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L’Italia e il rischio di finire ai margini

di Sergio Fabbrini

(AFP)

4' di lettura

Il 26 maggio prossimo si terranno le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo (705 seggi). Mai, come questa volta, le elezioni saranno politicizzate. Esse definiranno il futuro dell’Europa, stabilendo i rapporti di forza, all’interno del legislativo sovranazionale, tra coalizioni integrazioniste e anti-integrazioniste, piuttosto che tra forze di sinistra e di destra. Ciò avrà importanti conseguenze per l’Italia. Vediamo perché, discutendo prima i poteri e poi il ruolo politico del Parlamento europeo.

Per quanto riguarda i poteri, il Parlamento europeo ha accresciuto costantemente la sua influenza. Anche se non ha il potere di iniziativa delle leggi, con le sue risoluzioni ha fatto conoscere alla Commissione (che ha invece il monopolio di quella iniziativa) le sue richieste. Con il Trattato di Lisbona del 2009, il Parlamento europeo ha comunque visto riconosciuto il suo potere di co-decisione in quasi tutte le materie regolative (per Bruno de Witte, circa il 90 per cento) che hanno a che fare con il funzionamento del mercato unico. Insieme al Consiglio dei ministri, co-decide (a maggioranza semplice, generalmente) le principali misure legislative (regolamenti e direttive) che organizzano il funzionamento di un mercato continentale tra i più grandi e integrati al mondo.

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Nello stesso tempo, però, in materie che sono di particolare rilevanza politica per i governi degli stati membri (come la difesa, gli esteri, la giustizia, l’ordine interno, l’asilo politico, l’immigrazione), i poteri del Parlamento europeo sono invece ridotti. Ciò vale anche per la politica economica dell’Eurozona e per tutte le politiche che concernano la gestione di risorse finanziarie trasferite dagli stati membri a Bruxelles. Ad esempio, nell'Accordo finanziario pluriennale (che stabilisce le risorse con cui far funzionare l’Ue) sono i governi nazionali ad avere il controllo dell’agenda, anche se il Parlamento europeo dovrà dare il suo parere alla fine del processo. Peraltro, proprio per rimarcare la natura intergovernativa dell’Accordo, quest’ultimo ha una durata di 7 anni e non già di 5 anni (qual è il mandato del Parlamento europeo). Lo stesso avviene nel campo della politica migratoria, la cui decisione è monopolizzata dal Consiglio dei ministri degli Interni, oltre che dal Consiglio europeo dei capi di governo nazionali. Dunque, sui poteri del Parlamento, vi è una fondamentale divisione tra forze integrazioniste (che vogliono espanderli) e anti-integrazioniste (che vogliono ridurli). Dovrebbe essere interesse dell’Italia stare con le prime, estendendo i poteri parlamentari alla politica economica e migratoria, visto che il controllo di queste politiche da parte dei governi nazionali ci ha finora parecchio penalizzato. Ma allora perché i partiti di governo italiani sono alleati a forze politiche che mirano invece a ridurre i poteri del Parlamento europeo?

Anche per quanto riguarda il ruolo politico, il Parlamento europeo ha accresciuto notevolmente la sua influenza, in particolare nella formazione della Commissione. La decisione dei principali partiti europei di presentare, nelle prossime elezioni, un loro spitzenkandidat (un capo-lista come candidato alla presidenza della Commissione) rafforzerà ulteriormente il suo ruolo. Seppure il presidente e i membri della Commissione sono proposti dal Consiglio europeo dei capi di governo, essi dovranno poi ottenere il voto maggioritario del Parlamento europeo. E anche qui si giocherà una partita importante per l’Italia. Difficilmente i due vicepremier italiani potranno candidarsi a spitzenkandidat. Luigi di Maio non ha un partito europeo che possa avere serie possibilità competitive. Matteo Salvini, che pure potrebbe candidarsi a spitzenkandidat del raggruppamento nazionalista e sovranista (“Europa delle Nazioni e della Libertà”), non avrebbe alcun interesse ad andare a Bruxelles prima di raccogliere i frutti del suo populismo anti-immigrati a Roma. Per di più, quel raggruppamento, per quanto possa incrementare i propri seggi, è difficile che entrerà nella maggioranza parlamentare a sostegno della nuova Commissione. Così, i due partiti in maggioranza in Italia potrebbero trovarsi nei raggruppamenti di minoranza nel Parlamento europeo. Una brutta notizia, per loro, in particolare se il loro obiettivo è quello di avere un commissario italiano agli Affari economici e monetari, con la speranza che possa aiutarli quando il nostro bilancio pubblico sarà valutato dalla nuova Commissione alla fine del 2019. Infatti, se è vero che il governo italiano ha il potere di proporre il candidato al ruolo di commissario, è anche vero che quel candidato dovrà poi ricevere l’approvazione della maggioranza del Parlamento. Ed è difficile che potrà ottenerla, se non disporrà del sostegno parlamentare di componenti importanti dei partiti integrazionisti, a cominciare dal Partito del popolo europeo (controllato dai parlamentari vicini a Merkel) per finire ai parlamentari progressisti del sud dell’Europa (tra cui i francesi di Macron e gli spagnoli di Rivera). Ed è ancora più difficile che quel candidato potrà avere un portafoglio economico senza il sostegno dei maggiori governi dell'Eurozona. Ma se così è, come è possibile che la proposta italiana possa avere successo, se la Francia e la Germania continuano ad essere oggetto costante delle polemiche del nostro governo?

Insomma, le prossime elezioni del Parlamento europeo porteranno alla superficie lo scontro tra europeisti e sovranisti. Se i partiti di governo italiani insisteranno ad allearsi con i partiti sovranisti degli altri Paesi, il rischio sarà la marginalizzazione degli interessi italiani nel processo decisionale europeo. È invece interesse dell’Italia allearsi con i partiti e i Paesi integrazionisti, sulla base di proposte e visioni riformiste. Se il rischio, hanno scritto Vincenzo Boccia e Pierre Gattaz su questo giornale giovedì scorso, «che il processo di integrazione compia passi indietro è concreto», allora le elezioni del prossimo maggio dovranno essere l’occasione per ri-allineare l’interesse dell’Italia con il progetto di integrazione dell’Europa.

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