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L’innalzamento dei mari entra nell’analisi dei rating di Moody’s

Le aree più esposte a questo fenomeno sono quelle dell'Asia (dalla Cina, al Bangladesh, dall'Indonesia all'India), del Medio Oriente (dal Qatar al Bahrain all'Uae), del Nord Africa (come Egitto, Senegal e Tunisia) oltre a diverse isole come le Cayman, le Maldive e le Fiji

di Corrado Poggi

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Ruspe al lavoro a Miami Beach per proteggere la spiaggia dall’erosione (Afp)

Le aree più esposte a questo fenomeno sono quelle dell'Asia (dalla Cina, al Bangladesh, dall'Indonesia all'India), del Medio Oriente (dal Qatar al Bahrain all'Uae), del Nord Africa (come Egitto, Senegal e Tunisia) oltre a diverse isole come le Cayman, le Maldive e le Fiji


3' di lettura

L'innalzamento del livello del mare entra ufficialmente a far parte dell'analisi sulle prospettive di lungo termine dei rating sovrani. In un rapporto pubblicato giovedì 16 gennaio, Moody's analizza infatti una delle conseguenze di maggior rilievo della crisi climatica che minaccia di aggravarsi sempre di più in futuro date le immense quantità di gas nocivi immesse nell'aria negli ultimi decenni e del conseguente riscaldamento globale e scioglimento dei ghiacci.

«L'innalzamento del livello del mare è graduale - si legge nel rapporto dell'agenzia di rating - ma si manifesta all'improvviso con un repentino intensificarsi della frequenza e della severità delle tempeste, degli allagamenti e dei cicloni tropicali che hanno implicazioni sul profilo di credito dei rating sovrani».

Le zone più a rischio
Le aree più esposte a questo fenomeno sono quelle dell'Asia (dalla Cina, al Bangladesh, dall'Indonesia all'India), del Medio Oriente (dal Qatar al Bahrain all'Uae), del Nord Africa (come Egitto, Senegal e Tunisia) oltre a diverse isole come le Cayman, le Maldive e le Fiji. Ma a rischio vi sono anche alcune economie di primo piano come il Giappone e i Paesi Bassi.

Nella sua analisi, Moody's sottolinea come da quando sono iniziate le rilevazioni tramite satelliti nel 1993, i livelli del mare sono aumentati di 3,2 millimetri ogni anno. «Sulla base di vari studi - si legge nel rapporto - consideriamo le implicazioni di un aumento dei livelli del mare di 1-3 metri entro il 2100. Per alcuni paesi, i livelli del mare raggiungeranno livelli ancora superiori a causa di innalzamenti temporanei delle acque dovuti a tempeste e allagamenti. Poiché questi eventi diventano sempre più frequenti e severi in intensità, appare probabile che le implicazioni per i profili di credito dei sovrani siano destinate a crescere».

Gli effetti economici
«Le ripercussioni economiche e sociali in termini di perdite di introiti, di danni agli asset, di perdita di vita umana, di problemi sanitari e di flussi migratori dovuti agli eventi improvvisi legati all'aumento dei livelli del mare sono immediate - si legge nel rapporto - I principali canali del credito per i sovrani sono la forza economica e fiscale. La vulnerabilità a eventi estremi legati all'innalzamento dei livelli del mare possono anche mettere a rischio gli investimenti e aumentare la suscettibilità al rischio di eventi, ostacolando la capacità dei governi di ottenere finanziamenti per ricostruire, aumentando le perdite per le banche, accentuando le pressioni esterne, e/o amplificando il rischio politico allorché le popolazioni finiscono in condizioni di grave stress. Sebbene sia improbabile che un solo shock isolato dovuto all'innalzamento del mare possa indebolire in misura sostanziale il profilo di credito di un sovrano, shock ripetuti potrebbero invece sortire questo effetto».

I diversi scenari
L'autrice dello studio, Anushka Shah, ricorda come in base alle proiezioni della Banca Mondiale, un innalzamento del livello del mare di 1 metro andrebbe a impattare 56 milioni di persone in 84 economie in fase di sviluppo sulla base dei dati demografici del 2000, quindi largamente inferiori ad oggi. Nel caso invece di un aumento di 3 metri, la popolazione che vedrebbe le proprie abitazioni finire sott'acqua raddoppierebbe a circa il 3% del totale e Suriname, Vietnam ed Egitto sarebbero i paesi più vulnerabili, rispettivamente con il 31%, 26% e 15% delle loro popolazioni esposte al fenomeno. Vietnam e Suriname sono anche i paesi che pagherebbero il prezzo più alto in termini di perdita di output seguiti da Benin e Bahamas. Olanda, Giappone e Cina appaiono come detto nel numero dei paesi esposti al fenomeno ma - osserva Moody's - le contromisure adottate dalle autorità locali e la forza del loro profilo di credito permettono di credere che sia alquanto improbabile che possano soffrire di un impatto materiale sul loro merito creditizio”.

Le «città spugna» cinesi
In Cina, spiega Shah, il governo ha lanciato da tempo un programma per costruire “città spugna” dove l'acqua scaricata da tifoni e tempeste viene raccolto o assorbita da zone umide e dai tetti delle abitazioni in modo da ridurre il rischio di allagamenti. «La Cina spera che entro il 2020 - scrive l'autrice - l'80% delle sue aree urbane assorbirà e riutilizzerà almeno il 70% dell'acqua piovana». In Shanghai inoltre il governo ha costruito lunghe muraglie per proteggere dalle onde marine. Nei paesi bassi infine oltre il 40% della popolazione è esposta al rischio di innalzamento delle acque ma grazie a politiche molto attente il governo ha posto in essere sistemi di protezione dagli allagamenti che sono i migliori al mondo con difese che in alcune zone sono sufficienti a far fronte a eventi catastrofici che si verificano una volta ogni 10.000 anni.

Riproduzione riservata ©
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    Corrado PoggiRedattore Radiocor

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: Inglese, francese e spagnolo

    Argomenti: Bce, politica monetaria, società di rating, compagnie farmaceutiche, trasporti e auto

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