fashion week

L’inno alla concreta semplicità di Prada

Una fashion week virtuale sobria, in condizioni estreme, ma comunque egregia

di Angelo Flaccavento

3' di lettura

Quella che si è aperta a Milano passerà alla storia come la fashion week avvenuta quasi del tutto virtualmente, sulla piattaforma della Camera nazionale della moda come sui canali digitali dei diversi marchi. Per essere la prima riunione pubblica, successiva al confino forzato, di brand grandi e piccoli, con collezioni uomo e precollezioni donna, la sessione di show si annuncia egregia: dimostra ancora una volta quanta energia e inventiva ci siano nel settore, trainante per l’economia del Paese. Tutti i presenti hanno lavorato alacremente in condizioni estreme e alla fine una collezione l’hanno prodotta.

I non presenti, invece, hanno magari optato per il format co-ed (donna e uomo insieme) e sfileranno a settembre, con punto di domanda se il tutto avverrà dal vivo o meno. In tempi di confusione e di ansia, si può dar di matto o fermarsi a riflettere sul proprio essere, sulle ragioni della proprio ruolo nel consesso dell’esistere umano. Gli italiani seguono questa seconda via, senza la retorica enfatica che troppo spesso fa da corollario alla nostra identità nazionale.

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«In tutta onestà, penso che il nostro lavoro come stilisti di moda sia quello di creare abiti per le persone – dice Miuccia Prada –. Questa stagione ci siamo concentrati sull’idea di mettere al centro gli indumenti e dare valore ai capi: semplicità come antidoto all’inutile complicazione. Il momento richiede una certa serietà, per pensare e riflettere sulle cose». Presentata in cinque movimenti con altrettanti punti di vista di creativi appartenenti a diverse generazioni, la collezione è Prada nel senso più asciutto, elegante e industriale del termine: una circumnavigazione dell’idea della divisa – topos pradesco per antonomasia – dell’abito che, anche bordato di pizzo, esprime efficienza, e non solo perché è fatto di robusto nylon nero. Alla fine del filmato, con una ironia degna di Charlie Chaplin, la signora fa capolino da dietro le quinte, comme d’habitude, e senza parlare, con quel suo sorriso tra il timido e l’infingardo, rilascia in un secondo un messaggio immediato di forza in faccia alle avversità.

Massimo Giorgetti, mente e motore di MSGM, tocca anche lui una corda, in maniera molto semplice. La collezione è quel che da Giorgetti ci si aspetta, e che ha fatto il successo di MSGM: capi facili, in colori saturi, che occhieggiano a esperimenti radicali rendendoli appetibili per un pubblico non particolarmente lambiccato. Ma è il video di presentazione, intitolato Non so dove, ma insieme girato da Luca Finotti, a commuovere ed energizzare: il breve ritratto di una nuova gioventù, libera di amare e di essere come preferisce, ripresa in momenti di spensieratezza nel tentativo, dice Giorgetti, di disegnare una «nuova italianità».

È una bella Italia da cartolina, da Milano a Venezia passando per Roma, quella che fa da sfondo alla precollezione, molto fluida e vagamente anni settanta, di Alberta Ferretti. Qui il tema patriottico è giusto una scelta scenografica, ma l’effetto è assicurato. Da Plan C le inquadrature google view danno una svolta inattesa all’ambientazione bucolica, amplificando l’astrazione nonchalant dei capi, mentre da Magliano il mix di descrizioni assurde recitate da una voce sintetica e silhouette oversize presentate su piattaforma rotante crea una scintilla lisergica. Si fa la moda come un tempo, puntando sulla silhouette, con un twist per nulla ortodosso. Bravo.

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