l’analisi

L'insofferenza contro Chiesa e Stato da Locri a Palermo

di Roberto Galullo

(ANSA)

3' di lettura

Dopo Locri ecco Palermo: in maniera disordinata continua a prendere forma la strategia dell'emulazione “preventiva”.
Anche in Sicilia, come in Calabria, per i manutengoli delle mafie più realisti del re, prevenire con avvertimenti minatori - ben visibili e a portata di taccuino e telecamera - è dunque meglio che combattere a mani nude i Servitori dello Stato e della Chiesa. O della Chiesa e dello Stato. Fate voi, tanto cambiando l'ordine dei fattori il prodotto non cambia: le intimidazioni e il fango contro preti e sbirri o sbirri e preti sono più che mai al centro delle attenzioni della cultura mafiosa e diventano calamita degli interessi mediatici.

E così la scia della XXI giornata della memoria delle vittime di mafia, che ha tracciato il solco a Locri con scritte contro don Luigi Ciotti, fondatore di Libera e contro la presenza dello Stato, arriva per il momento fino a Palermo. Qui ieri mattina sono comparse ancora scritte contro don Ciotti e il generale-prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa.

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Bisogna riflettere sul fatto che i messaggi intimidatori sono stati scritti, con una vernice nera, nel quartiere Noce, su un muro all'ingresso di una villetta pubblica intitolata a Rosario Di Salvo, l'autista di Pio La Torre ucciso con il segretario regionale del Pci il 30 aprile 1982. A poca distanza un'altra scritta, “Dalla Chiesa assassino”, con il disegno di una falce e martello e la firma Br.

Se quest'ultimo messaggio sembra fatto apposta per confondere ma al tempo stesso per ribadire l'insofferenza contro la parte migliore dello Stato che previene e reprime, il contorno e il contesto del primo messaggio su quella villa comunale intitolata all'autista di La Torre - rimosso poi dal Comune, intervenuto dopo la solerzia di alcuni cittadini che si erano dati daffare per cancellare la vergogna - vale la pena di essere analizzato. Senza la pretesa di giungere a verità. Pio La Torre aveva fatto della lotta alla mafia la sua ossessione e insieme al giudice Cesare Terranova, ucciso anch'esso da Cosa nostra, il 25 settembre 1979 con il suo agente di scorta Lenin Mancuso, fu il primo firmatario di una relazione che metteva in luce i legami tra la mafia e politica. Subito dopo aggiunse la proposta di legge volta ad introdurre il reato di associazione mafiosa (416 bis) ma, ancor peggio per la filiera mafiosa, veniva stabilita la confisca obbligatoria dei beni direttamente riconducibili alle attività criminali. Non è un caso che la sentenza del 12 gennaio 2007 della Corte d'assise di appello di Palermo ha permesso sì di individuare in Giuseppe Lucchese, Nino Madonia, Salvatore Cucuzza e Pino Greco gli esecutori materiali dell'omicidio ma - soprattutto e ancor prima - di stabilire che la cupola di Cosa nostra tutta era mandante dell'omicidio di La Torre: Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Pippo Calò, Bernardo Brusca e Antonino Geraci.

Tutto si può toccare ai mafiosi di qualunque latitudine e longitudine tranne che il portafoglio criminale che rappresenta il segno del comando sul territorio e alimenta, come un enorme polmone, gli affari di cosche e clan. E così, quella scritta, proprio lì, proprio su quel muro di cinta comunale, può essere letta come l'ennesima insofferenza contro uno Chiesa e uno Stato che sottraggono e gestiscono i portafogli mafiosi.

Secondo l'ultima relazione del ministero della Giustizia presentata il 23 febbraio 2016 al Parlamento (e relativa a settembre 2015), nel distretto palermitano sono stati confiscati finora 5.874 beni ed è dunque nelle posizioni di testa della classifica sulla consistenza dei patrimoni colpiti dai magistrati in base alla legge Rognoni-La Torre. Un patrimonio enorme, gestito in quota parte dalle cooperative che si riconoscono in Libera (come nel resto della Sicilia) ma non dimentichiamo che una parte molto consistente - sequestrata o confiscata - è gestita direttamente dallo Stato attraverso i comuni (compreso quello di Palermo), che vengono anch'essi, tutti accumunati sotto la voce “sbirri”.

Una seconda riflessione deve essere proprio fatta su Noce, il quartiere che stava nel cuore di Totò Riina e tra i mandamenti più importanti di Cosa nostra nella zona Ovest del capoluogo. Qui la pressione delle famiglie mafiose è sempre fortissima e il pizzo è ancora una maledetta regola.

Qui - ed ecco la terza riflessione - la Chiesa è presente con forza e il suo tributo di tensione nella lotta alla mafia siciliana lo paga con costanza. Padre Roberto Zambolin, padre missionario della Chiesa di Santa Teresa in quel quartiere, nell'ottobre ‘94 fu costretto a lasciare la parrocchia dopo una lunga serie di minacce. Con i suoi gesti normali cercava di riportare alla luce i principi di legalità e contrasto ad ogni forma criminale. Venne inseguito dalle minacce fin nella casa paterna nel veronese. Poi, però, dopo una permanenza di una decina di anni a Roma, tornò a Palermo.
r.galullo@ilsole24ore.com

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