lo scenario

L’Italia apripista della sfida 5G con l’incognita della redditività

Dopo la gara delle frequenze la sperimentazione e le prime offerte commerciali, nel 2020 l'avvio vero della partita tra le compagnie

di Andrea Biondi


4' di lettura

La location è suggestiva: la Chiesa di San Pietro a picco sul golfo dei Poeti nel Borgo di Porto Venere in Liguria. Ma è quel che succede durante il matrimonio a togliere il fiato. Il padre della sposa, il cardiochirurgo di fama internazionale Francesco Musumeci, si allontana, tra gli sguardi meravigliati di figlia e invitati. Si posiziona per operare a distanza una bambina. Visore di realtà virtuale e due joystick tra le mani saranno gli ingredienti decisivi di questo eccezionale avvenimento. In cui però nulla sarebbe potuto accadere senza la rete 5G.

Lo spot di Tim va dritto al cuore della questione: la carica innovativa che farà del 5G l’abilitatore di un mondo nuovo, in cui velocità di connessione, altissima capacità di trasporto dei dati e soprattutto i millisecondi di latenza – il tempo di risposta all’impulso – favoriranno chirurgia a distanza, agricoltura di precisione, controllo della staticità degli edifici in zone sismiche. E per una volta l’Italia potrebbe non trovarsi a rincorrere gli altri Paesi.

L’Italia che fa da battistrada

Il percorso del 5G parte nel 2017, con l’avvio della sperimentazione pre-commerciale sotto l’egida del Mise sulla banda 3.6-3.8 GHz. Frequenze vengono messe a disposizione delle compagnie telefoniche in cinque aree del Paese: a Milano per Vodafone; a Bari e Matera per Tim, Fastweb e Huawei; a L’Aquila e Prato per Wind Tre e Open Fiber. Nel frattempo altre sperimentazioni partono in autonomia: Tim a San Marino o anche a Torino con Ericsson e Politecnico; Fastweb con Ericsson a Roma oppure ancora Linkem a Catania e i cinesi di Zte che hanno stabilito a L’Aquila il loro centro di ricerca sul 5G.

Per le sperimentazioni del Mise gli operatori hanno investito 180-190 milioni in uno sforzo che li ha visti coinvolti, ma non in solitaria. La vera svolta del 5G, infatti, si sostanzia non tanto nel miglioramento delle connessioni fra persone, quanto piuttosto nella capacità di far dialogare, con velocità e capacità non sperimentate finora, le macchine fra di loro. Sta lì la chiave di volta, evidente anche nel lavoro comune fra telco e istituzioni, centri di ricerca, Università per agganciare un futuro che promette servizi innovativi anche e soprattutto nel B2b . Il che vuol dire nuovi ricavi per un’industria delle tlc che si sta leccando le ferite dopo anni di scellerata guerra dei prezzi che ha tagliato ricavi e margini.

L’asta miliardaria

Sarà anche per agganciare questo treno e questi ricavi che gli operatori non si sono tirati indietro nell’asta per l’assegnazione dei diritti d’uso delle frequenze 5G. In realtà la situazione è forse sfuggita di mano con l’asta, conclusa a ottobre 2018, che ha fatto sorridere lo Stato, ma non le telco che hanno messo sul tavolo la bellezza di 6,55 miliardi per quelle frequenze. Giusto per dare un’idea, è stato superato di oltre 4 miliardi l’introito fissato in legge di Bilancio. Sarà spalmato fino al 2022, ma comunque sono cifre monstre: si va dai 2,4 miliardi di Tim come di Vodafone, agli 1,2 miliardi di Iliad ai 516,5 milioni di Wind Tre ai 32,6 milioni di Fastweb.

Le offerte commerciali

Una parte di queste frequenze, quelle della banda 700, saranno disponibili dal 2022. Quelle 3.6-3.8 GHz, unitamente a quelle millimetriche 26.5-27.5 GHz, sono invece disponibili da gennaio 2019. Intanto il lavoro fatto con le sperimentazioni precommerciali partite nel 2017 ha fatto da traino. E quelli che all’inizio erano numeri su uno schermo, accompagnati da applausi e indicativi della velocità del segnale dopo aver pigiato un bottone, sono diventati applicazioni concrete: gaming, realtà aumentata per l’industria e i musei, telemedicina, telechirurgia. Prove provate, insomma, di quel che può essere l’impatto del 5G. Accanto sono anche state lanciate le prime offerte commerciali retail da parte di Vodafone e Tim. Ancora si tratta di una dimensione confinata agli “early adopters”. Ma il 2020 è previsto essere l’anno di cesura, con l’abbassamento dei prezzi medi degli smartphone abilitati. E così, secondo una previsione di EY, si dovrebbe arrivare entro il 2023 a circa 11,3 milioni di utenti sulle reti 5G: il 13% delle connessioni non machine-to-machine attese a quella data.

Lo spartiacque e l’incognita

In questo quadro ci sono uno spartiacque e un’incognita. Il primo è l’asta per le frequenze: un bagno di sangue che ha condotto a un bagno di realtà di cui l’operazione sulle torri di trasmissione fra Tim-Vodafone che puntano a co-guidare Inwit, così come l’intesa fra Wind Tre e Fastweb per fare sinergia sulla realizzazione di una nuova rete 5G, rappresentano un’evidente cartina di tornasole. Il grande punto interrogativo deriva invece dallo scontro fra gli Usa e il colosso delle telecomunicazioni cinese Huawei cui l’amministrazione Trump imputa di essere la longa manus di Pechino, con tanto di attività di spionaggio. Accuse rispedite in più occasioni al mittente dalla telco di Shenzhen, ma il tema dell’opposizione degli Stati Uniti e del pressing sui Paesi alleati sta tenendo banco, come durante la visita del segretario di Stato Usa Mike Pompeo in Italia e l’avvertimento a “fare attenzione” su reti e forniture 5G. La disciplina del golden power, puntellata dal decreto sulla cybersecurity, è segnalata dal Governo come baluardo contro certi timori. Operatori e la stessa Huawei mettono però in guardia da maglie troppo strette che significherebbero perdere tempo e denaro. Proprio l’opposto della ratio del 5G.

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