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L’Italia dei condoni e dei tesoretti nascosti all’estero

di Salvatore Padula

Riapre la rottamazione-ter delle cartelle: nuove domande entro il 31 luglio

3' di lettura

Due round di scudi fiscali e la voluntary disclosure (con un bis un po’ sottotono) hanno contribuito, non senza le contraddizioni che bollano ogni sanatoria, a fare emergere una parte probabilmente rilevante delle attività finanziarie detenute illegalmente all’estero dai contribuenti italiani. Due meccanismi che perseguivano in momenti diversi finalità analoghe, pur con enormi differenze sia sul versante dei costi sia per la procedura, con lo scudo che regalava l’anonimato e la voluntary che invece era, appunto, un’emersione volontaria, nell’ambito di una procedura condivisa a livello internazionale.

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Che rimane oggi di quelle esperienze? Si dice che nulla sia più mobile della ricchezza. Il che sembra essere vero anche nel nuovo mondo, quello fatto di trasparenza e scambio di informazioni tra i Paesi, di presunta lotta ai paradisi e al segreto bancario (con troppe eccezioni anche dentro la casa europea), quello dei monitoraggi fiscali più o meno efficaci.

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A colpire, però, è che - come dicevano i nonni - la lingua batte dove il dente duole. E, gira e rigira, si torna sempre a parlare di condoni, che – insieme alla flat tax – sembrano essere l’unico argomento fiscale in grado di stimolare la fantasia, l’interesse e la passione del governo. Anzi, il condono, nelle sue molteplici declinazioni, è diventato un elemento di straordinaria continuità tra gli ultimi governi del centro sinistra e l’attuale pentastellato-leghista. Quasi uno stato naturale, persistente e automatico del sistema tributario. Al punto che i componenti del governo si vantano dei condoni: Matteo Salvini, giorni fa, ha celebrato il successo della rottamazione-ter, molto apprezzata dai contribuenti, «voluta da questo Governo e votata dal Parlamento». Un segno di come si sia perso il senso della misura, trasformando un evento che dovrebbe essere incidentale ed eccezionale (ovvero, ogni sanatoria, in quanto eticamente inopportuna) in una scelta di cui andare fieri e di cui riscuotere il dividendo in termini elettorali (non scordiamo che anche chi evade le tasse poi va a votare).

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E quando lo stesso ministro Salvini, vice premier, parlando di cassette di sicurezza, dice che bisogna ridare agli italiani «il diritto di usare contanti nascosti», dice una cosa ancor più incredibile. Finisce, speriamo involontariamente, per trasformare il più eclatante e pericoloso dei condoni in un diritto. Poco importa, pare di capire, da dove vengano quei soldi “nascosti sotto i materassi”. Il solo fatto di averli fa sorgere un naturale diritto a utilizzarli (e ripulirli) legalmente. È proprio superfluo chiedersi se vengano da evasione, riciclaggio, corruzione, droga o mafia?

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Il problema dei contanti “nascosti” esiste, visto che persino il procuratore di Milano, Francesco Greco, ha più volte sollevato il tema e provato a ipotizzare soluzioni (condono con obbligo di acquistare titoli di Stato vincolati per un certo periodo). Ma, come al solito, un conto è immaginare un percorso coerente, che insieme alla sanatoria imponga, per esempio, nuovi e più stringenti regole sull’uso del contante. Un altro conto è immaginare l’ennesimo liberi tutti fiscale. Porterebbe forse qualche voto in più, ma ucciderebbe davvero quel poco di credibilità rimasta al sistema.

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