Selezioni pubbliche

Concorsi, l’inimicizia solo professionale non obbliga l’esaminatore all’astensione

È necessario un comprovato rancore personale verso un candidato, non divergenze mediche come nel caso esaminato dalla Cassazione

di Annarita D'Ambrosio

(lenetsnikolai - stock.adobe.com)

2' di lettura

Una inimicizia tra due dirigenti medici non è sufficiente a obbligare uno dei due ad astenersi dalla procedura di selezione, ai fini di un upgrade di carriera, in cui è coinvolto l’altro. A sancirlo è la pronuncia della Cassazione 16782/2021 depositata il 3 maggio, che risponde ad alcuni quesiti importanti: quando esiste in concreto l’obbligo di astenersi dalla procedura di selezione per titoli e colloquio? Bastano i rapporti non amichevoli tra due dirigenti? E si può configurare il reato di abuso d’ufficio per chi non fa un passo indietro? La Corte d’appello di Palermo aveva risposto, nel caso in esame, in maniera affermativa a queste domande, ma il dirigente medico condannato si era rivolto alla Suprema Corte che ha ribaltato il ragionamento di merito, confermando principi importanti in materia.

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Il concetto di grave inimicizia è legato a fatti personali

Due i motivi del ricorso per Cassazione: l’obbligo di astensione non riguarda i dirigenti, ma i dipendenti pubblici e va spiegato nel dettaglio anche il concetto di inimicizia grave che qui non c’era, essendosi in presenza di « fisiologiche divergenze di vedute in ambito professionale». Non solo, chi si era aggiudicato poi la selezione non aveva legami con il dirigente condannato per abuso d’ufficio, anzi aveva tutti i titoli per ottenere quel posto, titoli che gli altri dirigenti della commissione gli avevano riconosciuto.

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Dà ragione al dirigente condannato e annulla la sentenza senza rinvio la Suprema corte. Per l’articolo 97 della Costituzione esiste l’obbligo di concorso o selezione per l’accesso ai pubblici uffici, «perché questo deve avvenire mediante procedure basate sul merito». Quindi chi esamina i candidati non può sottrarsi agli obblighi di correttezza, imparzialità ed al dovere di osservanza della legalità amministrativa. Ora, tra i due dirigenti medici in conflitto, non era chiaro quali motivi di rancore ci fossero. Non emergeva dalla documentazione prodotta e l’obbligo di astensione richiamato è applicabile solo quando sussista un diretto e specifico collegamento tra decisione ed interesse proprio dell’esaminatore.

È vero che con il tempo la legislazione ha fatto riferimento anche solo al sospetto di un interesse personale del funzionario esaminatore. Ma i casi di conflitto sono tassativi, legati ai favori tra parenti ed affini, non estensibili analogicamente, dice il Consiglio di Stato (sentenza 2775/2019; 1628/2016).

Decisiva la prova del danno

Analogamente la giurispudenza civile chiarisce che per grave inimicizia si intendono compravate ragioni di rancore o avversione sorte nell’ambito di rapporti estranei ai compiti istituzionali (Cassazione 27973/2018; Cassazione 34280/2012). In questo caso c’erano state manifestazioni anche pubbliche di disistima tra i due professionisti legate però al merito professionale, non alla sfera privata. La Corte quindi conclude che non è chiaro neppure il danno ingiusto prodotto al dirigente estromesso, seppure fosse stato riconosciuto opportuno un passo indietro dell’esaminatore. Secondo la pronuncia annullata della Corte d’appello di Palermo il danno infatti non era la perdita del posto a concorso, ma la lesione dell'aspettativa di essere valutato secondo determinati parametri.

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