letture: l’ultimo romanzo di valeria parrella

L’istruzione che libera, storia di Almarina che a Nisida trova una madre e la libertà

di Serena Uccello

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4' di lettura

«Ricordo il primo giorno che ho conosciuto mia madre: avevo su per giú 13 anni mi trovavo in una casa famiglia; la cosa che mi ricordo piú di tutto è che mi dissero «ecco lei è tua madre» io rimasi bloccato per qualche istante, subito dopo andai nella mia stanza da letto e presi una sua foto, e gli dissi: «tu non sei mia madre!» lo dissi con rabbia, disprezzo e odio nei suoi confronti, ero cosí arrabbiato che gli ho sputato in faccia. Ancora oggi mi sento male per l'azione che feci. La cosa piú importante è che dopo un po' di anni mi sono appacificato con lei. Ed ora le voglio bene perché ho avuto la fortuna di sapere che ho una madre visto che ci sono molte persone che non li hanno mai conosciuto». Firmato E.F.

Queste righe, che sembrano un ricordo e che sono un racconto, quando leggerete Almarina di Valeria Parrella (Einaudi) le troverete a pagina 100 e 101 insieme ad altri due frammenti. Poi alla fine del romanzo una nota vi spiegherà che: «Gli elaboratori di pp. 100-101 sono stati composti dai ragazzi di Nisida che hanno partecipato al laboratorio di scrittura creativa nel dicembre 2017». Scoprirete così che queste lettere sono il cuore di verità da cui parte Valeria Parrella per raccontare Nisida, il carcere minorile di Napoli, per affrontare il tema della carcerazione minorile e dell’istruzione come unica strada (insieme all’accudimento) di riscatto.

«Sì queste lettere, che sono state scritte durante un laboratorio - racconta Valeria Parrella - insieme all’episodio in cui la protagonista Elisabetta Maiorano porta in classe le lettere dal carcere dei Gramsci sono gli unici elementi reali del romanzo, tutto il resto è frutto della mia invenzione. Di queste lettere, di cui naturalmente ho avuto l’autorizzazione alla pubblicazione dalla direzione del carcere, ho solo cambiato le iniziali, nient’altro. All’inizio avevo pensato di parafrasarle, di riscriverle. Poi mi sono resa conto che sarebbe stato ingiusto, sbagliato: sono così belle».

Almarina è il racconto di incontro che diventa una genitorialità acquisita. C’è una donna libera - Elisabetta Maiorano - che il dolore del lutto ha reso tuttavia prigioniera e una adolescente, una ragazzina rumena che per un piccolo reato trascorre a Nisida la sua reclusione. L’incontro tra le due è l’occasione per una svolta. A determinare l’incontro il momento della formazione. Elisabetta è un insegnante che sceglie di lavorare in un carcere minorile . E proprio per rafforzare la centralità di questa figura e l’importanza dell’istruzione come forza di emancipazione e unica strada di riscatto, Parrella rinuncia a qualunque connotazione di tipo sociologico per concentrarsi sugli aspetti più intimi di questa relazione. Il risultato è l’efficacia del racconto. Parrella sa di cosa scrive perché ha sperimentato l’esperienza didattica, le frustrazioni e gli slanci della relazione tra docente e allievo.

«La mia esperienza a Nisida - racconta - nasce dall’invito di una professoressa che insegna a Nisida da trentacinque anni. E confesso che all’inizio ho come posto una certa resistenza. Avevo già fatto esperienze di questo tipo, ad esempio al reparto femminile di Pozzuoli, alle Molinette con il Salone del Libro, sono stata testimonial della onlus Il carcere possibile. Stavolta però resistevo. Non so, sentivo una certa difficoltà, andavo più per senso del dovere che per vero slancio. Non saprei spiegarne le ragioni ma era così. Fino al giorno in cui mi è successo quello che poi nel romanzo ho fatto accadere a Elisabetta».

Succede infatti che in classe l’insegnante assegni un compito, un ragazzino le appare in difficoltà, lei si avvicina. «Cosí un giorno, puntando l'indice sul foglio che un ragazzo tunisino vergava troppo lentamente, non ricordo cosa fosse, lui alzò il volto verso di me e mi fissò dritto dritto negli occhi: – Ma io ho capito, ho capito perfettamente cosa devo fare, – me lo disse altero, adulto, consapevole, anche piccato. Quello che mi cambiò la vita fu che cercò i miei occhi per dirmelo, e io li vidi: mi fu offerto di guardare».

«Nella realtà - mi spiega Parrella - non si trattava di un compito di matematica ma di una traccia del corso di scrittura. Io mi avvicinai a questo ragazzo con la presunzione di spiegargli, forse anche con aria di sufficienza, con distacco, e lui mi ha guardato e risposto nel modo che ho ha raccontato. Mi ci sono voluti tre anni per capire che volevo scrivere di Nisida, che avrei scritto una storia con al centro Nisida. All’inizio come dire non c’ero, come fossi da un’altra parte».

Nel carcere raffigurato da Parrella il crimine non ha nome. La Napoli di questa Nisida non è gomorra, non sono gli scugnizzi della camorra i giovani qui reclusi. «Una scelta questa determinata in parte dal fatto che a Nisida ci sono ragazzi provenienti da tutta Italia. Molti sono stranieri. In parte perché dentro il carcere - è una regola - i detenuti non possono parlare dei reati che hanno compiuto. Il carcere è poi un limes, un confine, una volta dentro non conta più quello che è accaduto fuori. La colpa determina l’inizio di un percorso nuovo che è quello dell’espiazione. La pena che viene determinata dal giudici è il trait d’union tra la colpa e l’espiazione».

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