agricultura usa in crisi

L’ira dei farmer contro Trump: i sussidi arrivano solo ai grandi

Fino ad oggi il presidente americano ha elargito e promesso decine di miliardi di aiuti e “sussidi di guerra” per quasi 30 miliardi. Un “tesoro” che però non sembra avere gli effetti desiderati: lascia scontenti molti agricoltori in affanno, che chiedono accordi stabili sull’interscambio che garantiscano il loro futuro. E ha scatenato polemiche su sprechi e privilegi nella sua distribuzione, che ha premiato le grandi imprese.

di Marco Valsania


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4' di lettura

Descritte come piccole e delicate, le mani di Donald Trump non sono da contadino. Ma il presidente sa che all’agricultura americana, ai suoi raccolti, ai suoi lavoratori e imprenditori, spetta un posto d’onore nell’economia e nel cuore degli Stati Uniti. Come nelle urne di Stati chiave per le elezioni, nella Farm Belt, la regione centrale del Midwest che dall’Iowa si estende fino a Indiana e Ohio, Michigan e Illinois e oltre ancora.

L’agricoltura è oggi ostaggio di due gravi incognite: i cambiamenti climatici, cmplice l’effetto serra nel quale Trump non crede. E le tensioni del commercio, con le conseguenti difficcoltà per l’export, in particolare di soia, formaggi, sorgo e ciliegie destinate al grande mercato cinese: in queste ultime Trump crede, perché è lui uno dei protagonisti della paralisi. Le esportazioni Usa verso Pechino minacciano ora di bloccarsi del tutto - così ha decretato la Cina - a causa della spirale di dazi e rappresaglie con la quale la Casa Bianca è convinta di poter forzare Xi Jinping a scendere a patti.

La gravità della crisi trapela dalle dichiarazioni e dagli impegni subito presi da Trump: «I nostri grandi agricoltori sanno che la Cina non potrà danneggiarli perché il presidente è con loro e ha fatto ciò che nessun presidente farebbe. E lo farà l’anno prossimo se necessario». Quel che ha fatto Trump, non così inedito ma è significativo: ha elargito e promesso decine di miliardi di aiuti e “sussidi di guerra” per quasi 30 miliardi, fino a oggi. Un “tesoro” che però non sembra avere gli effetti desiderati: lascia scontenti molti agricoltori in affanno, che chiedono accordi stabili sull’interscambio che garantiscano il loro futuro. E ha scatenato polemiche su sprechi e privilegi nella sua distribuzione, che ha premiato le grandi imprese.

PER APPROFONDIRE / Trump colpisce la Cina con dazi del 10% su 300 miliardi di import

Le ultime stime rivelano i costi elevati e i rischi della partita di Trump sull’agricoltura. Ogni nuovo dollaro raccolto con i dazi - per lo più pagati non da aziende cinesi ma da importatori americani, 6 miliardi solo a giugno in rialzo del 74% - ha dovuto essere travasato in aiuti all’agricoltura. Il Tesoro ha appena reso noto d’aver incassato, dall’inizo dell’anno fino a giugno, 63 miliardi in dazi. Di questi almeno una trentina sono legati a misure precedenti. Stando alla coalizione Tariffs Hurt the Heartland, i nuovi fondi raccolti con i dazi sono 27 miliardi e i soccorsi all’agricoltura ad oggi ammontano a circa 28 miliardi, 12 nel 2018 e 16 quest’anno, con un’impennata a partire dalla scorsa settimana. La prospettiva è adesso che dazi e sussidi salgano ancora, ma di pari passo.

La reazione degli agricoltori non è intanto quella sperata. «L’annuncio che la Cina non comprerà più alcun prodotto agricolo dagli Stati Uniti è un duro colpo a migliaia di agricoltori e allevatori già in difficoltà. Chiediamo con urgenza che le parti raddoppino gli sforzi per trovare un rapido accordo», ha detto Zippy Duvall dell’Associazione American Farm Bureau Federation, ignorando il tema degli aiuti.

L’impatto di un continuo conflitto potrebbe infatti avere ripercussioni particolarmente devastanti per un comparto che già risente di anni di cattivi raccolti e danni ambientali, che ha visto declinare i prezzi delle commodities e ha vissuto conseguenti crisi finanziarie capaci di dimezzare il reddito delle fattorie americane dal 2013 e di moltiplicare bancarotte, indebitamenti e prestiti in sofferenza. JPMorgan ha stimato che un coltivatore di soia in Iowa, sei anni fa era capace di raggiungere un profitto di 18 dollari per acro (circa 4mila metri quadrati), mentre oggi in quello stesso acro perde 130 dollari. E gli agricoltori quest’anno potrebbero ricorrere a coperture assicurative per 15 milioni di acri di mais impossibili da coltivare, un record.

La Trade Partnership Worldwide ha stimato che la sola battaglia dei dazi potrebbe comportare l’eliminazione di fino a 71mila posti di lavoro nell’arco dei prossimi due anni. Un impatto confermato dai grandi numeri in rapida scomparsa dell’export agricolo americano verso la Cina: se è avviato ad azzerarsi completamente, stava ormai crollando a 6,5 miliardi quest’anno dai 9 miliardi dell’anno scorso e dai quasi 20 miliardi del 2017.

Tradizionalmente Pechino comprava la metà dell’intera produzione statunitense di soia e contributi significativi - pari a oltre il 10% dell’export - arrivavano da cotone, sorgo, prodotti caseari, maiali, pellami e crostacei. Uno dopo l’altro, adesso si susseguono gli esempi concreti di un disagio diffuso: Jim Mulhern della National Milk Producers Federation ha appena denunciato che le esportazioni di latticini in Cina hanno subito crolli del 54% nel 2019. La soia, esportata in Cina fino ad un valore di 12 miliardi di dollari l’anno, è già precipitata prima ancora dei recenti giri di vite a circa due miliardi. L’export di ciliegie, un raccolto del nordest del Paese, è scivolato di oltre il 40 per cento.

Non basta. Il contagio si sta ormai allargando ad aziende e comparti limitrofi. Un colosso dell’agribusiness quale Archer Midland Daniels ha indicato che i dazi se si protraessero potrebbero colpire strutturalmente le vie del commercio. I produttori di sementi, pesticidi, macchinari agricoli - marchi che vanno da Dee a Bayer - stanno tutti risentendo della escalation del conflitto tra Washington e Pechino nel loro business.

Anche il salvagente temporaneo lanciato da Trump al settore - quello degli “aiuti di guerra” - è finito sotto accusa, nonostante il presidente abbia finora mantenuto la sua popolarità nelle regioni rurali. Dure polemiche sono esplose sull’efficacia e sull’iniquità nella distribuzione dei fondi. Per oltre metà sono infatti finiti a un decimo degli aventi diritto, stando all’associazione Environment Working Group che ha ottenuto legalmente accesso ai dati federali. L’1% dei gruppi più grandi ha ricevuto in media 188mila dollari (82 hanno strappato oltre mezzo milione) e l’80% in coda ha dovuto accontentarsi di meno di 5mila. «Gli aiuti permetteranno alle grandi aziende di diventare sempre più grandi, mentre chi ne ha più bisogno non avrà nulla», ha dichiarato Rogers Johnson della National Farmers Union, associazione che rappresenta 200mila agricoltori e allevatori.

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