NON SOLO CONTE

L’Italia e il G7, una storia che viene da lontano tra crisi e presidenti dimissionari

Era dimissionario anche Aldo Moro al vertice di Portorico del ’76. Poi il primo G7 a presidenza italiana dell’80 a Venezia (anno del Dc 9 Itavia e della strage di Bologna) con Francesco Cossiga presidente del Consiglio prima del regime change dell’anno successivo con il primo repubblicano a Palazzo Chigi, Giovanni Spadolini dopo lo scandalo P2

dal nostro inviato Gerardo Pelosi

default onloading pic
Nella foto Agf Bettino Craxi e Amintore Fanfani

Era dimissionario anche Aldo Moro al vertice di Portorico del ’76. Poi il primo G7 a presidenza italiana dell’80 a Venezia (anno del Dc 9 Itavia e della strage di Bologna) con Francesco Cossiga presidente del Consiglio prima del regime change dell’anno successivo con il primo repubblicano a Palazzo Chigi, Giovanni Spadolini dopo lo scandalo P2


6' di lettura

BIARRITZ – Sarà pure uno scherzo del destino ma la storia dei vertici G7 si è sempre intrecciata strettamente con i passaggi più cruciali delle nostra storia politica recente. Era dimissionario anche Aldo Moro al vertice di Portorico del ’76. Poi il primo G7 a presidenza italiana dell’80 a Venezia (anno del Dc 9 Itavia e della strage di Bologna) con Francesco Cossiga presidente del Consiglio prima del regime change dell’anno successivo con il primo repubblicano a Palazzo Chigi, Giovanni Spadolini dopo lo scandalo P2.

Un presidente del Consiglio alla guida di un governo elettorale ma senza fiducia era Amintore Fanfani che guidò il G7 di Venezia dell’87 (lì fu approvato il documento sulla crisi in Medio Oriente). Ma il record dei G7 italiani lo conserva sempre Silvio Berlusconi (Napoli nel '94, Genova nel 2001 e L’Aquila del 2009). Anni complicati dall’alternanza tra centro destra e centro sinistra.

Ma sarà utile forse fare un passo indietro per capire quale è stata fin dall’inizio la nostra “postura” nei vertici internazionali. A questo fine viene in soccorso la memoria di un diplomatico di lungo corso come Antonio Badini, consigliere diplomatico di Bettino Craxi e regista dell’operazione Sigonella che ha affidato i suoi ricordi a una lunga intervista che uscirà in settembre sulla rivista Nuova Antologia e che siamo in grado di anticipare. L’intervistatore gli chiede subito del rapporto con Craxi negli anni ‘80 ma Badini risponde: «Sì Craxi ma non posso dimenticare Aldo Moro. Lo conobbi alla fine del giugno 1976, in occasione del vertice di Portorico». Badini era in servizio presso l’Ambasciata italiana a Washington retta allora da Roberto Gaja. «Fu lui – ricorda Badini – a incaricarmi di partecipare ai lavori preparatori di quella che fu, con l’inclusione del Canada, la prima riunione del G7. Moro era il Presidente del Consiglio, sia pure dimissionario, visto che pochi giorni prima si erano svolte le elezioni per la VII legislatura; agli Esteri c’era Mariano Rumor».

L’anno prima, in estate dopo la conferenza sulla Sicurezza e cooperazione di Helsinki il presidente francese Valéry Giscard d’Estaing propose una riunione delle maggiori potenze occidentali per decidere come reagire alla crisi petrolifera innescata dalla guerra del Kippur. Il 15 novembre 1975 nel castello di Rambouillet, i leader di Francia, Repubblica federale tedesca, Regno Unito, Stati Uniti, Giappone e Italia si incontrarono e discussero su come scongiurare il ricorso al “beggar-thy-neighbor policy”, il tentativo di scaricare sugli altri il costo dell’aggiustamento strutturale.

Era quella la prima riunione del G6 ma, ricorda Badini, «Non ci volevano i francesi; i tedeschi erano molto tiepidi ed inizialmente lo stesso Kissinger, allora potente Segretario di Stato americano, era assai perplesso». Ma improvvisamente, rievoca Badini, l’atteggiamento degli Stati Uniti mutò: l’Italia doveva esserci. Sia il presidente Gerald Ford che Kissinger si impuntarono e gli altri si dovettero adeguare. Dagli archivi del Dipartimento di Stato americano è da poco emersa una lettera di Ford a Giscard dell’ottobre 1975 (un mese prima della riunione) in cui è scritto: «Sai che la mia preferenza sarebbe di limitare a cinque il numero per garantire lo scambio di opinioni più completo e franco possibile. È però emerso che realtà politiche esistenti in Italia richiedono che il primo ministro Moro sia incluso».

Ebbene, afferma Badini: «Chi ha ricostruito quelle vicende, attribuisce i motivi del successo alla cautela di Moro e Rumor, cioè ai vertici politici di allora che non fecero alcuna richiesta ufficiale per essere invitati e all’abilità di Raimondo Manzini, all’epoca Segretario generale della Farnesina, che attivò ogni canale diplomatico per includere l’Italia». Da allora il nostro Paese siede tra le grandi potenze mondiali. Ma c'è di più: lo storico e diplomatico Luigi Vittorio Ferraris, ricorda sempre Badini, ha scritto: «si tratta di un caso in cui il risultato fu ottenuto non attraverso una manifestazione di forza, ma di debolezza, confermando il giudizio che 40 anni prima aveva dato Harold Nicolson e cioè che a differenza della Germania che basa la sua diplomazia sulla forza, l’Italia, in politica estera, basa la sua forza sulla diplomazia».

Una ricostruzione che, secondo Badini, andrebbe completata anche da un probabile intervento della Santa Sede a favore dell’Italia. «Non ho prove – assicura Badini - ma solo sensazioni. Il mutamento della posizione americana fu troppo rapido per essere spiegato solo con l’abilità dei nostri diplomatici, che comunque fu grande».

Poi, nel ’76 a Portorico, l’Italia era «la grande malata d’Europa» (un po’ come adesso). La crisi economica coincideva con quella sociale e politica. Il centro-sinistra, che aveva portato i socialisti al governo, era in stallo. L’Italia era attraversata da manifestazioni studentesche e le relazioni sindacali erano molto tese. Era iniziato anche il terrorismo. Su tutto aleggiava la presenza del PCI, il più grande partito comunista dell’Occidente. Sin dal 1973, Kissinger aveva detto in modo risoluto che gli Stati Uniti non avrebbero accettato i comunisti al governo in nessun Paese alleato.

«Il pericolo comunista – dice Badini - allarmava, anche se in modi diversi, tutti i partecipanti al G7. Stati Uniti e Gran Bretagna per gli equilibri geopolitici. Francesi e tedeschi per le possibili ricadute che tale svolta avrebbe potuto avere per le rispettive politiche nazionali. Cossiga ha rivelato che l’allora cancelliere tedesco Helmut Schmidt era favorevole all’allontanamento dell’Italia dalla Nato se i comunisti fossero andati al governo. Alla richiesta di chiarimenti – ha scritto Cossiga - lui rispose di aver le truppe sovietiche a 30 chilometri da casa.»

«A Portorico – aggiunge Badini - un pranzo di lavoro a quattro, secondo la delegazione americana, non era stato deciso sul “caso Italia” ma in effetti lo era. La colazione di lavoro era fissata alle 12 e 45 del 27 giugno a El Dorado beach hotel. Qualcuno della delegazione italiana era nei paraggi, ma non fu fatto entrare. La giustificazione addotta era che l'Italia non era membro del “Gruppo di Berlino”». Fu in quella occasione, spiega Badini che «nacque l’idea di un discorso di Moro al popolo portoricano da tenere al termine delle sessioni del G7. L’idea piacque a Moro, che poi si lasciò travolgere dal bagno di folla che lo accolse dopo il suo incontro col governatore di Portorico. Il successo di quel discorso convinse il leader democristiano della bontà dell'idea di un viaggio negli Stati Uniti per spiegare la sua strategia alle diverse realtà americane».

Ma cosa si decise a Portorico sull’Italia? Un mese dopo, ricorda sempre Badini, si seppe che «Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e Germania avevano concordato che non avrebbero concesso prestiti all’Italia se si fosse costituito un governo con il PCI. Tuttavia durante il pranzo, su proposta francese, si decise di organizzare un altro incontro sul caso italiano. Vertice che si svolse a Parigi qualche settimana dopo, ma prevalse la linea del Primo ministro inglese James Callaghan: l’Italia, egli disse, è un Paese democratico che ha dimostrato una leale fedeltà atlantica. Le elezioni hanno confermato la leadership della DC e il sorpasso comunista non c’è stato. Spetta agli italiani decidere del proprio futuro.»

La linea di Moro della non ingerenza prevalse nonostante qualcuno remasse contro. «Alla vigilia della colazione di lavoro- rivela Badini - Rumor si recò nottetempo nella villa dove alloggiava Callaghan per convincerlo a modificare la sua posizione garantista ed allinearsi alle valutazioni degli altri tre partecipanti che nel giro degli interventi del pomeriggio erano stati più critici sulla linea di Moro».

Ma Callaghan trattò con un certo sarcasmo Rumor «accusato di non aver capito il suo Primo Ministro» al quale confermò la volontà di mantenere la sua posizione sul principio della non ingerenza. Così ci fu la possibilità, sia pure con grandi cautele, di far nascere nel luglio del 1976, il III governo Andreotti, quello della “non sfiducia”.

Andreotti a dicembre andò negli Stati Uniti per rassicurare gli alleati sui limiti della collaborazione dei comunisti e illustrare al Fondo monetario internazionale il miglioramento dell’economia, dato essenziale per ottenere nuovi prestiti. Anzi, grazie a Lamberto Dini, allora Direttore esecutivo del Fondo monetario, l'organizzazione fece una dichiarazione rassicurante che fu ben accolta dai mercati finanziari.

Ma allora, cosa ci insegna la storia del passato nella gestione della situazione politica attuale? «L’Italia – osserva Badini - non ha saputo valutare le ricadute della globalizzazione, che impone Governi forti per sopperire al declino della governance internazionale. Le Istituzioni create a Bretton Woods oggi sono in crisi di identità. Si affermano i Governi che hanno saputo adattare gli strumenti di azione al cambiamento e che dispongono di una burocrazia preparata in grado di interfacciarsi con quella di Bruxelles e degli altri maggiori Paesi. L’assenza di un efficace sistema bancario ha poi messo in evidenza le nostre scarse difese rispetto ad una finanza speculativa che fa shopping nella rete italiana delle piccole medie imprese che erano il vanto del nostro Paese. È venuta meno anche quella rete di rapporti personali che è fondamentale per svolgere con efficacia le relazioni internazionali.

Gridiamo di voler recuperare la nostra sovranità e, contemporaneamente, ci rendiamo conto che fuori dall’Unione europea non contiamo nulla. Insomma, non sappiamo rispondere alla domanda su cosa vogliamo veramente e di quale forza di coagulazione disponiamo.».

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti