Le regole del mercato

L’interventismo statale in economia? Va ricondotto a una logica europea

di Roberto Sambuco

4' di lettura

È ragionevole prevedere che il governo Draghi possa ridisegnare il ruolo e la natura dell’intervento dello Stato nell’economia reale, nel rapporto con il mercato e le imprese, rispetto al recente passato.

Negli ultimi anni, abbiamo assistito a politiche interventiste nell’equity di Stato e nell’applicazione del golden power. Con qualche forzatura nell’applicazione di quest’ultimo, che ha rischiato di disorientare il mercato e gli investitori internazionali.

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Per l’Italia rimane la necessità di saper attrarre i capitali internazionali da investire nelle nostre aziende, per aumentare la competitività complessiva. I grandi investitori internazionali sono portatori di capitali per la crescita, di efficacia nella gestione, di rigore e trasparenza nelle procedure. Obbligano le società in cui investono a essere efficienti, a migliorare le prestazioni. A consolidarsi per diventare più competitive. Tutto questo comporta uno sviluppo virtuoso, innovazione e nuova occupazione. I capitali trovano, per definizione, uno sbocco e se l’Italia non riuscisse a intercettarli, questi andranno altrove rendendo più forti aziende estere in competizione con le nostre. Per questo il golden power va usato con misura e attenzione.

La pandemia ha sospeso le policy europee sull’intervento dello Stato in economia e la disciplina degli aiuti con capitali pubblici. Credo che una virtuosa normalità vada riconquistata in fretta, restringendo nuovamente le maglie, con l’obiettivo di rendere l’equity pubblico uno strumento mirato, selettivo e verso quei settori e quelle aziende che possano trainare la ripresa dell’occupazione e del Pil. L’intervento dello Stato nell’economia deve essere ricondotto in una logica europea: dobbiamo aspirare alla creazione di campioni continentali per avere una scala competitiva adeguata e che riesca a far rimanere economicamente protagonista l’Italia nell’Europa
e l’Europa nel mondo.

Dovremo passare presto dagli interventi a pioggia a quelli chirurgici. Cosi com’è giusto parlare di debito “buono” e “cattivo” va evidenziato il concetto di attivismo buono e cattivo da parte degli Stati nel capitale delle imprese.

Quale deve essere allora il profilo dell’equity di Stato? La presenza pubblica deve essere mirata e centellinata nell’intervento diretto. Questa funzione è in realtà già stata adeguatamente svolta nel passato dall’Italia a presidio di quegli asset di valore strategico e ad alto impatto economico e fun-zionale, come Terna, Enel, Eni e Poste. Due buoni esempi recenti di intervento pubblico sono stati il supporto alla creazione di un campione europeo del Fintech (Nexi-Sia) e anche la spinta al conso-lidamento nel settore delle costruzioni con la creazione di WeBuild, rafforzandone
la competitività internazionale.

Al contrario, lascia forti dubbi che lo Stato imponga la propria presenza nel capitale di una concessionaria come Aspi, avendo altre leve per vedere garantita comunque l’efficacia della gestione concessoria, essendo il mercato pronto a intervenire efficacemente. Altrettanto perplessi lascia l’intervento in Alitalia perché, in generale, in tutte le situazioni di turnaround non andrebbe im-pegnato alcun denaro dei contribuenti, esponendolo a un rischio elevato. Soprattutto è sbagliato far gestire situazioni cosi complesse alla mano pubblica che ha già dimostrato di non saperlo fare. Mentre con l’Ilva il sistema-Italia avrebbe potuto difendere meglio l’accordo con uno dei più grandi gruppi mondiali di settore. In ogni caso, alla presenza dell’equity pubblico, tranne le dovute eccezioni, dovrebbe essere associata una governance non di controllo
ma di garanzia.

In linea di principio, la presenza dello Stato potrebbe essere opportuna anche nella Rete in fibra. Tuttavia, nel tempo, si è creata una situazione articolata: un mix pubblico-privato che il mercato autonomamente potrebbe rendere virtuoso.
Il variegato stimolo pubblico è servito, ma ciò che conta oggi è come coniugare la massima velocità nello sviluppo della Rete – vero interesse generale – con i diversi assetti societari. Le soluzioni possibili vanno, dunque, attentamente valutate alla luce dell’impatto sui tempi di realizzazione della Rete, avendo consapevolezza che grandi fondi internazionali stanno investendo ingenti capitali nel settore. E nessun investitore privato impegna capitali per tenere ferme le cose.
Al contrario, è garanzia di farle presto e bene.

Lo Stato può altresì intervenire indirettamente nelle imprese per rafforzarne la capitalizzazione
e fa-vorire la crescita. Questo rappresenta oggi lo strumento migliore per un impiego virtuoso delle risorse, anche quelle del Recovery Fund e per moltiplicarne gli effetti. Come? Va favorita la creazione di una nuova classe di investitori italiani, anche rafforzando chi oggi è già presente.

La creazione di nuova imprenditorialità passa anche per l’impiego della leva pubblica, che inneschi un meccanismo virtuoso di gestione dei capitali italiani e sappia attirare i risparmi immobilizzati. La potenza di fuoco è notevole: si pensi anche alle casse di previdenza che soffrono di una regolamentazione e vigilanza burocratica e arcaica, che andrebbe liberata rendendola responsabilmente di mercato. La Francia ha cinque grandi fondi d’investimento solo sulle infrastrutture con una capacità di oltre 20 miliardi di euro, la Germania 10. L’Italia ha lasciato tutto sulle spalle di Cdp, forse investendola di compiti eccessivi. Cdp invece può giocare un ruolo importante proprio ora che, a seguito della pandemia, le maglie della liquidità sono più larghe. Si pensi a Patrimonio Destinato creato nel Decreto Rilancio. Che, ricordiamo, è ulteriore debito messo sulle spalle dei contribuenti. Ben 44 miliardi di euro messi sul piatto, cifra davvero ingente.

Dai decreti attuativi esce uno strumento di sostegno alle imprese di tre tipi: liquidità, turnaround ed equity. Per i primi due lo strumento è chiaro e potenzialmente efficace. Sull’equity va attentamente valutato il rischio di “spiazzamento” del mercato.
Il combinato co-investimento obbligatorio-intervento di minoranza-obbligo all’exit entro 5 anni dovrebbero mitigare il rischio. Il periodo d’investimento di 7 anni, i temi di governance e le modalità del co-investimento invece possono essere problematici. Bisogna sempre però fare molta attenzione a inserire elementi di forte discrezionalità nella gestione dell’equity pubblico che portano con sé rischi di inefficienza, di trasparenza e di corretta valutazione. Si sarebbe invece dovuta spingere, come scritto sopra, la logica dell’investimento indiretto, del Fondo dei fondi anche in linea con quanto propone la Bei che invece viene prevista solo sul turnaround e non sull’equity.

Bisogna fare attenzione al rischio di “spiazzamento” del mercato perché penalizzerebbe la nostra reputazione, allontanando gli investitori. La storia ha dimostrato che lo Stato è virtuoso quando sa stimolare dietro le quinte l’economia, con disciplina e visione, evitando il più possibile il protagonismo nel capitale delle imprese. Mai come ora serve mettere le ingenti risorse a disposizione nelle mani dei soggetti più capaci ad aiutare le aziende a rilanciarsi e ad uscire dalla crisi.

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