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L’internazionalizzazione delle imprese italiane vale oltre mille miliardi all’anno

di Laura La Posta

(Adobe Stock)

4' di lettura

Quanto vale l'internazionalizzazione delle imprese italiane? I dati mensili sull'export, diffusi dall'Istat, non forniscono un quadro esaustivo, perché non considerano il giro d'affari prodotto dalle società a controllo italiano all'estero. Ma quanto vale il fatturato sviluppato all'estero? A questi quesiti risponde il corposo Annuario Istat-Ice, diffuso ad agosto, intitolato “Commercio estero e attività internazionali delle imprese 2022”. Frutto della collaborazione fra l'Istat e l'Ice-Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane, l'annuario elabora anche i dati della Banca d'Italia, quindi può fornire un quadro aggiornato al 2021 sulla struttura e la dinamica dell'interscambio di merci e servizi e sui flussi di investimenti diretti.

Il dato sull'export è noto. Nel 2021 le esportazioni italiane di beni hanno raggiunto la cifra record di 516 miliardi di euro con un incremento dell'export in valore del +18,2% rispetto all'anno precedente.

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Quanto alla presenza di imprese a controllo italiano all'estero, l'Annuario la definisce “rilevante e geograficamente diffusa”. I dati si riferiscono al 2019, ma è ipotizzabile che nel biennio Covid 2020-2021 non siano cambiati tanto, per l'oggettiva difficoltà di effettuare o cancellare investimenti all'estero durante il lockdown. Ebbene, nel 2019 ben 24.765 controllate italiane erano presenti in 174 Paesi, impiegavano 1,6 milioni di addetti e fatturavano 567 miliardi di euro. Di queste, le imprese manifatturiere erano 6.916, impiegavano quasi 866mila addetti e avevano un turnaround di 247 miliardi. Non si va troppo lontano dalla realtà, quindi, se si afferma che l'internazionalizzazione delle aziende italiane vale oltre mille miliardi di euro all'anno, somma dell'export a quota 516 e del giro d'affari delle controllate italiane all'estero con introiti per 567 miliardi.

Ma quali sono i comparti leader? I dati Istat ci dicono che la dinamica dell'export è trainata soprattutto dall'aumento delle vendite di metalli e prodotti in metallo (+26%), da macchinari e apparecchi (+14,7%), da prodotti petroliferi raffinati (+70,5%), da sostanze e prodotti chimici (+19%) e dai mezzi di trasporto, autoveicoli esclusi (+19,5%). L'Annuario 2022 va più in profondità e ci racconta in quali gruppi di prodotti manifatturieri l'Italia detiene le maggiori quote sulle esportazioni mondiali di merci.

A sorpresa, l'Italia è sulla vetta del commercio mondiale soprattutto per prodotti che non rientrano nelle famose “tre F” per cui è famoso il made in Italy (fashion, food, furniture, vale a dire moda, cibo e legno-arredo): i materiali da costruzione in terracotta (è tricolore il 24,46% dei beni venduti a livello internazionale); il cuoio conciato e lavorato, gli articoli da viaggio, le borse, la pelletteria e selleria, le pellicce preparate e tinte (14,44%); le pietre tagliate, modellate e finite (12,72%); i tubi, i condotti, i profilati cavi e i relativi accessori in acciaio (10,98%); gli articoli in pelle, escluso abbigliamento, e simili (10,70%). Il food & beverage è presente nella lista delle eccellenze, comunque, con i prodotti da forno e farinacei (13,01%) e con le bevande (9,37%). Insomma, bene pasta e vino, ma sono leader mondiali anche il cotto toscano, i tubi, la pelletteria, il marmo.

Ma quante sono le aziende internazionalizzate? Come abbiamo visto, sono quasi 25mila le controllate italiane all'estero. Quanto all'export, secondo l'Annuario, oltre 136mila operatori economici hanno effettuato vendite di beni all'estero nel 2021. Erano 127.265 nel 2020, quindi l'aumento di aziende esportatrici è di tutto rilievo. La loro distribuzione per valore delle vendite conferma la presenza di un esteso segmento di micro esportatori: 77.885 operatori presentano un ammontare di fatturato all'esportazione molto limitato (fino a 75mila euro) e sono in crescita del 10,3% sull'anno precedente.

Come rimarca nelle sue analisi Marco Fortis, direttore della Fondazione Edison e docente all’Università Cattolica di Milano, proprio le Pmi sono un pilastro dei primati mondiali del made in Italy. In particolare, le microimprese (con meno di 20 addetti) manifatturiere sono quasi 40mila: una cifra notevole. Fortis rileva spesso che il mondo ce le invidia, in particolare adesso. Proprio ora che si è sfilacciata la supply chain mondiale, per le tensioni con la Cina e il Covid, queste Pmi giocano un ruolo fondamentale in termini di supporto alle filiere produttrici dei distretti industriali. Tanto che Fortis scrive che al made in Italy il piccolo non fa male, anche perché le microimprese e le piccole imprese sono pienamente integrate in un ampio sistema di medie, medio-grandi e grandi imprese molto efficienti e competitive.

Fin qui l'analisi del 2021. E come sta andando il 2022 per le nostre imprese internazionalizzate? Bene, nonostante tutte le difficoltà. Nei primi cinque mesi del 2022, le esportazioni sono cresciute del 22,6%. Come rileva Fortis, l'economia italiana appare più resiliente del previsto anche in questo nuovo contesto di turbolenze globali, con i prezzi dell'energia e delle materie prime alle stelle, i traffici internazionali delle merci difficoltosi, le carenze nelle forniture di componenti e semilavorati conseguenti allo sfilacciamento delle filiere globali, la guerra in Ucraina e le restrizioni per il Covid-19 in Cina. E buona parte di questo successo è ascrivibile alle imprese internazionalizzate, cui Il Sole 24 Ore e Statista dedicano il ranking Campioni dell'export (con autocandidature accettate fino al 23 settembre e iscrizioni online (www.statista.com/page/campioni-export).

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