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L'intelligenza umana al servizio dell'incertezza

Gli umani che esperimentano affrontano l'ambiguità del disordine dovuto all'incertezza. Gli algoritmi compiono operazioni con una serie ordinata di passaggi secondo una lista di istruzioni, proprio come si fa per una ricetta di cucina

di Piero Formica

(de Art - stock.adobe.com)

3' di lettura

In un mondo radicalmente incerto, l'intelligenza umana è messa alla prova. Cosa fare di fronte a molteplici crisi interconnesse che disegnano un futuro del tutto incerto? Al pari di Sesto Empirico, filosofo greco scettico vissuto nel II secolo, dobbiamo allenarci a vivere nella certezza dell’incertezza e, districandoci nella confusione, ad essere addestrati per rimuovere le credenze tanto radicate nei nostri modi di vita all'insegna dell'eccezionalismo umano. Solo così potrà l'incertezza nutrire la creatività per un mondo culturalmente produttivo. Per consuetudine e consenso generale siamo fermamente convinti che la Terra, le persone e le altre specie viventi siano risorse strategiche da sfruttare con incontenibile eccesso, provocandone corruzione, decadimento e depauperamento. Si pensi al retaggio, ancora difficile da estirpare, delle passate rivoluzioni industriali che hanno ridotto la gente comune a risorsa animata, principale fonte di energia e mal pagata. Ci vorrebbe una nuova “Grande Instaurazione”, dopo quella immaginata da Francis Bacon, per sostituire il capitalismo estrattivo che crea policrisi, quelle che coinvolgono più aspetti e questioni: per esempio, le disuguaglianze sistemiche.

Dal fare esperienza dell'incertezza possono sorgere pensieri che generano idee la cui comprensione sollecita all'azione. Non avendo personalmente sperimentato le conseguenze provocate dall'incertezza, l'essere competenti sul tema di un mondo incerto non vuol dire averne comprensione. Leggo ciò che gli esperti hanno scritto sul tema e le loro riflessioni mi convincono. Tuttavia, mi manca il significato che mi darebbe la comprensione acquisita trovandomi coinvolto in una situazione incerta. L'essere umano può mordere l'incertezza così come mangia un uovo, nella metafora di Melanie Mitchell del Santa Fe Institute ed ex co-direttore dell’unità di etica dell’intelligenza artificiale (IA) di Google. Non gusta un uovo il robot umanoide, una macchina dotata di IA. Intanto, In un laboratorio di chimica, ricercatori dell'Università di Liverpool hanno sviluppato un robot-scienziato che autonomamente conduce esperimenti. In una vignetta sul settimanale The New Yorker si vede un robot al tavolo di lavoro, annoiato e assonnato. Due assistenti umani commentano: «più rendiamo smart l’IA, meno il robot vuol fare il nostro lavoro» Il robot aspira a scalare le posizioni lavorative, impegnandosi in compiti sempre meno ripetitivi e sempre più sfidanti.

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Gli umani che esperimentano affrontano l'ambiguità del disordine dovuto all'incertezza. Gli algoritmi compiono operazioni con una serie ordinata di passaggi secondo una lista di istruzioni, proprio come si fa per una ricetta di cucina. Tramite l'apprendimento automatico delle macchine, gli algoritmi imparano a diventare più sofisticati. L'apprendimento continuo permetterà loro di individuare connessioni che sfuggono alla mente umana confusa trovandosi immersa nella nebbia cognitiva dell'incertezza? Al di là di una pura spiegazione meccanica, che dire della valutazione di quelle connessioni? Afferarne il significato da diversi punti di principio – etici, spirituali, affettivi, e rispetto alle interazioni con la natura – è, in ultima istanza, la missione propria di ogni essere umano. Le macchine intelligenti raccolgono e analizzano grandi insiemi di dati per poi arrivare a delle conclusioni. Sulla scia della passione per la certezza, discendono decisioni basate sui dati. Tuttavia, non è detto che tali decisioni siano quelle corrette. Dati e statistiche sono manipolabili. Persistono, dunque, dubbi circa la possibilità di trarre dall'analisi dei dati decisioni coerenti con i compiti presentati dalle policrisi.

Ricorrere alle citazioni fa bene: «i morti non dovrebbero essere esclusi dalla conversazione», usa dire il biologo statunitense Stuart Firestein. Scrive questo scienziato: «I fatti sono importanti. Ma nella scienza, conoscere molte cose non è il punto. Conoscere molte cose serve per arrivare a una maggiore ignoranza. Quindi la conoscenza è un argomento importante, ma direi che l’ignoranza lo è di più». Pare che il filosofo francese Michel de Montaigne usasse riposare sul guanciale dell'ignoranza. Dopo di lui, Cartesio riteneva che l'insegnamento che gli era stato impartito fosse oscuro, incerto e vago. Da qui la necessità di porre l'intelligenza umana, «il più delizioso e squisito di tutti i sensi» (secondo Montesquieu), a servizio dell'incertezza.

piero.formica@gmail.com

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