rapporto ocse

L’Italia è il terzo Paese al mondo più indebitato con 62.700 dollari a testa

Ha più ombre che luci il ritratto del governo e dell’amministrazione pubblica dell’Italia che emerge dal rapporto «Uno Sguardo al Governo» dell’Ocse, che passa ai raggi X la gestione pubblica dei 36 Paesi che aderiscono all’organizzazione

di Giuliana Licini


default onloading pic
(Chromorange Photostock / AGF)

6' di lettura

Conti pubblici in cattivo stato, investimenti in calo, disparità di genere, scarsa fiducia nel governo e insoddisfazione dei cittadini che si sentono tagliati fuori dalle decisioni delle istituzioni. Ma anche un sistema di controllo degli appalti pubblici tra i più avanzati, un netto miglioramento nella valutazione dell’impatto normativo e una discreta gestione delle risorse umane nella P.A. Ha più ombre che luci il ritratto del governo e dell’amministrazione pubblica dell’Italia che emerge dal rapporto «Uno Sguardo al Governo» dell’Ocse, che passa ai raggi X la gestione pubblica dei 36 Paesi che aderiscono all’organizzazione.

L’esame inizia dalle finanze statali e l’Italia si trova subito a mal partito, con il terzo maggior debito del mondo, pari al 152,9% nel 2017 e al 148% nel 2018 in base ai criteri Ocse (più ampi di quelli di Maastricht), dopo il Giappone (220%) e la Grecia, a fronte di una media dei Paesi industrializzati del 110% e con Estonia (13%) e Cile (30%) ai livelli minimi.

Terzi al mondo per peso del debito pubblico pro capite
Ma la Penisola è terza al mondo anche per il peso del debito pubblico pro capite con 62.667 dollari a parità di potere d’acquisto, dopo il Giappone (oltre 90mila dollari) e gli Usa (65mila circa), contro una media Ocse di 53.600 dollari. Nel 2007 il debito era di 37.411 dollari a testa e da allora ha segnato un aumento del 2,4% annuo. Il debito è composto per l’81% da titoli di debito. Il deficit dei conti pubblici nel 2017 era al 2,4%, un po’ sopra la media Ocse (2,2%), ma nel 2018 era sceso al 2,1%. La situazione finanziaria netta (differenza tra attività e passività) dell’Italia è negativa nella misura del 125% del Pil contro la media Ocse di -70%.

La Penisola è, in effetti, uno dei quattro Paesi Ocse, assieme alla Grecia (149%), al Giappone (124%) e al Portogallo ad avere una posizione netta negativa superiore al Pil, principalmente a causa dell’accumulo del debito post-crisi.

Sul fronte opposto la Norvegia, che ha una posizione finanziaria netta positiva pari al 308% del Pil, dall’alto del trilione di dollari di asset del Noewegian Wealth Fund gestito dalla Banca di Norvegia, seguita a grande distanza dalla Finlandia (+59%). Per i norvegesi si tratta di un «tesoretto» di quasi 200mila dollari a testa.

Entrate governative: Italia 15ª
Le entrate governative in Italia sono attorno al 47% del Pil contro la media Ocse del 38% (prima la Norvegia con il 55%), che si traducono in circa 20.000 dollari pro-capite, al quindicesimo posto nell’Ocse e sopra alla media che è di 17.500 (in aumento di 4.300 dollari dal 2007).

Il Lussemburgo è al primo posto con quasi 48mila dollari, seguito dalla Norvegia con 34mila dollari. La spesa pubblica in Italia lo scorso anno ammontava poi al 48,6% del Pil (dal 48,9% del 2017) contro la media Ocse del 40,4%.

Nonostante l’aumento tra il 2017 e il 2018, la spesa pubblica annuale media pro capite in Italia è calata dello 0,4% tra il 2007 e il 2017 (a circa 21mila euro), contro un aumento medio dell’Ocse dell’1% a 18.500 euro. Solo la Grecia (-2,6%), oltre alla Penisola, registra una flessione. Il calo maggiore della spesa pubblica è stato a carico della scuola (-0,7%), seguita dai servizi pubblici generali (-0,4%), mentre la protezione sociale ha segnato l’aumento maggiore (+3,3%).Un altro capitolo dolente sono gli investimenti pubblici: nel 2018 sono stati pari al 2,1% del Pil, in calo dal 2,3% del 2017 e mettono l’Italia nel plotone di coda dei Paesi industrializzati, a fronte di media Ocse del 3,1%. Estonia e Norvegia sono ai primi posti con oltre il 5%, ma più o meno ai livelli italiani ci sono anche Belgio, Spagna e Germania.

Pubblico impiego: vale il 13,4% dell’occupazione
Passando al pubblico impiego, in base al rapporto dell'Ocse, in Italia è pari al 13,4% dell’occupazione totale, al di sotto della media Ocse che è del 17,7%, con una contrazione che ha raggiunto il 2% nel 2012 rispetto al 2007-9, per poi limitarsi al -1% circa.

In generale i dipendenti statali hanno condizioni lavorative migliori rispetto ai lavoratori del settore privati, sia come sicurezza del posto di lavoro che di trattamento previdenziale. L’Italia rientra poi nei canoni Ocse quanto ai regimi di performance dei dirigenti senior. Quasi il 60% dei pubblici dipendenti è donna, non lontano dalla media Ocse e decisamente al di sopra dei livelli dell’occupazione generale, dove le donne sono poco più del 40% (Ocse 46%).

Più donne in Parlamento
La rappresentanza femminile in Parlamento è pari al 35,7%, superiore alla media Ocse (30,1%), ma scende al 27,8% per le posizioni ministeriali (31% Ocse). Per il cosiddetto bilancio di genere (gender budgeting, cioè la pratica che mira ad assicurare che le considerazioni sulla parità di genere siano prese in considerazione sistematicamente nelle decisioni di bilancio), il punteggio dell’Italia è decisamente sotto la media, con un indice di 0,24 contro 0,53 Ocse (1 è il livello migliore).

È il punteggio minimo tra i 17 Paesi che lo hanno introdotto, anche se – va detto – nei restanti Paesi Ocse il «gender budgeting» resta uno sconosciuto. Negli appalti, l’Ocse sottolinea che l’Italia ha pratiche all’avanguardia per migliorarne la performance, essendo uno dei cinque Paesi che ha un sistema di misurazione per paragonare il risultato delle aste pubbliche rispetto agli obiettivi. La spesa pubblica tramite appalti, però è solo il 21% del totale contro il 29,1% Ocse.

Grandi passi avanti sul Ria
L’Italia, sottolinea poi l’Ocse, ha fatto grandi progressi nell’attuazione del Ria (il Regulatory Impact Assestment), cioè la valutazione dell’impatto normativo: il relativo indicatore è aumentato dall’1,69 del 2014 al 2,49 per la legislazione primaria e dall’1,45 al 2,30 per la normativa subordinata.

Quanto al governo digitale, sono sotto la media le pratiche standardizzate di Ict, mentre rientrano nella media l’accessibilità e la disponibilità di dati. Restano elevate, nel Paese le disparità di reddito, anche se sono mitigate da tassazione e trasferimenti statali: l’indice Gini (che misura le disuguaglianze) è di 0,52 in Italia (0,47 Ocse, 1 è il livello di massima disparità) e scende a 0,33 post-intervento pubblico, contro lo 0,31 Ocse.
Le persone vulnerabili in Italia, tuttavia, sono meno della media Ocse: il 27% contro il 36%.

Fiducia degli italiani al lumicino
Venendo al dunque dell'apprezzamento o meno dell'operato pubblico da parte dei cittadini, l'Italia ha decisamente posizioni di coda quanto alla fiducia nel governo nazionale, che è al 21% circa, il livello minimo dell’Ocse assieme alla Grecia, in base ai dati Gallup 2018, meno della metà della media Ocse che è del 45%, con un calo di 10 punti rispetto all’2007. La fiducia raggiunge invece il 70% in Lussemburgo e Norvegia ed è 60% circa in Germania, dove è aumentata negli ultimi 10 anni. È poi forte la correlazione in Italia tra la sfiducia e la percezione di corruzione.

Scarsa fiducia nella democrazia
La Penisola è all’ultimo posto per la percezione della reattività del governo alle necessità delle persone. Solo il 10% degli italiani ritiene che le sue opinioni e i suoi bisogni incidano sulle decisioni prese dalle istituzioni pubbliche, contro il 37% Ocse e, ad esempio, il 74% della Svizzera.

Una percezione, quella italiana, che si traduce, come nota l’Ocse, anche in una scarsa fiducia nella democrazia e nel Parlamento. Gli italiani sono meno soddisfatti o hanno meno fiducia dei concittadini Ocse nei principali servizi pubblici: solo il 45% è contento della sanità contro il 70% medio Ocse, il 58% apprezza il sistema di istruzione contro il 66% e il sistema giudiziario è promosso solo dal 31% contro il 56% medio Ocse.

In tutti e tre i casi si tratta di livelli tra i più bassi dell’Ocse.

I tempi biblici della giustizia
Certo sul fronte della giustizia non aiutano i tempi biblici delle procedure: nelle cause civili senza contenzioso sono in media di 400 giorni contro, ad esempio, i 21 giorni della Danimarca. Se poi c’e’ un contenzioso tra parti, allora si va a oltre 500 giorni, cioè un anno e mezzo, anche se rispetto al 2016 c’e’ un miglioramento di 76 giorni. Armarsi poi di grande pazienza per i casi amministrativi, che hanno una durata media di 2 anni e mezzo. Solo la Grecia fa peggio.

(Il Sole 24 Ore Radiocor)

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti
Loading...