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L’Italia e il mondo, il doppio binario di un iconico re tra vita e industria

Era l’unico italiano capace di far sembrare tutti gli altri provinciali. Ma, dopo la sua morte, si è sciolto il nodo che lo legava profondamente a Torino

di Paolo Bricco

Gianni Agnelli fu, tra le molte altre cose, presidente di Confindustria dal 1974 al 1976 (Getty Images)

5' di lettura

Gianni Agnelli ha sempre prodotto seduzione e incantamento. Lo faceva per vocazione personale. Ci riusciva con naturalezza perché erede di una ricchezza immensa accumulata con le fabbriche dal nonno Giovanni e di un potere duro e profondo costruito attraverso le fabbriche da Vittorio Valletta, l’uomo che guidò il gruppo torinese fino al 1966.

Il Novecento ha avuto una gerarchia geometrica e un ordine cartesiano nella Fiat e negli Agnelli che erano allo stesso tempo apice e base della costruzione manifatturiera, sociale e finanziaria del Paese. Gianni Agnelli, in questa architettura, si è mosso con il distacco coinvolto dei personaggi di Marcel Proust e con la rapidità di quelli di Tom Wolfe, intingendo nella noia la quotidianità di chi aveva ogni cosa materiale e di chi era abituato al plauso e all’applauso della corte, di chi preferiva il profumo del jet-set agli odori delle fabbriche nonostante che da queste ogni suo bene derivasse e di chi – i suoi estimatori dicevano appunto per noia – non coglieva il punto nelle questioni industriali ed economiche complesse e così doveva affidarsi ai suoi collaboratori.

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Il tutto in una managerializzazione dell’impresa formalmente di ferro ma, in realtà, fragile come il vetro e spesso condizionata dagli interessi della famiglia proprietaria che, in una classica contraddizione fra il bene degli azionisti e il bene dell’impresa industriale, ha costituito uno dei punti deboli della Fiat e del suo contributo all’Italia.

Proprio per l’aura di magnificenza non volgare da lui promanata e per la felice sottomissione indotta negli altri, la distanza storica dalla sua scomparsa permette ora di ponderarne l’eredità, nel rapporto con quello che siamo diventati come Paese delle fabbriche e come comunità nazionale, a vent’anni dalla morte di chi ne è stato re senza corona, padre in fondo senza figli, esempio senza eredi.

La geopolitica industriale del bicerin

A Torino il caffè al Bicerin si trova di fronte alla chiesa della Consolata. La specialità è, appunto, il Bicerin: caffè, crema di latte, cioccolata. Agnelli lo beveva.

La dimensione piemontese – con la prima montagna e il verde di Villar Perosa e le discese e il bianco del Sestriere, la mistica militare del Nizza Cavalleria – è essenziale nella vita di Gianni Agnelli, nell’immaginario da lui scaturito e nelle scelte concrete che hanno modellato la realtà italiana e internazionale fino alla sua scomparsa.

Esiste una integrazione calzante fra Torino, l’Italia e il mondo. Il mondo di Gianni Agnelli è segnato dall’industrializzazione dell’Occidente. Torino è una capitale della civiltà fordista e taylorista, come Detroit, Stoccarda e Monaco di Baviera. Lo è con tratti elementari al limite della brutalità. I contadini fatti arrivare con i treni dal Sud e dal Nordest, vestiti con le tute blu, addestrati alle linee di montaggio e messi a vivere nei quartieri dormitorio di Mirafiori e delle Vallette. La politica di sviluppo del Paese incentrata sul trasporto su gomma.

Un legame diretto – e di primazia – di Torino su Roma, con la mediazione della Milano dove opera quello strano ircocervo che è la Mediobanca di Enrico Cuccia. L’apporto dato alla rappresentanza, con Gianni presidente di Confindustria dal 1974 al 1976 (perfetto il suo ruolo di “regale” pacificatore in un Paese lacerato dallo scontro sociale e dalla violenza politica, meno efficace nella firma dell’accordo con i sindacati sulla scala mobile, alimentatore dell’inflazione), con il fratello Umberto nella Dc e con Susanna Agnelli nel Pri. Tutto segnato dalla regola del 3%: con la potenza educata dei numeri ammaestrati dagli uffici studi, ogni volta che si calcolava l’impatto industriale della Fiat sull’economia nazionale veniva stimato nel 3%, anche se l’influenza reale era infinitamente maggiore. Gianni Agnelli è il simbolo di un meccanismo a incastro in cui Torino è dentro al Piemonte, il Piemonte è dentro l’Italia e l’Italia è dentro al mondo. Esiste in Gianni Agnelli la corporalità di queste sovrapposizioni. Non ha nulla di populistico. Coltiva la distanza dagli altri. La Fiat è un’impresa-Stato che ha interessi in ogni comparto industriale: la pubblicità “Fiat Cielo Mare Terra” presentata alla Fiera Campionaria di Milano del 1936 esprime una seconda natura valida per tutto il Novecento. Su questo sottostante tecno-industriale pervasivo, Agnelli si pone ed è interpretato come icona, l’unico italiano che fa sembrare provinciali gli altri, tutti gli altri: presidenti, industriali, finanzieri, intellettuali. È chiaro che l’integrazione italiana nella realtà internazionale – la sua liceità e la sua legittimazione, industriale e politica – è garantita dalle amicizie con i Kennedy, con Henry Kissinger, con Leo Castelli, con i Rothschild. La connessione è anche estetica e culturale.

L’eredità atlantica

Nel suo appartamento di New York, al 720 di Park Avenue, fra le molte opere d’arte classica e contemporanea, Gianni Agnelli ha tre quadri su Torino, le sue strade e le sue montagne.

Vent’anni dopo, tutto questo si è sciolto.

Torino è una bella e decadente città, sempre più anziana e vuota. Non esiste uno specifico torinese negli equilibri italiani e internazionali. Dal punto di vista geopolitico l’Italia, con la caduta del comunismo, ha sperimentato una marginalizzazione nei nuovi equilibri del mondo. La cerniera formata da Torino e dalla Fiat è scomparsa. Con gli interessi della famiglia Agnelli integrati, almeno nell’automotive, in una realtà pan-europea come Stellantis e con la diminuzione del peso specifico italiano negli equilibri internazionali, nel combinato disposto Torino-Italia e Agnelli-Paese la cifra atlantica è stemperata. Nessuna nostalgia per il passato. Ma è evidente che l’eredità, anche simbolica, di Gianni Agnelli viene definitivamente consegnata alla memoria nel momento in cui Fiat – Fabbrica Italiana Automobili Torino – diventa un piccolo marchio di un gruppo a controllo francese e quando la finanziaria generata dalla Ifi, la Exor, è quotata in Olanda. Qualcuno si immagina l’Avvocato presiedere un’assemblea dei soci nella sala congressi di un hotel nell’aeroporto di Amsterdam?

Il canone italiano e europeo

A vent’anni dalla sua morte il suo profilo biografico – perfino nel buio della morte per suicidio del figlio Edoardo – risalta di un preciso carattere europeo e italiano, sospeso fra il canone della commedia e il canone del dramma. Scrive Alberto Arbasino in Ritratti italiani: «Gianni Agnelli possedeva l’allure di un sovrano settecentesco vivacissimo, e di un banchiere cosmopolita carismatico e seducente – benché producesse automobili non molto chic. Tutti i parvenus, generalmente, osservavano affascinati i suoi polsini e cinturini e bottoni, e non già i dettagli della 124 o della 850. Ma i “vecchi dei circoli” notavano compiaciuti che quella fatuità apparente discendeva dagli insegnamenti tradizionali della severissima Scuola Militare di Cavalleria (Scuola di Guerra, addirittura), a Pinerolo. Mai mostrarsi ansiosi o preoccupati, davanti ai sottufficiali e alla truppa. Anzi, ostentare disinvoltura e nonchalance soprattutto davanti ai dolori e ai pericoli, alla testa dei reggimenti».

Nella vita privata e negli affari, nella testa dei suoi operai e nelle menti dei suoi dirigenti industriali, nella realtà della vita e nella memoria della morte, come “Gianni” e come “Agnelli” ostentava la tradizionale “sprezzatura” suggerita da Baldassarre Castiglione agli uomini del Rinascimento: «Usare in ogni cosa una certa sprezzatura, che nasconda l’arte e dimostri ciò che si fa e dice venir fatto senza fatica e quasi senza pensarvi».

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