siderurgia

L’inquietudine di Piombino. Meno acciaio, più turismo

di Matteo Meneghello

(Carlo Carino)

4' di lettura

«Vuoi mettere lavorare tra gli ombrelloni e gli olii abbronzanti, invece che alla colata di duemila gradi?». L’operaio piombinese Bruno, protagonista della Bella Vita, di Paolo Virzì, lo diceva nella primavera del 1994, all’indomani della privatizzazione del siderurgico di Piombino. Sognava di mettersi in proprio, smarcandosi da un altoforno troppo ingombrante. Allora il futuro dello stabilimento toscano era in bilico e la città iniziava a interrogarsi sulle alternative alla vocazione siderurgica. Sono passati quasi 23 anni e ancora ci si interroga, mentre il mercato nel frattempo ha detto no tre volte ai tentativi di rilancio dell’acciaieria.

Prima con l’iniziativa di Luigi Lucchini, sfociata nel commissariamento Bondi e la cessione ai russi di Severstal. Poi è stato il gruppo di Alexei Mordashov a gettare la spugna, e il commissario Nardi ha ha ceduto gli asset a Cevital. Ora anche questa esperienza è al capolinea, e di fronte alla minaccia di un lungo contenzioso con il Governo anche il presidente Issad Rebrab sembra orientato a cedere l’attività.

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L’attesa infinita sta mettendo a dura prova la città. Nel 2014 è stato spento l’altoforno e oggi lo stabilimento è praticamente fermo, con circa 2mila persone in cassa a rotazione. Piombino non è però annichilita e il silenzio dello stabilimento sta paradossalmente facendo emergere il rumore di fondo legato a tutto ciò che è altro rispetto alla monocultura siderurgica piombinese.

Dal 1994 a oggi l’operaio Bruno ha fatto scuola. Il numero di bar e ristoranti, gli stessi che accusano il colpo della crisi, si è triplicato in dieci anni. Oggi tutti in città concordano sul fatto che da quando è stato spento l’altoforno non si è mai respirato così bene. Sono tornati i gabbiani, e si spingono fin quasi al parcheggio della ex Lucchini. L’indotto balneare inoltre è cresciuto, la stagione turistica quest’anno è stata da record, con oltre un milione di presenze e lo sbarco, per la prima volta, dei turisti delle grandi navi da crociera.

È uno scenario nuovo, che si salda con l’inerzia algerina e pone interrogativi e paletti sugli scenari di futuro rilancio dell’attività. «Non nascondo che se qualcuno dovesse parlare di ciclo integrale, oggi nascerebbe una discussione in città – spiega Lorenzo Fusco, della Uilm -. Ricordo comunque, nel 2014, 10mila persone in piazza Bovio a difesa dell’Afo».

I GIGANTI MONDIALI DELL’ACCIAIO

<br/>Produzione di acciaio, in migliaia di tonnellate. Periodo: gennaio ottobre 2017 e variazione % su 2016. Principali paesi (Fonte: Worldsteel Association)

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In questi anni i piombinesi puntavano a tornar a colare acciaio con un forno elettrico, ma ora ogni nuovo scenario è possibile. Fusco si dice convinto che la città possa comunque sostenere la presenza di un’acciaieria moderna, in linea con i migliori standard ambientali: «In fondo – dice - è grazie alla generazione di chi ha lavorato nell’altoforno che oggi c’è chi ha potuto investire nel turismo».

Fabrizio Lotti è presidente regionale dei balneari di Confesercenti e non ha mai messo piede in acciaieria. «Studiavo all’istituto tecnico – dice -: ci portarono in visita allo stabilimento e capii subito cosa non avrei voluto fare nella vita, nonostante rispetti gli operai e quello che rappresenta l’acciaieria per Piombino». Oggi Lotti gestisce un bagno proprio dove Paolo Virzì ha girato la scena finale della Bella Vita. «Da ragazzi anche noi sognavamo una Piombino che non c’era, e che non c’è oggi. Io ho realizzato il mio sogno personale, ma non basta». Lotti è tra quelli convinti che il territorio della costa etrusca debba puntare sul turismo e sui parchi, allungando il più possibile la stagionalità. In dieci anni il settore ha fatto passi da gigante, le potenzialità sono enormi («abbiamo il vantaggio di essere alla prima generazione» dice) ma i numeri sono ancora piccoli rispetto a quelli che ha saputo offrire fino a oggi la grande industria. «Impossibile dare da mangiare a tutti» osserva Maurizio Berrighi, costruttore che ha diversificato anche nel turismo. Anche lui però pensa che «sull’altoforno indietro non si può tornare: serve un’industria pulita, che non pregiudichi gli sforzi fatti da chi ha investito in altre direzioni».

La politica crede nel futuro del siderurgico e chiede al Governo di accelerare l’uscita di scena di Rebrab, ma è a sua volta alla ricerca di alternative industriali capaci di integrare il ruolo della ex Lucchini. «Gli interessi non mancano – dice il sindaco di Piombino, Massimo Giuliani -, bisogna però creare le condizioni per rendere realizzabili nuove iniziative». Per Giuliani serve un nuovo accordo di programma, visto che i territori come Piombino sono «terremotati economici e finanziari» e per questo vanno sostenuti con strumenti ad hoc. Il ruolo del porto è centrale. L’ultimo accordo di programma per Piombino ha permesso di avviare interventi sulla banchina, favorendo l’insediamento di nuove realtà: Piombino industrie marittime (in acronimo Pim) si occuperà da gennaio di demolizione e refitting navale, mentre Ge è pronta a insediarsi per realizzare un’attività di assemblaggio, montaggio e collaudo di maxiturbine. Ora la spinta dell’ultimo accordo di programna si è esaurita e serve un nuovo impulso. «Lo Stato non ha ancora fatto veramente il suo dovere – ragiona Luciano Guerrieri, già commissario dell’Autorità portuale -, abbiamo dimostrato che quando c’è l’infrastruttura il mercato risponde: ora serve uno sforzo di politica industriale».

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