Equilibri strategicii

L’instabile miscela di paura, nazionalismo e orgoglio che mina l’ordine mondiale

di Adriana Castagnoli

Potere assoluto. Il presidente cinese Xi Jinping

5' di lettura

Come ha osservato l’Alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza Joseph Borrell, i giorni in cui pace e guerra costituivano due condizioni distinte non ci sono più. Altrettanto ibride sono divenute le situazioni che il mondo deve e dovrà affrontare. In questo scenario, il peso economico della Ue si è drammaticamente ridotto: trent’anni fa l’Ue rappresentava un quarto della ricchezza mondiale, adesso è poco sopra il 10%; e simile è l’involuzione della sua demografia. Il ruolo di regolatore mondiale che Bruxelles ha reclamato in questi anni e il suo potere normativo si scontrano contro i valori diversi di potenti rivali.

La competizione per definire gli standard globali è già iniziata nella corsa per il dominio nell’intelligenza artificiale, nel cloud computing, nei semiconduttori, nelle biotecnologie. Ai suoi confini si esercitano forze e strategie di destabilizzazione, al suo interno la sfera politica si restringe con i valori liberali messi in discussione. Il piano Strategic compass (da approvarsi definitivamente nel marzo 2022), quale risposta alle tante minacce ibride (dai cyber-attack alla manipolazione delle informazioni, dalla sicurezza e difesa dei cittadini al cambiamento climatico) rivela tanto la crucialità del momento storico quanto i ritardi di un impegno condizionato dall’alleanza americana, con un presidente Biden molto favorevole al progetto europeo purché non si sovrapponga a quello Nato. Frattanto, si moltiplicano pericolose aree di crisi a Est come oltre il Mediterraneo.

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Ulteriori elementi di divisione allignano nel cuore stesso dell’Europa. Nel guado della transizione verde Bruxelles è afflitta dagli spasmi della crisi energetica con prezzi per l’elettricità sbalorditivi che impoveriscono famiglie e imprese, con Paesi che dipendono dal gas, innanzitutto di Mosca, come Germania e Italia, e altri che non hanno mai abbandonato la produzione di energia nucleare come la Francia.

A trarre vantaggio da questa dipendenza è stata, finora, la Russia di Vladimir Putin, che fa leva sulle sue risorse di gas. Eppure, nello scenario mondiale anche il Pil di Mosca è declinato altrettanto che gli standard di vita. Malgrado un’economia relativamente arretrata, i leader russi, concentrati su una visione di sicurezza, sono riusciti a forgiare un notevole potere militare consentendo al Cremlino di mantenere il posto sulla scena internazionale. Ma la transizione green nonché i sussulti geopolitici in Asia centrale dovrebbero spingere la Ue a trovare un fronte unito per trattare con Mosca da una posizione di forza che allinei valori e interessi.

D’altro lato, l’Ue vorrebbe una più profonda cooperazione con Washington, ma non c’è accordo su come procedere senza alienarsi la Cina o rischiare di minare il sistema internazionale che essa cerca di difendere, essendo la Francia l’unico Stato europeo con una significativa presenza militare nell’Indo-Pacifico. Né tutti i governi europei sono convinti dell’affidabilità del partner americano.

Ibrida è anche l’America. A un primo sguardo, la sua economia appare solida: dopo la contrazione del 2020, nel 2021 è cresciuta circa del 6% , il picco più alto in oltre mezzo secolo. Nel 2021 l’economia statunitense ha superato il tasso di crescita della Cina per la prima volta in decenni.

Secondo Bloomberg, è sulla buona strada per una robusta affermazione nella prima metà del 2022, prevista a +3,7%, con consumatori e imprese che spendono malgrado alta inflazione, carenze di organico, persistenza del Covid-19 e riduzione dell’offerta. Ma il presidente Biden appare indebolito; ha dovuto limitare la portata del piano Build back better, mentre alle elezioni di novembre si profila un cambio di maggioranza a favore dei repubblicani. Fra lacerazioni e polarizzazioni, la democrazia americana a stento rianimata dopo il 6 gennaio 2021, rischia di divenire una “democrazia minoritaria”, come ricordato anche su questo giornale.

Secondo Freedom House, il declino globale della democrazia è accelerato significativamente in America. Il politologo Larry Diamond ritiene che la pandemia abbia aggravato la recessione democratica. D’altronde, le minacce alla democrazia giungono dall’interno sia negli Stati Uniti sia in Europa, divenute patrie delle forze illiberali potenzialmente più distorsive.

Così il decoupling della democrazia liberale, con riforme non più rinviabili, appare come una via d’uscita per dare alla gente ciò che il liberalismo non ha garantito malgrado le promesse. Quanto alla sicurezza, un certo decoupling deve riguardare altresì le infrastrutture più nevralgiche per la società. Come scrive Jacquelyn Schneider, se la digitalizzazione mina la sicurezza dei sistemi (elettricità, banche, scuole, sistemi di voto, ecc.) allora si devono prendere decisioni strategiche su ciò che può essere messo on line e ciò che deve essere lasciato analogico o materiale.

Ibrida è anche la Cina. La cosiddetta historical resolution dell’11 novembre 2021, con cui il Pcc ha riconosciuto al presidente Xi Jinping il merito di aver guidato il Paese dalla crescita economica a una posizione di potenza mondiale, secondo alcuni analisti, non rende conto della fragilità della società cinese imbrigliata dal Partito. Per sviluppare la sua tecnologia Pechino ha bisogno di rapporti amichevoli con i Paesi avanzati, ma le pratiche commerciali scorrette e l’assertività nei riguardi dei Paesi vicini hanno finito per lasciare Pechino relativamente isolata nella comunità internazionale. La Cina ha il controllo di alcune tecnologie nel comparto dell’energia verde, il che le dà un vantaggio nel breve-medio periodo.

Nel 2020, circa il 15% del greggio importato dalla Cina proveniva dalla Russia, con cui Pechino ha legami politici sempre più stretti. Ma continua a progredire nella produzione di energie rinnovabili: nel 2020 circa il 15, 9% del consumo cinese di energia è stato fornito da questo comparto. La crescita dell’economia si prevede ancora forte nel prossimo decennio. Malgrado il Pil a parità di potere d’acquisto di Pechino sia già più grande di quello americano, il reddito pro-capite (circa 10mila dollari annui) è appena un sesto di quello statunitense. Inoltre la Cina, con una popolazione che invecchia, è demograficamente svantaggiata rispetto agli Usa, mentre il suo soft power è assai inferiore.

Per ora gli Stati Uniti rimangono il Paese più ricco e potente del mondo, ma la sfida di Pechino per influenzare l’ordine mondiale continuerà anche se la Cina entrasse in stagnazione. Pertanto il prossimo decennio i leader cinesi potrebbero divenire ancor più imprudenti.

Joseph Nye., riguardo alla tesi di alcuni analisti sulla inevitabilità dello scontro fra Usa e Cina (la cosiddetta Trappola di Tucidide), ritiene che l’interdipendenza economica ed ecologica riduca la probabilità di una vera guerra fredda, e ancor più di una guerra “calda”. Perché entrambe le potenze hanno incentivi a collaborare in un ampio numero di questioni. Anche se errori di valutazione sono sempre possibili. Ciò costituirebbe il rischio maggiore per entrambe le parti: con eccessi di hubris, ma anche di paure, da parte americana e di nazionalismo da parte cinese.

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