Interventi

L’insostenibile leggerezza della crescita

di Sergio Vergalli

(AFP)

4' di lettura

Immaginiamoci tre treni che sbuffano. I tre treni si influenzano fra loro, rallentandosi o spingendosi fra loro. Ebbene, questa immagine può rappresentare il presente periodo storico.
Le tre motrici sono: la crescita economica, il cambiamento climatico, il debito.
Il primo treno è quasi fermo. Anzi sta facendo la retromarcia. La crescita economica, infatti, sta subendo un forte arresto a causa della crisi pandemica. Per poter invertire la marcia, si stanno adottando degli stimoli straordinari. Il secondo treno, il debito, dovrà essere prima o poi rimborsato. C'è il rischio di creare una dinamica a spirale, non propriamente sostenibile, che andrà necessariamente a gravare sulle generazioni future. Il terzo treno (il cambiamento climatico) sta andando a folle velocità verso un baratro e lo spazio di frenata si sta riducendo sempre più. Sappiamo, inoltre, che appena la crescita tornerà a correre, le emissioni (il flusso) riprenderanno ad aumentare. Infatti la crisi economica non ha ridotto lo stock di emissioni che sono l'elemento che, di fatto, causa la velocità del cambiamento climatico.
Il futuro che si staglia all'orizzonte è quindi legato alla sostenibilità ambientale ed alla sostenibilità del debito. Paradossalmente, la gestione di entrambi questi problemi, dovrebbe implicare una riduzione della crescita: per ridurre le emissioni o per ridurre gli stimoli o per ripagarli.
Oppure bisogna trovare una qualche strategia in grado di equilibrare questa triade apparentemente inconciliabile. La strategia potrebbe essere una crescita “verde”, guidata dalla transizione energetica. Nel contempo la crescita potrebbe contribuire a ridurre il rapporto debito su PIL. Il debito potrebbe quindi essere ripianato, lentamente, attraverso la crescita economica ed, anche, attraverso una riforma fiscale (ambientale).
Da anni si discute in merito a questo tema. Gli economisti sostengono che per reagire al riscaldamento globale, la strategia più efficace sia dare un prezzo alle emissioni di gas serra, attraverso la cosiddetta tassa sul carbonio. Quando si parla di “tassa” (anche se sarebbe più opportuno parlare di prezzo), il dibattito diventa un po' complicato per tre ordini di motivi: bisogna capire quale sia il giusto prezzo; una tassa comporta maggiori costi per le imprese, riducendone la competitività; una tassa sul consumo può avere problemi di equità impattando sulle fasce più povere.
Per identificare la tassa ottimale bisogna studiare modelli economici complessi che tengano in considerazione le dinamiche delle economie globali e che integrino l'economia con l'energia e l'ambiente. Uno dei modelli più famosi al mondo è quello sviluppato dal premio Nobel dell'Economia 2018, William Nordhaus di Yale. Come sostiene il professor Robert Pindyck, del MIT, uno dei più importanti economisti al mondo sui temi ambientali, bisogna però stare molto attenti a come viene “pesato” il futuro e tenere in considerazione l'elevata incertezza che caratterizza il nostro mondo e che può causare catastrofi e, se non prevista, errori di previsione.
La tassa può generare il cosiddetto “doppio dividendo”: da un lato un minore inquinamento; dall'altro un gettito che può essere utilizzato in modo potenzialmente efficiente.
Il punto è capire come farlo: riducendo i costi del lavoro (il cuneo fiscale); abbassando il debito; stimolando gli investimenti green; riducendo la disuguaglianza; o adottando un mix di trasferimenti alle famiglie più povere ed una riduzione delle imposte, come sostenuto da Rick van der Ploeg di Oxford. Un adeguato utilizzo del gettito può permettere anche una maggior approvazione popolare di una carbon tax.
Rimane però il nodo cruciale dell'incidenza di una tassa sui costi delle imprese. E' interessante capire e comprendere il loro punto di vista soprattutto in un periodo in cui il concetto di sostenibilità sta crescendo nei piani di sviluppo delle imprese. Questa idea comporta un aumento di investimenti che non sempre creano profitti economici, ma generano benefici sociali ed ambientali che il mercato finanziario sembra riconoscere.
Ma se le aziende si “auto-tassano”, sostenendo degli investimenti mirati, possono essere favorevoli ad una tassazione green? La risposta immediata è negativa perché a fronte di un aumento dei costi non si avrebbe il controllo del gettito, in mano ad un ente terzo. La critica è ovviamente calzante. L'unico vantaggio di una gestione centralizzata, sarebbe la visione di insieme. E' auspicabile che essa avvenga, come sta accadendo per i progetti europei, o con una cabina di regia che gestisca gli investimenti, o con una cooperazione fra più imprese. Per far questo serve però un forte cambio culturale verso la cooperazione, in linea con gli obiettivi sostenibili ONU. Il cambiamento è oramai obbligatorio di fronte alla ineluttabile cosa dei tre treni.
Allora, forse, pian piano, due di questi potranno rallentare, con un ultimo sbuffo, lasciando il cielo man mano sempre più terso.
Questa è la cornice tematica che inquadra la prossima conferenza della Associazione Italiana degli Economisti dell'Ambiente e delle Risorse Naturali (IAERE) che si terrà dal 21 al 23 aprile. La conferenza verrà ospitata virtualmente dal Dipartimento di Economia e Management della Università degli Studi di Brescia e dalla Fondazione Eni Enrico Mattei (FEEM). Interverranno il 21 Aprile, il premio Nobel dell'economia William Nordhaus, Yale University; il 22 aprile, il prof. Robert Pindyck (MIT). Inoltre il 23 Aprile si svolgerà una tavola rotonda moderata dalla giornalista del Sole24ore, Sissi Bellomo, a cui parteciperanno: il Ministro delle infrastrutture Sostenibili, prof. Enrico Giovannini, l'ad di A2A Renato Mazzoncini, il presidente di Feralpi, Giuseppe Pasini, il presidente di Acque Bresciane, Gianluca Del Barba, il prof. Robert Pindyck dell'MIT, il prof. Rick Van der Ploeg di Oxford, ed il prof. Sergio Vergalli, presidente della Associazione Italiana degli Economisti dell'Ambiente e delle Risorse Naturali.

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