Feltrinelli, 2009) il libro che gli epidemiologi inglesi Richard Wilkinson e Kate Pickett hanno dedicato all'esplorazione degli effetti sociali e sanitari della disuguaglianza.

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Dalla loro accurata indagine emerge in modo chiaro che le società caratterizzate da maggiori disparità nella distribuzione dei redditi tendono ad avere un'aspettativa di vita inferiore e più elevati tassi di mortalità infantile, maggiore incidenza delle malattie mentali, di abuso di droghe e di obesità. Ma gli effetti della diseguaglianza si fanno sentire oltre che sul piano sanitario anche su quello sociale. Le società meno eque, infatti, sono anche più violente, c'è meno fiducia interpersonale e i legami comunitari sono più deboli. Queste società sono, inoltre, caratterizzate da livelli inferiori di benessere infantile, di successo scolastico e di mobilità sociale. Wilkinson e Pickett spendono molta parte del loro lavoro per dimostrare, assieme a molti altri ricercatori, che non si tratta di pure e semplici correlazioni, ma che il rapporto che lega la disuguaglianza a tutti questi problemi sanitari e sociali è un vero e proprio rapporto di causa-effetto.

Effetti nefasti su tutti

Uno dei dati più sorprendenti e controintuitivo che emerge dall'indagine dei due epidemiologi inglesi è il fatto che gli effetti nefasti della disuguaglianza riguardano la stragrande maggioranza della popolazione, non solo la minoranza più povera che si situa nella coda della distribuzione del reddito. Questi, naturalmente, subiscono le conseguenze più pesanti, ma anche tutti gli altri ne patiscono gli effetti negativi. “Se una persona istruita con un buon lavoro e un discreto stipendio – ci dicono Wilkinson e Pickett - fosse vissuta, con il medesimo lavoro e stipendio, in una società più equa, sarebbe vissuta probabilmente un po' più a lungo e con meno rischi di essere vittima di violenze; i suoi figli sarebbero andati un po' meglio a scuola e ci sarebbero state meno possibilità che diventassero genitori ancora minorenni o individui con seri problemi di droga”. Dato l'impatto su una larga fetta della popolazione, si comprende l'ampiezza degli effetti negativi: le malattie mentali e la mortalità infantile, per esempio, mostrano un'incidenza doppia o perfino tripla nei paesi più disuguali rispetto a quelle osservate nelle società più egualitarie. Le nascite da madri adolescenti, la percentuale della popolazione carceraria e il numero di omicidi raggiungono valori anche dieci volte maggiori.

Gli effetti psicologici e sociali

“La misura dell'Anima” uscì in Inghilterra nel 2008 proprio nell'anno dello “schianto” per usare l'espressione che lo storico Adam Tooze usa per definire la prima grande grande crisi finanziaria dell'era globale. Una crisi che ha colpito violentemente ogni parte del mondo, dalle borse del Regno Unito e dell'Europa fino alle fabbriche dell'Asia, del Medio Oriente e dell'America latina” (“Lo schianto”, Mondadori, 2018). Una crisi che certamente non ha ridotto il livello di disuguaglianza nella distribuzione dei redditi tra le nazioni e all'interno delle stesse. Dieci anni dopo la pubblicazione del primo libro Wilkinson e Pickett pubblicano “L'equilibrio dell'anima. Perché l'uguaglianza ci farebbe vivere meglio” (Feltrinelli, 2018).

Le scorie tossiche della diseguaglianza non sono state smaltite, anzi, sono aumentate e i loro effetti si sono gravemente acuiti. Ora l'indagine dei due epidemiologi si concentra in particolare sugli effetti psicologici e sociali. Il quadro che ne emerge è, ancora una volta, sconcertante. Vengono considerate, per esempio, le reazioni psicologiche alla crescente ansia da valutazione sociale causata dalla crescente verticalizzazione delle classi sociali. «Se la gente deve lottare con la scarsa fiducia nei propri mezzi e la bassa autostima – concludono - aumentano la depressione e le nevrosi», accompagnate da tassi più elevati di schizofrenia e di sintomi psicotici.

Questo determina comportamenti che oramai sono sotto gli occhi di tutti, soprattutto di chi frequenta i social: una tendenza generalizzata a reagire all'ansia da valutazione attraverso un'esagerazione dei propri meriti e successi; una tendenza a sopravvalutarsi, a considerarsi migliori, più furbi, esperti, informati e scaltri degli altri. Una forma di narcisismo al limite del patologico che deriva, in realtà, da un accresciuto senso di insicurezza. Quasi un'epidemia dell'effetto Dunning-Kruger. Correlato a questa ansia da valutazione e alla conseguente insicurezza è l'aumento del cosiddetto “consumo vistoso”. L'utilizzo, cioè, dei beni osservabili in funzione ostentativa. Per mostrare attraverso la “roba”, direbbe Verga, ciò che vorremmo essere agli occhi degli altri. Per mostrare il nostro valore che sentiamo non venire riconosciuto. Per questo nelle società più diseguali la gente lavora di più, si indebita di più e ha maggiori probabilità di andare in bancarotta.

L’ultimatum game

Gli economisti sperimentali da tempo si interessano al fenomeno della disuguaglianza, delle risposte comportamentali, delle componenti psicologiche e dei correlati neuronali legati all'esperienza dell'ingiustizia e dell'iniquità. Un paradigma sperimentale ha avuto a riguardo un ruolo centrale, si tratta del cosiddetto ultimatum game. Questo semplice gioco è stato inventato e testato per la prima volta nel 1982 dall'economista tedesco Werner Güth assieme ai colleghi Rolf Schmittberger e Bernd Schwarze (“An Experimental Analysis of Ultimatum Bargaining”. Journal of Economic Behavior and Organization, 3, pp. 367–388). L'ultimatum game è equivalente ad un dictator game, che abbiamo già incontrato nelle settimane scorse, con la differenza che in questo caso il secondo giocatore assume un ruolo attivo. Il proposer ha una certa dotazione monetaria, per esempio 10 euro, che può dividere in qualunque modo tra lui e il receiver, un secondo giocatore. L'offerta può andare da zero fino a dieci.

Fin qui come nel dictator game. Ora, però, il receiver può decidere se accettare o rifiutare l'offerta ricevuta. Se questa viene accettata, allora la divisione proposta dal proposer viene implementata, altrimenti, se l'offerta viene rifiutata, entrambi i giocatori ottengono zero. La scelta che massimizza il guadagno del proposer sarà quella che prevederà la minima offerta accettabile dal receiver. Se questi rifiuta ottiene zero, quindi, ogni offerta che preveda una somma positiva, per quanto piccola verrà accettata. Il proposer dovrebbe quindi offrire il minimo possibile, cioè un euro. Questa è la previsione teorica che deriva dalle classiche assunzioni di razionalità e di autointeresse. Il comportamento reale osservato nell'ultimatum game viola sistematicamente tale previsione.

Per cercare di capire il perché, qualche anno dopo la pubblicazione dello studio di Güth, un altro gruppo di economisti decise di confrontare il comportamento dei soggetti nell'ultimatum game e nel dictator game (Forsythe, R., Horowitz, J., Savin, N., Sefton, M., “Fairness in simple bargaining experiments”. Games and Economic Behavior 6 (1994), pp. 347-369). Se il comportamento dei giocatori è legato esclusivamente a motivazioni di natura altruistica, nei due giochi dovremmo osservare scelte simili. Il proposer dovrebbe offrire in media quanto il dictator. Ma i dati mostrano, invece, che le offerte del proposer nell'Ultimatum game, sono molto più generose di quelle del dictator nel dictator game.

Oltre l'altruismo c'è di più. Cosa fa aumentare la generosità dei proposer? I dati di Güth e degli esperimenti successivi mettono in dubbio la validità di quello che in quegli anni rappresentava un presupposto incontestato dell'analisi del comportamento economico; il presupposto, cioè, che gli individui scelgono esclusivamente sulla base del loro interesse materiale.

Un'ipotesi che, almeno nella letteratura economica, nessuno si era mai preso la briga di verificare empiricamente. I proposer offrono più dei dictator perché hanno paura che i receiver rifiutino offerte troppo poco generose. E la teoria prevede che accetteranno qualunque offerta positiva. Ma la realtà, evidentemente, non conosce questa teoria. Tutte le offerte inferiori al 30-40% della dotazione iniziale vengono, infatti, sistematicamente rifiutate. I proposer agiscono in modo molto razionale quando offrono più del minimo. Ciò che è più difficile da spiegare è il perché i receiver rifutino. Perché, cioè, preferiscono niente a un guadagno che ritengono troppo basso, ingiusto. La questione ha a che fare con il ruolo della diseguaglianza. Con l'effetto che questa esercita sul nostro benessere, con la nostra reazione psicologica e con ciò che avviene nel nostro cervello quando ci troviamo a sperimentarla.

L'ultimatum game ha fatto scaturire in questi ultimi quarant'anni un'enorme quantità di ricerche che ci hanno aiutato a comprendere meglio le dinamiche sociali legate al tema della diseguaglianza. L'unione degli studi epidemiologici come quelli di Wilkinson e Pickett e di quelli comportamentali ispirati da Werner Güth e dai suoi colleghi, potrebbe davvero aiutarci da un lato a capire meglio i costi sociali di organizzazioni e società diseguali e dall'altro a progettare regole e politiche di contrasto all'aggravarsi delle disuguaglianze che, in varie dimensioni, oggi sperimentiamo.


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