Analisi

L’Italia fragile senza giovani: ora il declino accelera al Sud

La crisi demografica accomuna tutte le province: quelle ancora attrattive spesso lo sono più per carenze delle altre che per propria vitalità

di Alessandro Rosina

(Adobe Stock)

4' di lettura

L’Italia è un mondo nel mondo. È un Paese molto vario, nel quale si possono trovare, in vari ambiti, eccellenze comparabili alle aree più avanzate del pianeta, ma anche realtà in situazione di accentuata fragilità. Oltre ad essere molto articolato, come mostrano i dati degli indicatori sulla qualità della vita del Sole 24 Ore declinati per bambini, giovani e anziani, il quadro interno è anche non scontato. Da un lato, i contesti usualmente considerati più positivi e dinamici possono mostrare limiti rilevanti in alcune dimensioni. Dall’altro, aree considerate generalmente svantaggiate, non necessariamente si trovano al ribasso su tutti gli indicatori.

C’è però un aspetto che unisce in lungo e in largo tutta la penisola, ed è quello della crisi demografica. In tutto il territorio italiano l’incidenza dei giovani risulta da tempo sotto la media europea, quindi su livelli tra i più bassi del pianeta. Questo processo di “degiovanimento” è partito dal Centro-Nord ma sta interessando sempre di più anche il Mezzogiorno. Le regioni meridionali hanno subìto nel corso di questo secolo una riduzione della fecondità maggiore rispetto alla media nazionale. Inoltre, la minor immigrazione straniera e la maggior perdita di abitanti, perché si spostano per cercare migliori opportunità di lavoro altrove, vanno ad indebolire più che nel resto del Paese la popolazione giovane-adulta. All’opposto, ci sono alcune realtà dell’Italia settentrionale che sono state nello scorso decennio attrattive rispetto ai giovani, ma continuano a presentare una debole capacità di rinnovo endogeno.

Loading...

Il caso delle due Reggio

Anche la relazione tra indicatori non è scontata. In alcune aree, in prevalenza nel Nord, la fecondità risulta maggiore dove la presenza di servizi di conciliazione tra lavoro e famiglia rende possibile la scelta di avere figli anche lavorando. In altre aree, concentrate soprattutto nel Sud, la fecondità tende ancora ad essere associata ad un modello tradizionale dei ruoli di genere, risultando quindi maggiore se le donne non sono formalmente nel mercato del lavoro e attorno a loro ruota un sistema di welfare informale. Un sistema che, però, risulta sempre meno appetibile ed efficiente per le nuove generazioni, soprattutto per la componente più dinamica e qualificata.

Questo aiuta a capire perché la percentuale di residenti under 10 sia su livelli simili a Reggio Emilia e Reggio Calabria, ma con tasso di occupazione delle donne più del doppio nella prima provincia rispetto alla seconda. Reggio Emilia si trova, del resto, sulla parte alta dell’indicatore di copertura dei servizi per l'infanzia, mentre Reggio Calabria è sulle posizioni più basse.

È, inoltre, interessante notare che se la percentuale di residenti under 10 è stata negli ultimi cinque anni in riduzione ovunque, nella fascia 18-34 la situazione risulta molto più articolata. Reggio Calabria risulta in forte riduzione, Reggio Emilia tiene, ma Bologna è in crescita, così come Milano e altre provincie tutte concentrate nel Nord. Un risultato dovuto alla capacità di attrarre dall’estero e dal resto d’Italia.

Perché non basta attrarre

Anche qui la lettura non è scontata. Non necessariamente chi attrae offre sempre condizioni generali migliori, oltre alle opportunità di lavoro in sé, per le nuove generazioni. Ancor più per le grandi città, la sfida nei prossimi anni sarà quella di farsi scegliere non solo per quello che manca altrove, ma per la capacità di combinare in modo efficiente e soddisfacente le diverse dimensioni della vita in un contesto innovativo, inclusivo, sostenibile e culturalmente vivace.

Nel new normal sarà la regola poter lavorare e studiare a distanza, senza necessariamente vivere la città: conterà, quindi, ancor più la qualità della vita e l’efficienza dei servizi nella decisione di dove abitare. Milano, ad esempio, ha necessità di rafforzarsi in questa direzione, anche per la combinazione tra maggiore complessità delle grandi città e alte aspettative di chi ci vive. È, allora, interessante notare che la corrispondete area metropolitana la troviamo tra le prima dieci posizioni rispetto all’indicatore sintetico relativo agli anziani - soprattutto per il benessere economico -, ma si trova sotto la metà della classifica su quello dei giovani.

Per aggiungere ulteriori elementi a conferma di un quadro articolato e non scontato, tale vicinanza sull’indicatore composto deriva dalla sintesi di posizioni spesso opposte, alternativamente in alto e in basso, delle due province sui singoli indicatori. Del resto la qualità della vita è un concetto multidimensionale e quale peso attribuire a ciascuna delle varie dimensioni è un’operazione spesso arbitraria.

La provincia «ideale» e il Pnrr

Quello che comunque emerge da questo esercizio di comparazione, che incrocia territorio e fasi della vita, è che esiste la provincia ideale ed è forse uno dei migliori luoghi al mondo in cui vivere. Solo che non corrisponde ad un’unica provincia italiana, ma si ottiene mettendo assieme il meglio che ciascuna località sa offrire. Potremmo, forse, dire che questa varietà è il bello del nostro Paese, ma sappiamo anche che alla base ci sono troppi squilibri ed inefficienze che non possiamo lasciare cronicizzare.

L’auspicio è che il Piano nazionale di ripresa e resilienza sia in grado di innescare processi coerenti con le specificità di ogni territorio e ogni fase della vita, ma alzando la capacità di essere, fare e produrre valore ovunque si scelga di vivere nel nostro Paese.

Riproduzione riservata ©

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti