ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùLotta alla criminalità

L’interdittiva antimafia che lede il sostentamento deve poter essere sospesa

La Corte costituzionale chiede un intervento legislativo che permetta lo stop

di Giovanbattista Tona

Blitz antimafia a Palermo, il prefetto: "Impegno nel ricordo di Falcone, Morvillo e della scorta"

2' di lettura

La Corte costituzionale sollecita il legislatore a rivedere la procedura per l’applicazione della informazione interdittiva antimafia e a introdurre previsioni a tutela alle esigenze di sostentamento dei soggetti che perdono opportunità di lavoro a causa delle inibizioni derivanti dal provvedimento prefettizio. Questo emerge dalla sentenza 180 depositata il 19 luglio 2022, che, pur dichiarando inammissibili le questioni di legittimità costituzionale dell’articolo 92 del Codice antimafia – sollevate dal Tar Calabria per contrasto con gli articoli 3, 4 e 24 della Costituzione – ha voluto comunque sottolineare la sussistenza di una lacuna legislativa.

I giudici amministrativi calabresi avevano evidenziato che il Codice antimafia (decreto legislativo 159/2011) stabilisce divieti e decadenze che precludono la possibilità di ottenere o mantenere erogazioni pubbliche, contratti pubblici, provvedimenti amministrativi funzionali all’esercizio di imprese, nell’ipotesi di applicazione di una misura di prevenzione personale, ma anche nell’ipotesi in cui venga adottata un’informazione antimafia.

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Mentre per la misura di prevenzione, applicata dal tribunale dopo avere riconosciuto la pericolosità del soggetto, è previsto che il giudice intervenga per escludere alcuni effetti interdittivi in presenza di accertato stato di bisogno dell’interessato, nel caso di provvedimento del prefetto conseguente alla sola constatazione di tentativi di infiltrazione mafiosa, non è possibile procedere in maniera analoga.

Disparità di trattamento «inammissibile»

Poiché dall’informazione antimafia possono derivare gli stessi pregiudizi all’imprenditore che ne sia colpito e che non abbia altra fonte di reddito, la mancata previsione della possibilità di far valutare al prefetto il suo stato di bisogno per temperare gli effetti interdittivi del suo provvedimento costituirebbe una inammissibile disparità di trattamento, con lesione del diritto al lavoro e del diritto di difesa.

La Consulta riconosce l’esistenza di un’ingiustificata disparità di trattamento, che necessita di un rimedio. Tuttavia evidenzia che una sua decisione di accoglimento della questione avrebbe un eccessivo tasso di manipolatività, comporterebbe l’innesto di un istituto inedito nel codice antimafia e attribuirebbe all’autorità prefettizia, nell’ambito del procedimento che conduce al rilascio dell’informativa antimafia, un potere valutativo che il Codice affida all’autorità giudiziaria.

Da stabilire gli eventuali effetti dello stato di bisogno

La Corte costituzionale non potrebbe poi stabilire su quali soggetti possa essere formulata una valutazione dello stato di bisogno, se i soli imprenditori persone fisiche o anche le società e gli enti. E dovrebbe stabilire se, in presenza di stato di bisogno, gli effetti dell’interdittiva debbano essere esclusi in blocco o solo in parte, e in tal caso di individuare quelli che non possono essere sospesi.

In definitiva la questione del pur accertato vulnus al principio di uguaglianza non può che essere rimessa ad una scelta discrezionale del legislatore.

La Corte, tuttavia, ricorda che tale omessa previsione era stata oggetto di un suo precedente pronunciamento (sentenza 57 del 2020) e avvisa il legislatore che il protrarsi della sua inerzia la potrebbe indurre a provvedere direttamente, nonostante le difficoltà descritte.

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