prezzi e consumi

L’Italia chiude il 2016 in deflazione

di Emanuele Scarci


Olycom

3' di lettura

A dicembre i prezzi rimbalzano più del previsto, ma non abbastanza per uscire dal pantano della deflazione. Infatti un calo su base annuale dei prezzi non capitava da 57 anni.

Nel mese di dicembre 2016, secondo le stime preliminari Istat, l’indice nazionale dei prezzi al consumo registra un aumento dello 0,4% rispetto al mese precedente e dello 0,5% nei confronti di dicembre 2015. Tuttavia nella media d’anno i prezzi al consumo registrano una variazione negativa dello 0,1%, sotto il +0,1% del 2015. Era dal lontano 1959 che non si registrava un trend negativo dei prezzi, -0,4%, mentre nel 1980 l’inflazione raggiunse ritmi sudamericani con un massimo del 21,2%.

Un dato, quello del 2016, che la dice lunga sulla debolezza della spesa delle famiglie nonostante la revisione statistica al rialzo di Istat a inizio dicembre, valutabile, per ref. ricerche, in mezzo punto percentuale nell’ultimo biennio.

L’inflazione di fondo, calcolata al netto degli alimentari freschi e dei prodotti energetici, rimane invece in territorio positivo (+0,5%), pur rallentando la crescita dal +0,7% del 2015. La ripresa dell’inflazione a dicembre 2016 è alimentata da trasporti (+2,6%), energetici non regolamentati (+2,4%) e dagli alimentari non lavorati (+1,8%).

Dopo 34 mesi di variazioni tendenziali negative, i prezzi dei beni tornano a registrare una variazione positiva (+0,1% da -0,4% di novembre), mentre il tasso di crescita dei prezzi dei servizi accelera, portandosi a +0,9% (era +0,5% a novembre). Su base annua, sono tre i componenti deflattivi: comunicazioni (-3,1%) abitazioni ed energia (-1,9%) e istruzione (-0,9%).
Nel carrello della spesa i prezzi dei beni alimentari e di quelli per la cura della casa e della persona crescono dello 0,4% in termini congiunturali e dello 0,6% in termini tendenziali (da -0,1% di novembre). Il rimbalzo dei prezzi di dicembre non è stato influenzato dal recente shopping di Natale: secondo Coop si è attestato sui livelli dell’anno precedente.

Il rialzo dei prezzi dà una boccata d’ossigeno a imprese e distributori, ma continuerà? «Sì - risponde Paolo Mameli, senior economist dell’ufficio studi di Intesa Sanpaolo -. Si tratta di un segnale di “normalizzazione”. Tuttavia, il trend sarà molto lento perché, una volta venuto meno l'effetto statistico sull’energia, prevarrà la dinamica assolutamente contenuta dei prezzi core. Per il 2017, ci aspettiamo un aumento dei prezzi al consumo di almeno l’1%, dopo un triennio di stagnazione».

La risalita dei prezzi fa bene a industria e distributori? «Sicuramente la deflazione fa male a imprese industriali e commerciali - premette Giorgio Santambrogio, ad del gruppo VéGé (5,5 miliardi di ricavi stimati per il 2016)-, ma abbiamo rinviamo al mittente le richieste di rinnovi contrattuali con aumenti di listini immotivati, senza rincari delle materie prime». L’anno scorso i prezzi dei prodotti di largo consumo nella grande distribuzione sono calati, secondo Iri, mediamente dello 0,3/0,4%. «Sono motivati gli aumenti - sottolinea Santambrogio - per caffè, olio e zucchero (del 5-8% i ritocchi richiesti) ma per il resto no. Non ce lo possiamo permettere. Comunque gli aumenti li vedremo sugli scaffali a partire da aprile».

Dal fronte dell’industria, Giuseppe Ambrosi, titolare dell’omonima impresa del caseario e presidente di Assolatte, spiega che nel biennio 2015/16 l’industria casearia ha fatto deflazione ma, con l’impennata dei prezzi del latte del 15-20% sul finale d’anno, «per il 2017 prevediamo un significativo ritocco dei prezzi al consumo. Stimiamo un aumento del prezzo finale del 6-7% a cui va aggiunto una crescita dei costi generali. Alla fine non dovremmo essere molto distanti dal 10%».

Nel comparto oleario i prezzi saranno in salita «fino a dopo l'estate - prevede Giovanni Zucchi, vice presidente dell’omonimo oleificio -. L’Italia ha avuto una calo di oltre il 40% della produzione che ha provocato un aumento tra il 35% e il 50% del prezzo all’origine. Il blend 100% italiano vale solo il 15% delle vendite a scaffale ma, nonostante svolga un ruolo di premium price, sarà improbabile che l’industria o la distribuzione assorbano aumenti così consistenti». Un analoga situazione difficoltà si trova sul mercato dei blend comunitari.

Con l’inflazione che fa capolino ritorna il confronto tra industria e retailer? «Temo di sì - conclude Santambrogio -. Mi aspetto che l’industria di marca, da un lato, prema sui prezzi, ma dall’altra, aumenti la pressione promozionale. Con un allargamento della forbice della pressione promozionale tra leader di mercato e marca del distributore».

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