ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùTim e il futuro della banda larga

L’interesse del Paese viene prima di quello dei Fondi

Ogni governo Ue sa che le reti tlc sono strategiche. Cdp dovrebbe trovare risorse e alleanze per difendere l’asset

di Vito Gamberale

(Adobe Stock)

3' di lettura

Il disegno sul futuro assetto e scissione di Tim sembra procedere a fari spenti, ossia nel marginale interesse della stampa, nella “distanza” del governo, nel disinteresse dei partiti. Come se si trattasse di un’operazione societaria qualsiasi. Sembra mancare una diffusa consapevolezza che si va prefigurando la scomparsa dell’incumbent nazionale nelle Tlc, evento che non ha eguali tra le maggiori economie mondiali, tanto meno europee. Il progetto è al primo stadio: la riunificazione delle reti a larga banda, FiberCop (Fc) e Open Fiber (Of). L’operazione di per sé è necessaria per ridare unitarietà a ciò che era stato spinto alla duplicazione, con la complicità dell’Enel. Peraltro, in questa fase, non sono da escludere tensioni da concambi, tra i vari soggetti interessati: Vivendi (socio industriale e maggioritario di Tim), i Fondi Kkr (socio di Fc) e Macquarie (socio di Of), la Cdp. Ciò che non convince è la restante parte del disegno: scorporo-societarizzazione della Rete, con Tim, al massimo e non si sa per quanto tempo, socio di minoranza; quindi, scorporo e societarizzazione di due ServiceCo: Business e Retail. Il tutto sostenuto dallo slogan: “Creare valore”. Teoria, questa, vecchia di 20 anni, alla base delle varie bolle create dalla finanza e subìte dalle Borse (cominciò con le NetCo). Idea che servirebbe, prima di tutto, a soddisfare solo gli interessi dei due fondi, che appaiono, nella circostanza, come oligarchi della finanza internazionale, impropri e ingombranti soci in un incumbent. Quando in un incumbent delle Tlc si parla di creare valore, bisogna chiedersi per chi: se solo per pochi soggetti, o se anche per il Paese, per assicurargli la sicurezza, la continuità e la qualità di un servizio di base, sempre più delicato. Il mondo sta scoprendo nuovi valori, rappresentati dall’acronimo Esg, che mette in primo piano il Paese, l’assetto sociale dello stesso, la non discriminazione non solo dei generi, ma anche dei ceti; l’inclusione di tutti. Questa interpretazione vale per i servizi in genere; ancor di più per le comunicazioni. Il disegno globale su Tim rende precario il servizio, distrugge definitivamente l’asset più delicato del Paese, espone i servizi ancor di più alla giungla italiana della concorrenza.

Il vero tema da affrontare è un chiarimento con le authority italiane, l’Agcom e l’Antitrust, sulla base di un benchmark delle regolazioni in atto nei maggiori Paesi Europei (Germania, Francia e Spagna), ma anche in America e nel resto delle maggiori economie mondiali. Le authority italiane sono state sempre suggestionate dai newcomer; dopo la privatizzazione di Telecom Italia, è mancato da parte dell’incumbent un confronto argomentato e puntuale. E quel che è peggio, sembra che, della debolezza manifestata dall’incumbent in questi oltre 20 anni, ora ne approfitti anche l’Antitrust europeo, intenzionato a imporre a Tim ciò che nemmeno lontanamente potrebbe proporre agli altri. Dopo la giusta riunificazione delle reti, è questa l’unica vera sfida che la dirigenza operativa di Tim dovrebbe avviare.

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Tim, dall’infausto 1999, ossia dall’Opa dei «capitani coraggiosi» (con i soldi altrui), a ogni passaggio di mano, è scesa in un girone infernale peggiore. Se il disegno attualmente sulla carta si realizza, sarà l’ultimo passaggio, prima della fine. Al momento dell’inevitabile compattamento dei troppi operatori presenti in Italia, la ServiceCO diventerebbe preda di un qualsiasi altro operatore. E, infatti, qualcuno sembra si sia già candidato. Insomma, questo progetto appare come lo scorrere dei titoli di coda del film “Telecom Italia”. È questo ciò che vuole il governo del Pnrr? Non sembra una valida giustificazione dire: «Noi non ne capiamo niente; lasciamo fare ai manager». In nessun significativo Paese europeo i governanti sono esperti di Tlc; ma in nessuno si svolge, o si potrebbe svolgere, un film del genere. C’è da augurarsi che del disegno si realizzi solo il primo step, quello ormai prossimo alla scadenza del 30 aprile, per lo meno come accordo tra le parti. E, forse, sarebbe bene che Cdp facesse oggi uno sforzo che appare sì grande, ma che sarebbe senz’altro minore di quello prevedibile un domani: liquidi i Fondi. E, magari, chiami attorno a sé le altre grandi istituzioni finanziarie del Paese.

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