Modelli di sviluppo

L’irresistibile ascesa economica della Cina post-imperialista

di Giuseppe Di Taranto

(AdobeStock)

4' di lettura

Al World Economic Forum, il presidente cinese Xi Jinping ha ribadito, come già affermò a Davos nel 2017, la irreversibilità della globalizzazione e la volontà di Pechino di diventarne leader incontrastata attraverso un multilateralismo inclusivo, in netta contrapposizione al progetto di America first dell’ex presidente americano Donald Trump, mai citato nel suo discorso di apertura. D’altronde, le previsioni del Centre for Economics and Business Research anticipano al 2028 il sorpasso della Cina sugli Stati Uniti quale prima potenza economica al mondo. Sorpasso che, secondo stime precedenti al Covid-19, si sarebbe dovuto verificare nel 2030, sebbene Pechino sarà leader nel settore delle nanotecnologie già nel 2025. Il Pil cinese ha registrato nel 2020 un incremento del 2,3%, contro una contrazione di quello degli Stati Uniti del 3,5 per cento. Ovviamente, le cause del sorpasso vanno ricercate, più che in avvenimenti congiunturali quali l’export di prodotti sanitari contro la pandemia, nei progressi fatti dalla Cina nell’ultimo quarantennio, che ha visto decuplicare il suo Pil anche grazie a una interpretazione del processo di globalizzazione fondata su una strategia di politica economica non avulsa dalla secolare tradizione filosofica, oltre che religiosa, del confucianesimo.

Nella elaborazione dottrinaria di quest’ultimo, il Celeste impero è identificato come centro del mondo, che deve irradiare la sua cultura attraverso l’attrazione, invece che l’imposizione, dei suoi valori. Perciò, dalla fine degli anni 70 del Novecento la politica della Porta aperta (Kaifang zhengce) ha sostituito l’economia pianificata, per poi essere a sua volta soppiantata dall’economia socialista di mercato, definizione inserita nella Costituzione cinese nel 1993. Oggi, mentre la pandemia, la guerra commerciale degli Stati Uniti e la Brexit stanno frenando il cammino della globalizzazione, Xi ne è il più convinto assertore perché, a suo giudizio, rappresenta la migliore opportunità per realizzare il sogno di felicità cinese: estendere i valori, la cultura e il socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era, a cominciare dai Paesi emergenti che ne dovrebbero imitare il modello di sviluppo per passare dalla povertà alla sostenibilità.

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Quest’anno, in cui si celebra il centenario della fondazione del Partito comunista cinese, sarà l’occasione per Xi di ribadire che la sua politica del soft power – legittimata dall’obiettivo di lungo periodo di una Cina che nel 2050 dovrà essere «al centro della scena e dare i maggiori contributi all’umanità» – è tra le più importanti modalità di realizzazione dei princìpi della filosofia confuciana. Questa ha tra i suoi fondamenti il paradigma dell’efficacia, cioè la ricerca dei fattori favorevoli da cui trarre delle opportunità. In termini diversi, sfruttare una condizione esterna per ottenerne dei benefici all’interno del Paese, il cosiddetto potenziale della situazione. In questo quadro di riferimento, il processo di globalizzazione, esternalizzato dall’Occidente coerentemente con una visione tradizionale del liberismo e attraverso politiche di outsourcing e offshoring, ha rappresentato per la Cina il potenziale della situazione da cui trarre vantaggio tramite la sua internalizzazione. Perciò, la leadership post-maoista l’ha identificato nell’introduzione di capitali stranieri e tecnologie innovative necessarie ad attuare un processo di modernizzazione economica, facilitato, com’è noto, dal più basso costo del lavoro e da una normativa di fatto meno rigida sull’inquinamento, nonostante la condivisione della Repubblica popolare del protocollo di Kyoto e degli accordi di Parigi.

Sin dalla fine dell’800, d’altronde, Zhang Zhidong, uno delle figure di maggior peso degli ultimi anni della dinastia Qing, sosteneva l’opportunità di «imparare l’utile dall’Occidente (e) conservare l’essenza della Cina», antica massima filosofica ereditata e diffusa dal riformismo confuciano di fine Ottocento, successivamente fatta propria da Mao e tramandata fino a Xi Jinping, nell’ottica di una globalizzazione e guida cinese. È interessante notare, in proposito, che il termine globalizzazione in mandarino ha un significato opposto alla internazionalizzazione, perché tradotto con Quanqiuhua, che ha risonanza taoista e confuciana. Esso è composto da Quan=Tutto, Qiu=Terrestre, Hua=Azione, e si riferisce al concetto di “Cina interna” o anche di “centro del mondo”, come testimonia la sua stessa auto denominazione Zhongguo, cioè il “Paese del centro”, perché perno della civiltà (Tianxia), da cui si irradiano i valori. Dunque, non uno Stato, ma la civiltà stessa. La filosofia neo universalista di Xi Jinping, però, sembra sempre più tramutarsi in una strategia post-imperialista, attraverso la rinnovata Via della seta e l’acquisizione di infrastrutture terrestri e marittime, un fondo sovrano sempre più ricco e aggressivo nelle operazioni di M&A e una politica di soft power che appare, nel giudizio di non pochi Paesi europei, di sharp power, soprattutto nel settore dell’intelligenza artificiale, dove la “politica di potenza” dipenderà, come sostiene Marta Dassù, dai super computer oltre che dai megatoni delle testate nucleari. Attualmente il capitalismo, sia esso di Stato o di mercato, ancora industriale o già digitale, del surplus o del debito (quest’ultimo ormai vale quasi quattro volte il Pil globale) è in profonda trasformazione. Una cosa è certa: è più facile prevedere la fine del mondo che la fine del capitalismo.

(Professore emerito di Storia economica Luiss Guido Carli)

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